sabato 28 aprile 2018

Tanti popoli… un popolo

Tanti popoli… un popolo
(Intervento
al Convegno delle Presidenze diocesane di Azione cattolica, Roma, Domus pacis, 28 aprile 2018)


1. Questo intervento si collega alla riflessione precedente di don Cesare Pagazzi, sulla categoria di popolo nella teologia di Papa Francesco, attraverso il seguente testo di Gaudete et exsultate: «Il Signore, nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo» (GE, 6). Vorrei estrarre da questo testo, che sintetizza in modo mirabile il magistero di Francesco, tre spunti fondamentali. Anzitutto viene riaffermato il carattere comunitario della salvezza, volto ad accogliere la persona umana nella sua piena identità, che è un’identità relazionale, non individualistica né indifferenziata; nessuno si salva da solo per andare a finire in una entità indistinta, perché nessuno è mai propriamente quello che è – da solo.

In secondo luogo, è importante raccogliere l’invito a tener conto della «complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana». Dunque il popolo non è un’entità amorfa in cui si annega l’identità personale: è questa, come vedremo, la sua deformazione populista. Il popolo è, al contrario, una comunità umana articolata, fatta di una complessa tessitura di relazioni interpersonali che devono essere riconosciute e promosse secondo una pluralità di forme partecipative o, come spesso è stato detto nel linguaggio dell’insegnamento sociale della Chiesa, di “corpi intermedi”.

Infine, vorrei valorizzare l’accenno finale, presente nel testo, al carattere dinamico della dimensione popolare: un dinamismo che viene assunto pienamente nel disegno della salvezza, mantenendo comunque un fondamentale irriducibile valore storico. I popoli nascono, crescono, invecchiano, possono ammalarsi, morire o guarire proprio come le persone. Insomma, la dimensione popolare appartiene al DNA dell’umano, purché la si intenda in senso aperto, dinamico, universalmente inclusivo.


2. Dobbiamo fare proprio l’invito di Papa Francesco, ribadito anche nel suo recente viaggio sui luoghi di don Tonino Bello, a non parlare del popolo, ma a vivere una immersione  generosa nel suo tessuto fragile e vitale, dove anche i laici cristiani – e non solo i pastori – debbono “avere l’odore delle pecore”. Non credo però che questo invito si debba intendere soltanto nel segno di una prossimità empatica e immediata; vorrei ricavarne, indirettamente, l’esortazione, ancora più esigente e difficile, a sperimentare forme di partecipazione a tutto campo, in nome di una intelligenza critica che non si lasci imprigionare in spazi geografici e storici tropo stretti, dove il “noi” spesso diventa la forma peggiore dell’egoismo di gruppo.

Vorrei per questo suggerire l’avventura di un viaggio appassionante e un po’ audace attraverso lo spazio e il tempo, restando con i piedi per terra; un viaggio che riserva sempre incontri inattesi, sorprese stupefacenti, e che vorrei affidare a ogni associazione parrocchiale come una specie di compito a casa: raccogliere insieme piccole storie che sanno stare dentro una grande storia, e proprio per questo diventano grandi e meritevoli di essere ricordate; ecco un esercizio di tessitura civile, non solo associativa, che in un paese scucito e bloccato come il nostro può svolgere una funzione profetica.

Io posso limitarmi a intrecciare qualche frammento di queste storie, suggerire alcuni sentieri, abbozzare qualche collegamento.

Vorrei cominciare il mio racconto con un bel salto all’indietro. Siamo a Ippona, una splendida città sul mare, corrispondente all’attuale Annaba, in Tunisia, intorno al 425/426 dopo Cristo, dove il vescovo Agostino, ormai vicino alla morte, detta le ultime pagine della Città di Dio, in una comunità assediata dai Vandali e occupata dagli Ariani. Fino a pochi anni prima aveva riflettuto a lungo sul mistero trinitario, che insegna un equilibrio perfetto tra l’io e il noi, in cui il primato della persona e il primato della comunione miracolosamente stanno insieme. Ora il vecchio vescovo è concentrato sul problema scottante della convivenza di cristiani e pagani nella città, cioè in uno stesso spazio geografico, politico e culturale. Dopo lo shock del 410, anno dell’invasione e del saccheggio di Roma da parte di Alarico, avevano ripreso fiato sospetti e accuse contro quella strana religione, buonista ed egualitaria, che rifiutava di entrare nel pantheon (letteralmente “luogo di tutti gli dèi) e non voleva rimanere confinata negli spazi angusti della Palestina. Solo la politica – si mugugnava a Roma – può fare di tanti popoli un solo popolo; come può una religione – per di più in nome dell’amore e non della forza! – abbracciare e tenere insieme popoli diversi?

Tenendo sullo sfondo questa obiezione, il vescovo entra in dialogo con Cicerone sull’idea di populus. Secondo il grande romano lo spazio pubblico (res publica) è lo spazio del popolo (res populi), che lui intende come «unione di una moltitudine che si associa sulla base di un accordo giuridico e di una comunione di interessi» (De rep. 1,25,39). Insomma c’è una “sostanza pubblica”, se c’è una “sostanza popolare”. Agostino per un verso accetta questa tesi, che oggi ci offre un esame di coscienza attualissimo: senza popolo, non c’è etica pubblica, non c’è cultura condivisa, non c’è politica nel senso più alto e più vero.

Per un altro verso, vi apporta alcune correzioni decisive. La prima riguarda il legame profondo che può trasformare una accozzaglia di individui in un popolo: «Il popolo – secondo la sua definizione alternativa – è l’unione di una moltitudine razionale che si associa nella concorde comunione (concors communio) delle cose che ama» (civ. 19,24). Forzando la lettera, senza – spero – tradire lo spirito delle sue parole, potremmo dire: se c’è un’anima del popolo, questa può essere costituita solo da un amore comune. Quanto meno l’oggetto di tale amore è egocentrico, cioè non è fatto di terra ma di cielo (è questa, in fondo, la differenza fra le due città), tanto più la pace assume il volto della concordia e può diventare una specie di anticipazione della vera comunione. Dunque la concordia è il nome della pace sociale; l’etimologia è illuminante: i cuori di tutti battono all’unisono quando sono sintonizzati sui fondamentali della vita comune – e quindi sul bene che accomuna. Quando ciò non accade, si espone la convivenza al pericolo di una disgregazione interna, che è un male peggiore delle invasioni barbariche (spesso un effetto del collasso sociale, prima ancora che una causa).

Che quindi i pagani non accusino il vangelo per la sua sostanziale incapacità di governare i popoli; è inutile dire: “Abbiamo i barbari in casa, non è tempo di amore” (come abbiamo sentito anche noi, dopo l’11 settembre). L’equilibrio delicato dell’impero, che pretendeva di fare di tanti popoli un solo popolo, stava implodendo per un deficit interno di legami autentici, perché quel populus non aveva più un’anima e nei momenti difficili il diritto e la forza militare non bastano ad arginare la fine. Così come oggi – aggiungerei – non possiamo illuderci di contrastare un deficit preoccupante di concordia sociale con una politica agnostica sui fondamentali del bene comune e capace di tenere in vita l’idea di popolo solo con l’astrattezza della retorica e la concretezza del tornaconto. Quando un popolo non condivide più un amore comune, ha scritto Gilson, gli rimane da condividere solo una paura comune, che qualche capopolo di turno cavalcherà spudoratamente, nell’illusione di nobilitare la sua rozzezza.

Agostino continua, suggerendo un modo esemplare di tenere insieme universalismo evangelico e pluralismo delle culture (tanti popoli, un popolo), in cui si può vedere quasi un’anticipazione della “nostra” scelta religiosa: «Questa città celeste, quindi, finché è in cammino sulla terra – egli scrive –, convoca cittadini da tutte le nazioni e raduna una società in cammino fra tutte le lingue, senza badare a differenze di costumi, leggi e istituzioni, con le quali si ottiene o si mantiene la pace terrena, senza invalidare o distruggerne alcuna, ma anzi conservando e assecondando tutto ciò che tende a un unico e medesimo fine, nonostante le differenze relative alle differenti nazioni, purché non ostacoli la religione che insegna a venerare l’unico, vero e sommo Dio» (civ. 19,17)


3. Se queste parole fossero state messe in pratica, ci sarebbero stati risparmiati non solo secoli di cristianesimo teocratico, frutto di un’alleanza equivoca fra il trono e l’altare, ma anche la tragedia – questa volta tutta moderna – delle cosiddette guerre di religione.

Il nostro viaggio non può ignorare questa storia né dimenticare le montagne di cadaveri, accumulati, nel cuore della modernità, in nome del popolo: una parola che evocherà sempre meno la cifra della concordia, diventando il luogo di una contesa furibonda. Da un certo punto in avanti, non si riconoscerà più nel popolo una dimensione originaria dell’umano e si avrà bisogno di inventare dei meccanismi politici per spiegarne l’origine: il popolo non è connaturato alla persona umana, ma è il prodotto di un artificio razionale, in nome del quale gli individui cercano di mettere un argine alla guerra di tutti contro tutti, cedendo piccole quote di libertà in cambio di sicurezza. Senza dimenticare, però, come Thomas Hobbes ha riconosciuto onestamente, che d’ora in poi ad assicurare la pace sarà solo un “Dio mortale”, come egli definisce l’organismo innaturale che prende il nome di Leviatano, come il mostro biblico citato nel libro di Giobbe.

Potremmo leggere in questa prospettiva anche lo scontro di narrazioni che oppone il paradigma illuminista a quello romantico: l’illuminismo cerca di scardinare gerarchie consolidate e disinnescare guerre e conflitti invitando uomini di culture, lingue, religioni, razze diverse a innalzare lo sguardo verso un cielo di diritti universali. Si tratta di guardare, in questo caso, a un solo popolo senza tanti popoli; un popolo astratto, ridotto a un luogo di diritti da usare come una bandiera, spesso chiamata ad annunciare libertà, fraternità e uguaglianza, ma anche non di rado a seminare il terrore.

Il paradigma romantico predilige invece le identità concrete, le appartenenze storiche, preferendo scavare in profondità più che in estensione nella vocazione che rende unica e irrepetibile la vita dei popoli e dei singoli, alla ricerca di quella autenticità espressiva sempre diversa che preferisce alle strade diritte di una razionalità fredda e omologante le intuizioni empatiche e i lampeggiamenti improvvisi di un sentire immediato e gratificante. Qui il plurale dei popoli sembra fare a meno della universalità del popolo.

Il nostro viaggio potrebbe continuare sorvolando lo scontro furioso – ancora sangue, tanto sangue! – tra il primato borghese dell’individuo e il primato marxista del collettivo; nel primo caso si tende a ridurre lo spazio pubblico a un contenitore neutro di libertà individuali, mentre il posto del popolo tende ad essere preso dal mercato, come la forma più funzionale di autoregolazione economica, il vero luogo in cui dovrebbe battere il cuore di tutti; nel secondo caso, si affida alla lotta di classe il compito rivoluzionario di accompagnare l’umanità alle soglie della sua rigenerazione totale, fatta di una società senza classi. Forse senza più individui e persino senza popolo.

In tempi molto più vicini a noi potremmo ritrovare, ormai sulla soglia fra vecchio e nuovo millennio, qualche traccia dell’antico duello fra l’idea illuminista e quella romantica di popolo nel dibattito, tipicamente nordamericano, tra liberali e comunitari: cioè tra quanti chiedono alla politica di rinunciare a farsi carico del bene, che va lasciato alle scelte dei singoli, accontentandosi di una generalissima teoria della giustizia, e quanti, al contrario, tornano a proporre l’appartenenza comunitaria come il contesto concreto in cui le persone, condividendo un fine comune, apprendono e praticano l’alfabeto narrativo dello stare insieme.


4. Proviamo finalmente ad atterrare, dopo questo rapido excursus a volo d’uccello, dentro il nostro tempo e il nostro spazio pubblico europeo: non è difficile ritrovare un’eco del nostro viaggio nell’opposizione sorda e sempre più dura di alcuni paesi dell’est Europa contro le istituzioni comunitarie, di cui pure da poco tempo sarebbero parte: da un lato apparati anonimi e impersonali, ostaggio della logica burocratica del “politicamente corretto”, che vorrebbero mettere la sordina a qualsiasi richiamo identitario e hanno avuto persino paura di evocare le radici cristiane dell’Europa nei propri atti fondativi; da un altro lato, comunità identitarie compatte, strette attorno al proprio leader (come nel caso di Viktor Orbán e del suo spregiudicato tentativo di trasformare lo Stato ungherese in una laboratorio politico della neodestra cristiana). Comunità che si aggrappano ai propri valori identitari, mettendo nello stesso pacchetto simbolico – forse con una benedizione imprudente di alcuni pastori – la devozione popolare e le sacre frontiere, ultimo avamposto tra la cristianità e gli infedeli. Anche se poi la cristianità può essere molto di facciata e gli infedeli sono disgraziati senza scimitarre, spinti solo dalla fame e dalla disperazione.

Ecco la nuova forma di un pendolarismo antico: da un lato, la retorica dell’unica comunità europea, un po’ vera e un po’ ipocrita, che guarda dall’alto in basso i popoli che la compongono, promettendo solo benessere, salvo poi scaricare su alcuni la grana dell’immigrazione; da un altro lato, la retorica sovranista delle piccole patrie, un po’ nostalgica e un po’ arrogante, che riconosce l’appartenenza comunitaria più quando c’è da prendere che quando c’è da dare.

Da un lato il trionfo di un gigantismo senz’anima, che fa assomigliare l’Europa a un mastodontico supermercato dell’amministrazione pubblica; dall’altro il trionfo di quella che anche Bergson ha chiamato una “società chiusa”, anch’essa senz’anima, fatta di una regressione quasi biologica, incosciente cinghia di trasmissione dei nazionalismi che ci hanno regalato due guerre mondiali. Nel primo caso l’etico coincide con il tecnico, nel secondo si confonde con l’etnico.

Ancora: da un lato, il cristianesimo è bandito da una sfera pubblica ormai desertificata, emarginato come un intimismo folcloristico e irrilevante; dall’altro lato, il cristianesimo è invocato come un ingrediente simbolico per riconsacrare le frontiere dell’esclusione e sdoganare culturalmente un neopaganesimo di ritorno. In fondo, chissà, questi due paradigmi potrebbero anche essere riletti in parallelo con quanto papa Francesco scrive in Gaudete et exsultate, quando mette in guardia contro lo gnosticismo, come una forma di razionalismo disincarnato, privo di amore, e contro il pelagianesimo, come una forma di autogiustificazione volontaristica, priva di umiltà. Due derive, non a caso, che proprio Agostino ha combattuto per tutta la vita.


5. Questo, secondo me, è il bivio in cui oggi ci troviamo, come credenti e come cittadini: società anonima, al limite dell’impersonale, che predica la tolleranza e razzola nell’indifferenza, o comunità chiusa, al limite del populismo, che predica l’identità e razzola nell’intolleranza. Due modelli certamente molto diversi, rispetto ai quali è sin troppo facile la tentazione di imboccare una terza via tra opposti estremismi; due modelli che a volte mescoliamo in modo opportunistico, fino ad essere gelosamente individualisti nella sfera privata e accanitamente moralisti nella sfera pubblica.

Eppure sembra esserci una patologia comune alla radice di processi culturali e politici così diversi. Vorrei suggerire, come ultimo passaggio, tre possibili percorsi di approfondimento del discorso.


5.1 Anzitutto, dobbiamo tornare a percorrere in modo nuovo la via della persona: riconoscere e onorare la sua dignità infinita e senza prezzo, che parla il linguaggio della trascendenza e insieme della fragilità, che invoca l’assoluto del rispetto e lo straordinario della misericordia. Come ci ha insegnato il personalismo cristiano, c’è un legame sotterraneo tra l’individualismo della società di massa e il populismo della società vitale: è l’abbassamento del baricentro sociale, che da una parte celebra i diritti insindacabili dell’individuo padrone di sé e del proprio corpo, e dall’altra insegue il mito di un nuovo tribalismo viscerale, fatto di solidarietà corte e di esclusioni facili.

L’individualismo diventa, a questo punto, il vero partito trasversale e la via della persona l’unica reale alternativa. Ha scritto Dostoevskij ne I fratelli Karamazov: «Nel nostro secolo […] gli uomini si sono divisi in tante singole unità, ognuno si ficca nel proprio buco da solo, si nasconde e nasconde quello che ha, e così va a finire che respinge lontano da sé gli altri uomini e viene a sua volta respinto, sempre per colpa sua». Descrivendo così l’esito estremo dell’atomismo moderno, Dostoevskij non avrebbe potuto immaginare la portata profetica delle sue parole. Il buco in cui ognuno si ficcava, nel 1879, per nascondersi e respingere, secondo il linguaggio provocatorio del grande scrittore russo, oggi ha molti nomi; non è solo lo smartphone e non riguarda solo alcune esperienze di nicchia nella vita di relazione, ma possiamo leggervi la metafora di una più complessa patologia relazionale.

La scala ascendente di contatti, relazioni, legami oggi ci appare, paradossalmente, come una piramide capovolta, che ha al suo vertice un’idea di convivenza fatta di contatti disincarnati, mordi e fuggi; contatti senza relazioni e senza legami, capaci di alimentare solo rapporti effimeri e slegati, rispetto ai quali la rete vorrebbe accreditarsi come un antidoto, mentre in molti casi ne diventa un vero e proprio agente patogeno, soprattutto quando i contatti galleggiano in una vita senza storia e i profili diventano una maschera dei volti. Ha ragione Edmond Jabès, quando scrive: «La distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi» (Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato, p. 61); «lo straniero ti permette di essere te stesso, facendo di te uno straniero» (p. 11). Ritrovare gli altri per ritrovare se stessi, ritrovare se stessi per ritrovare gli altri. Al cuore della persona.


5.2 In secondo luogo, dobbiamo percorrere la via che sa articolare le differenze e attraversare i conflitti. Sempre Agostino, nel testo da cui sono partito, ci ricorda che l’intera trama della vita sociale è fatta di un tessitura delicata e vitale di almeno tre cerchi concentrici, rappresentati dalla dimensione familiare (domus), civile (urbs) e planetaria (orbis). Una pluralità di articolazioni alle quali corrispondono forme diverse di profondità comunitaria e di presidi istituzionali, e che forse domanda di bilanciare l’allargamento dello spazio politico con forme di autonomia partecipativa nell’esercizio dei diritti democratici, liberando il grande disegno del federalismo personalista dalle strumentalizzazioni scissioniste che ne hanno fatto il cavallo di Troia degli egoismi locali più indecenti.

È difficile promuovere un’idea generica di popolo, che non sappia riconoscere la cellula familiare e lo spazio pubblico della città e dello Stato. Chi proclama la fine della famiglia non ha molto da rallegrarsi: gli stessi solventi, immessi nelle vene profonde della società per sciogliere la famiglia in un amore liquido, anzi ormai allo stato gassoso, stanno facendo egregiamente il loro lavoro anche nell’erodere le altre mediazioni istituzionali, a cominciare dalla istituzione stessa dello stato nazionale, che sembra avere gli anni contati, stretto tra universalismi globali e particolarismi locali. Azzerando queste articolazioni intermedie, la vita pubblica diventerebbe – e sta già diventando – una prateria in cui le multinazionali possono spadroneggiare indisturbate su una società fatta solo di produttori e consumatori, strozzata in una spirale consumistica, che finisce persino per attizzare e spegnere i conflitti e i focolai di guerra a seconda delle esigenze di mercato. In fondo, dentifrici e mine antiuomo sono solo voci di una partita doppia, il cui unico algoritmo che conta è quello del profitto.

D’altro canto, è altrettanto difficile proclamarsi alfieri della famiglia, che è pur sempre all’origine di una storia generativa di vita e di riconoscimento, illudendosi di poter vivere come se il mondo non ci fosse, quindi pensando lo spazio sociale come un arcipelago di isole felici e autoreferenziali, separate da un mare non navigabile, o diventando addirittura complici di una cannibalizzazione della politica ad opera di piccole e grandi lobbies. In questo modo si abbandona al suo destino anche un’idea universale di umanità alla quale dobbiamo, nel secolo scorso, conquiste epocali, come l’Organizzazione delle Nazioni Unite, il rifiuto del razzismo, dell’apartheid o della guerra nucleare. Tutte battaglie che si possono combattere solo se siamo davvero convinti che i tanti popoli sono articolazioni differenti di un solo popolo.

La seduzione populista nasce precisamente calpestando questo snodo, cioè sognando una comunità pura e compatta, cementata da una storia e una geografia in miniatura, che vuole espellere all’esterno impurità, differenze e conflitti; che ha bisogno del mito del nemico come capro espiatorio di tutti i mali. Una società chiusa che non ama le mediazioni e meno ancora la fatica della democrazia o il rispetto della legalità, mettendosi a occhi chiusi nelle mani di un capo carismatico, nella convinzione che la politica sia solo questione di feeling. Un pericolo che forse è peggiore dell’altro, solo perché ce l’abbiamo anche in casa nostra e forse ne siamo addirittura complici involontari.


5.3 Infine, dobbiamo ricominciare a percorrere la via del bene che accomuna e che comincia da una semplice domanda: che cosa c’è tra noi? La possibilità di raddrizzare la piramide rovesciata di contatti, relazioni, legami dipende dalle risposte che sapremo dare a questa domanda, che ci pone dinanzi a un bivio: che cosa c’è tra noi? Solo la occasionalità di contatti effimeri, o relazioni appese alla spada di Damocle della reciproca convenienza, che è il volto perbenistico dell’individualismo, o i legami della terra e del sangue, che ne sono il volto ancora più torbido e istintivo? Ci sono i “solventi” del sospetto, dell’avidità, del risentimento o i “collanti” della fiducia, del dono e del perdono? Come riconciliarci con il bene che è comune, che è esattamente la nostra casa comune, fatta anche di cose, cioè di beni di uso comune? Comune, cioè munus condiviso: dono che ci precede e compito che ci interpella.

Forse la sfida di Agostino è ancora attuale: l’amore è il nome più alto della giustizia; la precede in quanto capace di generare di concordia e la riscatta, senza sconfessarla, in quanto capace di rigenerare la discordia. Il problema è innalzare il baricentro dell’amore, sottrarlo alla cattura narcisistica, restituirgli il brivido e la responsabilità degli orizzonti alti, dei tempi lunghi, della grande storia, dei sogni a occhi aperti. Se i popoli, oggi più che mai, hanno bisogno di un supplemento di anima, occorre ritrovare il cuore del popolo, della res populi, nella trascendenza del bene. Solo il legame che accomuna dall’alto può essere universalmente inclusivo: può stringere senza soffocare, può far incontrare, dialogare e crescere insieme i diversi. Può fare di tanti popoli un solo popolo: un poliedro, più che una sfera, secondo la felice metafora di papa Francesco (EG, 236).

Come cristiani, per una grazia inaudita, possiamo chiamare per nome questo mistero della trascendenza del bene, riconoscervi un volto infinitamente personale al quale addirittura dare del tu; nello stesso tempo, laicamente dobbiamo tradurlo – senza tradirlo – in parole convincenti, in pratiche di vita esemplari, in una forma associativa popolare, in senso quantitativo e qualitativo. Come è sempre un vero popolo. Forse l’ingrediente più semplice e prezioso, indispensabile per quest’opera di testimonianze personale e associativa, è proprio quella santità feriale, che papa Francesco ci chiama a riscoprire come un cammino comunitario, fatto di preghiera costante, di pazienza e mitezza, di audacia e fervore, di gioia e persino senso dell’umorismo. Una santità popolare, che comincia dalla porta accanto, è il primo passo – e forse anche l’ultimo, quello decisivo – per farci ritrovare una voglia di cielo con cui redimere i nostri piccoli sogni fatti di terra.

Video delle due relazioni 


giovedì 15 marzo 2018

Per chi suona la CAMPANA

:
I risultati delle elezioni politiche italiane del 4 marzo 2018, anche se largamente prevedibili, hanno segnato comunque un risveglio brusco, dopo una campagna elettorale lunghissima e - ahimè - in gran parte fondata sul nulla. È difficile azzardare previsioni, mentre è doveroso, anche se difficile, impegnarsi in qualche valutazione, anche se per forza di cose generale (spero non generica). Provo a condividere un piccolo percorso di riflessione, in 7 mosse.

1. Astensionismo
L'affluenza al voto è stata del 72,93%. Se si pensa che fino alla fine degli anni '70 l'affluenza superava il 90%, non si può non registrare con preoccupazione che la disaffezione degli italiani al voto sta aumentando in modo lento, ma progressivo. Mi pare di capire che se consideriamo come un non voto di fatto anche l'insieme delle schede bianche o nulle (che molto spesso equivalgono a un'astensione), dovremmo essere al primo posto in Europa. I 27 elettori su 100 che non hanno votato - in  un appuntamento elettorale ordinario e certamente nevralgico - potrebbero dividersi tra gli apatici, menefreghisti cronici, e i protestatari, convinti in questo modo di "dare una lezione" (a chi?). Non so francamente chi siano i più stupidi, ma se penso che la Repubblica italiana ha garantito loro la scuola almeno fino a 14 anni, viene da piangere…

2. Le due Italie
Un dato abbastanza preoccupante - a mio avviso, più preoccupante dei risultati politici - è l'embrione di una spaccatura tra Nord e Sud; fenomeno di per sé non nuovo, ma certamente nuovo e piuttosto grave, se si pensa che si sta profilando una coincidenza tra divisione geografica e spartizione politica. Se è vero che il centro-destra tende a egemonizzare le regioni del nord e il Movimento 5Stelle quelle del sud, e se questa tendenza dovesse consolidarsi (o peggio radicalizzarsi) nel prossimo futuro, potrebbe profilarsi una conflittualità non più controllata o ridimensionata dalle forze politiche, ma addirittura esasperata ed estremizzata. Mettere gli uni contro gli altri è certamente l'ultima cosa di cui abbiamo veramente bisogno. Ne sono consapevoli le "nuove" forze politiche o questo potrebbe addirittura essere un obiettivo che, tutto sommato, non disdegnano?

3. Tra vecchia e nuova (?) politica
Un altro tratto che mi sembra emergente riguarda la crisi delle categorie politiche più tradizionali, solitamente identificate dall'opposizione tra destra e sinistra. Pur tra le difficoltà storiche di tracciare una linea di demarcazione netta (come anche Bobbio ci ha insegnato), restava comunque una sostanziale differenza di paradigma politico tra destra e sinistra, che ora appare entrata in crisi. Anche per colpa di un doppio suicido politico: a destra, il campione del liberalismo ha sdoganato la tigre dell'estremismo fascista-sovranista, nella convinzione di domarlo, di fatto alla fine riducendosi a una minoranza folcloristica e irrilevante al suo fianco; a sinistra, la mai digerita logica democratica delle primarie è stata sepolta da un purismo ideologico che a malapena è riuscito ad ammantare logiche di risentimento personale e di bassa cucina. All'antitesi tra destra e sinistra si è sostituita l'antitesi tra vecchio e nuovo, abilmente fatta coincidere con l'antitesi tra puro e impuro. Con una variabile non secondaria da mettere nel conto: l'incompetenza. Molti dei nuovi leader che si sono affacciati alla ribalta politica sono persone politicamente inesperte, che faticano persino a scegliere collaboratori capaci e affidabili, e - cosa ancora più grave - prive di esperienze professionali e lavorative importanti, con le quali abbiano accettato umilmente di mettersi alla prova. Alla faccia del mito del curriculum…

4. Oltre l'Italietta
Un vero "buco nero" della campagna elettorale è stata la proiezione internazionale e quindi la politica estera. Nell'immediato dopoguerra la collocazione internazionale era il biglietto da visita di ogni vero partito politico. Ora, tra gli emergenti, si preferisce glissare. Affermazioni superficiali e volubili sullo scenario europeo (dall'eurozona alla Commissione europea…), sostituite da affermazioni patetiche, da bar dello sport (del tipo: "In Europa ci faremo sentire…"). Ambigui ammiccamenti ai leader più equivoci e francamente pericolosi, da Putin a Orbán. D'altra parte, se Trump, scatenando la guerra dei dazi, sembra aver affossato ogni differenza tra alleati e nemici degli Usa, cosa volete che facciano i leader nostrani? Sognano un'Italietta autarchica, emarginata e insignificante, da egemonizzare con poche parole d'ordine… Diplomazia internazionale, azioni concertate, ruolo strategico nel Mediterraneo, cultura della pace e dell'integrazione sono scenari impegnativi, che richiedono tempi lunghi e capacità di tessere… Basta accattivarsi le simpatie di qualche dittatore di turno. La Pira sembra appartenere a un altro pianeta.

5. Di populismo si può morire
Un minimo comun denominatore, che sembra attraversare il "nuovo", resta comunque la deriva populista, cioè un'interpretazione viscerale e vitalistica della politica, che esonera dalla fatica della elaborazione condivisa, dal tirocinio arduo della competenza, dai percorsi complessi della partecipazione democratica, da un autentico senso delle istituzioni. Per il populista la democrazia è semplicemente "questione di feeling": consonanza compatta con i "miei" e ostilità assoluta con tutti gli "altri"; sospetti verso chi pensa con la propria testa; fedeltà incondizionata dei collaboratori (che autorizza, come sta facendo Trump, a far cadere una testa dopo l'altra). Ciò che conta è la purezza del mio gruppo contro il resto del mondo: per preservarla, contano solo velocità e spregiudicatezza; le procedure sono "trattabili", ciò che conta è il risultato. Ma velocità e spregiudicatezza sono armi a doppio taglio: come ci insegna la storia, sulla stessa ghigliottina - simbolica, per fortuna - destinata agli avversari prima o poi possono cadere anche le teste di chi l'ha fabbricata…

6. La presenza (?) dei cattolici
In questo scenario postelettorale brilla come non mai l'assenza dei cattolici. Intendiamoci, c'è stato un lungo purgatorio, dopo la fine della Democrazia Cristiana, che dovrebbe averci insegnato qualcosa. Non solo sulla fine DEL partito DEI cattolici, ma anche sulla difficoltà e sulla credibilità di UN partito DI cattolici. Abbiamo imparato che non si può vivere di nostalgie egemoniche che sono ormai fuori dalla storia, ma non possiamo nemmeno accontentarci di operazioni lobbistiche e furbastre di piccolo cabotaggio, basate sull'appropriazione di vessilli d'altri tempi. Persino la rivendicazione di valori alti e nobilissimi può risolversi in un'operazione equivoca e suicida, se la mettiamo in mano di gruppi di potere spregiudicati e cinici, guidati da persone che avranno anche una grande fede religiosa, ma che purtroppo non fanno nulla per manifestarla. Senza dimenticare, come ci ricorda Hans Schelkshorn su "Vita e Pensiero" (1, 2018), tutte le vischiosità vergognose dei flirt tra nuova destra in Europa e cristianesimo, spesso benedetti dalle gerarchie: Polonia, Austria, Ungheria…

7. Ma gli elettori che cosa vogliono veramente?
Questa è l'ultima domanda, con la quale vorrei riallacciarmi a un post precedente (Caccia all'elettore che non c'è). L'interpretazione della volontà dell'elettorato è sempre un'operazione difficile, che diventa rischiosissima quando questa volontà non solo è confusa e fluttuante, ma nasconde retropensieri non proprio dichiarabili ad alta voce. Personalmente, ho l'impressione che molti non-cittadini della non-società postmoderna ormai guardano alla democrazia non certo come la forma più alta della partecipazione al governo della cosa pubblica, ma come una semplice cambiale in bianco - a scadenza ravvicinata -, data a quelle forze che non vanno troppo per il sottile nel fare il lavoro sporco per noi, nascondendo sotto il tappeto quello che non vogliamo vedere. Non vogliamo vedere immigrati in mezzo a noi né apparati sovranazionali al di sopra di noi; non vogliamo vedere ragazzi in difficoltà, poveri che chiedono l'elemosina, emarginati, insomma il mondo reale in cui "vincenti" e "perdenti" vivono gomito a gomito e di cui noi stessi facciamo parte. Vogliamo una gigantesca - e ovviamente impossibile - opera di bonifica e disinfezione sociale, capace di espellere, ghettizzare e occultare il negativo: rimpatri forzati (non si sa bene come…), megacarceri, comunità di recupero, persino case chiuse sono l'unica utopia al rovescio che a volte, nel nostro nichilismo ottuso, siamo capaci di sognare. Basta trovare qualcuno che se ne faccia carico con promesse impossibili e che si dichiari capace di seppellire per noi tutto il vecchio di cui ci vergogniamo (e di cui siamo in gran parte responsabili). 
In realtà, nessun uomo è un'isola. Nessuno: nessun cittadino, nessuna forza politica. Dobbiamo sempre ricordarcene, per non essere vittime delle nostre stesse presunzioni. Come ci ha insegnato John Donne, "non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te".

martedì 27 febbraio 2018

Caccia all'ELETTORE che non c'è


Le elezioni politiche in Italia sono ormai alle porte. Ogni tornata elettorale è importante nella vita democratica di un Paese, ma è inutile nascondersi che questa volta avvertiamo di essere davanti a una svolta, forse un punto di non ritorno. 
Un ritorno frettoloso e rabberciato al sistema proporzionale, più o meno corretto, ha scatenato una guerra di alleanze strumentali e ricatti sotto banco, indegni di un paese democratico.  
La storica confluenza di appartenenze politiche diverse nella esperienza dell'Ulivo appare sempre più in bilico: gli apparati di partito del PD che hanno fatto finta di credere nelle primarie, dopo averle perse si sono ripresi la propria autonomia
In un sistema-paese messo a terra dalla corruzione, impoverito dalla crisi e impaurito dagli "stranieri", stanno crescendo, paradossalmente, due proposte politiche di segno contrario: accanto a chi rivendica il monopolio del "nuovo", in nome di un purismo che è difficile realizzare persino in casa propria, riprendono fiato quelli che invece sognano il "vecchio", anche a costo di imbarcare nell'impresa nostalgie eversive senza la capacità di controllarne le pulsioni più violente, dopo averle irresponsabilmente sdoganate.
Qualche mese fa, in tempi non sospetti, ho provato a fotografare alcuni attributi fondamentali che, a mio giudizio, dovrebbero essere alla base di un autentico impegno politico: I cinque gradini per (non) scendere (troppo) in politica. Temo - ahimè - che oggi si possa aggiungere (o togliere) poco.
Potrebbe essere utile, invece, rovesciare l'obiettivo e "fotografare i fotografi", cioè fare l'identikit non di alcuni candidati ma di alcuni elettori. E siccome è molto di moda contrapporre ai vizi dei primi le virtù dei secondi, vorrei provare questa volta a capovolgere l'ottica, per cercare di vedere che cosa non va nell'elettorato che affronta in modo così impolitico - spaventosamente umorale e del tutto inadeguato - un appuntamento vitale per il presente e il futuro del nostro Paese. Per simmetria, anche in questo caso, vorrei indicare 5 atteggiamenti di base. Non nego la responsabilità dei politici nell'alimentare questi atteggiamenti, ma almeno per un momento proviamo soprattutto a rimuovere la trave dal nostro occhio…

1. Antipatia viscerale
Un mix di spettacolarizzazione mediatica e di falso presidenzialismo sta trasformando il voto in un applausometro. Il partito, di fatto, è una persona, non un progetto e una squadra. E la persona diventa immediatamente un eroe o un nemico non per le cose che ha detto o fatto, nelle condizioni in cui si trovava, ma per i suoi tic, il suo carattere più o meno telegenico, le sue battute, il suo "piglio". Insomma, alla fine, è solo questione di feeling. Risultare visceralmente simpatico o antipatico, per un uomo politico, non è come ispirare o meno fiducia: la fiducia è fatta di credibilità, di storia personale, di relazioni; la simpatia tocca invece le corde più superficiali e immediate dell'emozione. Il manicheismo insindacabile nella classificazione delle persone ne è una prova inequivocabile: la scena politica è fatta solo di campioni o di manigoldi, senza via di mezzo. Non riusciamo più a distinguere la singola azione dalla globalità di un comportamento politico, e la globalità di un comportamento politico dalla dignità della persona. Dobbiamo ammetterlo: gli elettori viscerali aumentano, la maturità di giudizio si abbassa.

2. Risentimento cieco
Il risentimento è uno stadio ulteriore rispetto all'antipatia: si tratta di un'antipatia potenziata dalla rabbia, accecata dall'ira, spesso avvelenata dall'odio, che scatena una escalation alla fine incontrollabile. A questo livello, le parole prendono il posto delle emozioni, innescando una miscela pericolosa, il cui detonatore è rappresentato dalla logica del "capro espiatorio". Quando le cose ci vanno male, basta intercettare il qualunquismo distruttivo che dilaga ovunque (dal parrucchiere alla metropolitana…), rilanciato dal tam tam dei social, per scaricare su un altro le colpe di tutto. Il risentimeno non va troppo per il sottile: ogni distinguo nasconde un complice pericoloso. Soprattutto non riesce quasi mai a trasformare l'energia distruttiva in energia costruttiva: oltre il grande falò purificatore, in cui dovranno bruciare le persone insieme alle istituzioni, non c'è molto altro che conta.


3. Superficialità miope
Uno stadio più evoluto e "civilizzato" del risentimento è quello di chi vorrebbe guardare ai risultati immediati più che lasciarsi dominare dalle "passioni tristi". Tuttavia è un elettore di corte vedute: non ha una buona memoria e si dimentica facilmente del passato; non guarda lontano, diffida di progettualità impegnative, ama le cose a portata di mano, si lascia irretire dalle facili promesse. Cambia spesso casacca, la fedeltà non è il suo forte. Per questo, è affascinato dalle persone brillanti - quasi sempre dirette e superficiali -, che presentano una lista di misure immediate: i primi 100 giorni, il primo giorno, il primo atto di governo… La politica è una cosa complicata; meglio un uovo oggi che una gallina domani. Non potendo avere troppo, accontentiamoci di qualcosa.


4. Lobbismo interessato
A un altro livello collocherei l'elettore interessato a conseguire un obiettivo preciso, spesso settoriale, ma per lui molto importante. Il disegno più ampio gli interessa di meno; è persino disposto a chiudere un occhio (in qualche caso tutti e due), pur di portare a casa un impegno preciso per il proprio gruppo. Infatti, non agisce quasi mai da solo; fa parte di un gruppo di pressione organizzato, al quale manca una rappresentanza politica, ed è disposto a vendere cara la pelle al miglior offerente. Non è detto che cerchi per forza un tornaconto personale immediato o che il suo sia un bieco opportunismo; spesso si batte per la difesa  di diritti importanti o di valori molto alti. Non riesce, però, a inquadrarli in un progetto politico ed è convinto che un nobile ideale possa purificare e giustificare qualsiasi alleanza.

5. Indifferenza (senza aggettivi)
Rispetto a questi atteggiamenti, l'indifferenza oggi è il grande oceano da cui essi emergono come piccoli arcipelaghi. La vera indifferenza non ha bisogno di aggettivi: è nemica dichiarata delle differenze. Può avere le motivazioni più svariate: delusione cocente per un'esperienza negativa di partecipazione (magari in qualche consiglio comunale…), idolatria del lavoro, allergia alla babele delle ideologie, incapacità di gestire i conflitti decisionali, o ancora qualcosa di molto meno sofferto, come un'invidia meschina o menefreghismo allo stato puro. Lui, semplicemente, non vota. Se in passato magari si vergognava di ammetterlo, oggi avverte che l'aria è cambiata e non è più solo; potrebbe persino trasformare la rinuncia in un nuovo proselitismo, ma non ha voglia di iscriversi al partito dell'astensione. Gli basta astenersi. Non chiedetegli troppo: il vero indifferente non è in grado nemmeno di spiegarti la differenza fra il voto e l'astensione.

Che cosa hanno in comune questi atteggiamenti? Una distanza - più o meno grande e più o meno grave - dalla politica. O meglio, dall'invenzione più alta della politica, che è la vita democratica. Perché la politica resta e continuerà a dominare la scena, ma la democrazia, forse, rischia di passare. Con la nostra complicità. 

giovedì 8 febbraio 2018

INDIFFERENZA e VIOLENZA: le due sorelle siamesi

Mercoledì 7 febbraio, metà pomeriggio, Consiglio di Dipartimento. In coda, due interventi di rappresentanti degli studenti, di una maturità esemplare: non è affatto vero che saggezza e responsabilità dipendono sempre dall'anagrafe. Uno, in particolare, mi ha ferito profondamente. Poche parole, intense e spaesate, alla fine travolte da una tensione emotiva prossima al pianto, in un silenzio assoluto e partecipe:  "Io ho paura. Ho paura di uscire di casa, di uscire da solo, di uscire per andare nella mia università". Parole innocenti, questo è il punto. Il colore della pelle non può essere una colpa. In nessun caso. Pensavamo che questa verità elementare, emersa da una storia avvelenata e grondante di sangue, non avesse più bisogno di essere ripetuta nel pianto.
Indifferenza e violenza oggi sono due gemelle siamesi: non sono una sola persona, non riescono a guardarsi in faccia, ma nemmeno a separarsi l'una dall'altra. L'indifferenza alle differenze, che è un po' la "formula chimica" dell'individualismo, anzi dell'atomismo sociale dilagante, è un solvente che consuma i legami di cittadinanza, ab-solve dalle relazioni, anestetizza la responsabilità, s'illude di rimuovere i conflitti rintanandosi dentro il recinto del proprio egoismo e stendendo attorno ad esso un cordone sanitario impenetrabile. Forse la prima violenza comincia proprio da qui: espellendola all'esterno della mia minuscola "società vitale" e trasformando l'altro in un potenziale nemico. Ogni contatto ravvicinato può diventare un pericolo, se non siamo noi a controllarlo. La violenza è sempre all'esterno. 
Di questo passo la nostra società sta rapidamente perdendo tutte le difese immunitarie nei confronti della violenza. Le generazioni dei nostri nonni e genitori hanno conosciuto la violenza della guerra; una violenza in qualche modo istituzionalizzata: dichiarata, codificata, protetta persino dal diritto, per evitare lo sconfinamento nel crimine e poterlo perseguire. L'umanità, nel cuore del Novecento violentato da due guerre mondiali, sembra aver imparato la lezione: ha istituito organismi internazionali per promuovere la pace e perseguire i criminali, ha cercato di superare la guerra fredda e ottenuto un po' di disarmo nucleare.
Nel frattempo il virus della violenza ha conosciuto una mutazione genetica: ha cominciato a spostarsi dalla trama dei rapporti lunghi a quella dei rapporti corti; si è insediato come un parassita nell'ordine degli affetti, ha iniziato ad accendere focolai pericolosi tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra persone innamorate, tra insegnanti e alunni. La fine di un amore sempre più spesso coincide con la fine di una vita. La piaga del femminicidio ne è l'esempio più atroce. L'alunno che sfregia l'insegnante, l'aggressione con l'acido alla propria compagna sono i primi gradini di una escalation che si conclude con vittime sgozzate, cadaveri smembrati, buttati ai bordi di una strada.
Questa profanazione estrema della persona, della sua vita e della sua dignità (anche dopo la morte), destabilizza la convivenza e immette nelle vene profonde delle nostre comunità il senso oscuro di una precarietà e insicurezza sociale che pesa come una spada di Damocle sulle nostre vite fragili, incapaci di gestire i conflitti e sempre pronte a identificarli con qualcuno/a da tenere a distanza o da sopprimere.
È vero che è in calo il numero degli omicidi in Italia, passati da 1.442 nel 1992 a 343 nel 2017! Ma forse è cresciuta l'efferatezza, perché la percezione della violenza aumenta, trasformandosi rapidamente in allarme sociale.
Prima o poi arriva il momento in cui questo processo di fuga dai conflitti e di sospetto generalizzato verso gli altri, i più "lontani" e "diversi", è intercettato e trasformato in una una bandiera. Comincia così un'operazione in grande stile di produzione ideologica del nemico. Un'operazione a bassissimo costo e ad altissimo rendimento. Non servono grandi idee, bastano slogan mediocri. L'importante è intercettare l'indifferenza, trasformarla in paura e farle balenare davanti soluzioni chirurgiche e indolori. Ciò che conta è bonificare lo spazio attorno a noi. Un'ideologia istintiva e totalitaria diventa la panacea universale. 
È parte di questa strategia - si fa per dire - screditare l'educazione, delegittimare il sapere, affermare che basta la pancia e non serve la testa per risolvere i problemi. A questo punto, indifferenza e violenza si danno la mano, le due sorelle siamesi si riconoscono e si legittimano reciprocamente. L'indifferenza fornisce l'acqua in cui nuotano gli squali dello scontro sociale, avanguardia agguerrita di chi sogna un impossibile ritorno al passato.
Quello che è accaduto e sta accadendo a Macerata è una tragica esemplificazione di un fenomeno diffuso - più di quanto s'immagini - che tocca tutti.
Non è solo la punta dell'iceberg che deve preoccuparci. E non è vero che il male è sempre altrove; il male è sempre ovunque e dovremmo cominciare a cercarlo anche nel posto dove di solito guardiamo di meno: nel nostro egoismo, ammantato di perbenismo e indifferenza.  
Non esiste il nemico, ma esistono ideologie pericolosissime che lo fabbricano, trasformandolo nel capro espiatorio di tutti i conflitti, le paure, i problemi che ci affliggono. Per spezzare questo circolo vizioso, grossolano e infernale, dobbiamo evitare di cadere nella trappola: offrire su un piatto d'argento ai violenti che cavalcano la paura proprio quello scontro frontale di cui hanno un disperato bisogno per sentirsi vivi.
Sapremo scongelare l'indifferenza e, solo attraverso una ritrovata solidarietà sociale, isolare e neutralizzare la violenza? Ecco la grande sfida dei prossimi anni.
Modificando un aforisma, molto caro a Martin Luther King, ma in realtà attribuibile a Goethe, giocato sul binomio paura/coraggio (in questo caso equivocabile), oggi lo aggiornerei così:
"Un giorno la Paura bussò alla porta, la Solidarietà andò ad aprire e vide che non c'era nessuno".

sabato 3 febbraio 2018

L'ultima overdose

Ha scritto René Girard: "Il Male esiste ed è il desiderio metafisico stesso, è la trascendenza deviata, che tesse gli uomini al rovescio, separando ciò che essa pretende di unire, unendo ciò che pretende di separare. Il Male è il patto negativo dell’odio a cui tanti uomini aderiscono per la loro reciproca distruzione". 
I fatti di Macerata di questi giorni offrono un concentrato mostruoso di questa "trascendenza deviata": una ragazza che non riesce a uscire dal tunnel; la fuga da un percorso di liberazione che forse per lei era troppo in salita; lo schianto agghiacciante e il macabro rituale per cancellare - a qualsiasi prezzo - una storia incancellabile; la vendetta disperata, per conto terzi, di uno schizzato, che beveva a piccole dosi il veleno dell'odio e che alla fine - anche lui! - si è arreso nel peggiore dei modi all'ultima overdose della violenza allo stato (im)puro.
Il male che esplode come "patto negativo dell'odio" non ha nulla a che fare con un terremoto o un'eruzione vulcanica: eventi a volte ancor più devastanti, ma che non si portano dietro quell'alone di radicale smarrimento in cui vacilla il senso stesso della nostra fragile umanità. Noi non conosciamo - è vero - l'ora X che fa tremare la terra sotto i nostri piedi o che trasforma un vulcano in un infernale rigurgito di lava; ne siamo certamente spaventati, feriti a morte, senza tuttavia provare quell'angoscia profonda che scaturisce dalla scoperta di un'intenzione malvagia, di un assurdo capovolgimento di quella differenza fra bene e male, di cui parla Girard.
La faglia dell'Appennino centrale può essere pericolosissima, ma non è cattiva. Non ha intenzioni cattive. Se le nostre conoscenze fossero più sviluppate, potremmo sapere di più, prevedere di meglio, attrezzarci meglio. Nel caso del male morale, invece, tutto questo è per principio impossibile. La radice ci sfugge: è intorno a noi, persino dentro di noi. 
Non esiste l'algoritmo del male, con il quale illuderci di neutralizzare il mistero, prevenire il crimine e deportare in un mega campo di concentramento tutti i carnefici potenziali, perché le vittime possano sentirsi tranquille.
Non volendo scavare nel mistero, allora, ci aggrappiamo a brandelli superficiali di mezze verità, che trasformiamo in assolute certezze, da sventolare come i vessilli della nostra innocenza. Ci basta l'ultimo anello della catena: ma come, una comunità di recupero non è sicura? Dopo aver censurato Muccioli perché legava i tossicodipendenti, ora disinvoltamente vorremmo fare al contrario; senza sapere, senza cercare di sapere. Perché sapere che la Comunità Pars, da dove Pamela è scappata, magari funziona benissimo, romperebbe lo schema e ci costringerebbe a ragionare troppo. 
Allo stesso modo, dinanzi al disagio di una società bacata, ci basta crocifiggere l'ultimo nigeriano di turno; anche in questo caso, cercare il pesce grosso dietro il pesce piccolo sarebbe un'operazione complessa e anche azzardata: forse potremmo trovare al fondo della catena un bianco rispettabile, che addirittura sui "neri" la pensa peggio di noi!
Abbiamo sempre bisogno di un capro espiatorio a portata di pelle, da immolare sull'altare delle nostre paure, bruciando in un bel fuoco purificatore i nostri sensi di colpa, le nostre omissioni, in qualche caso persino le nostre complicità.
Il capro espiatorio, di solito, è il luogo in cui convergono orde fameliche di sciacalli: rispetto ai disgraziati - un po' balordi, un po' cialtroni - che si aggiravano tra le case di Amatrice o di Visso, dopo il terremoto, questi sciacalli sono mille volte più ripugnanti: mandano avanti gli altri, non rischiano nulla e cercano di nobilitare il loro cinico opportunismo con beceri proclami identitari. Per fortuna sono facilmente riconoscibili: rozzamente primitivi, insopportabilmente populisti. Demagoghi dell'ultima ora, senza arte né parte, bravissimi a cavalcare la paura e a parlare solo alla pancia della gente.
Ma la notizia di oggi più grave di tutte - se possibile - è che l' "America First" di Trump intende rilanciare un piano nucleare in grande stile: più flessibile, più mirato, più "cattivo", capace di nascondere dietro il paravento dell'innovazione tecnologica una corsa al riarmo di cui è facile intuire gli interessi economici e l'irresponsabilità politica. Il pretesto che ci viene ammannito (il riarmo atomico della Russia) ha lo stesso odore delle "armi di distruzione di massa" (presentate, con tanto di slide, da Colin Powell all'Onu e mai trovate), che giustificarono l'attacco degli Stati Uniti di Bush a Saddam Hussein.E così si ricomincerà a mettere benzina dentro un serbatoio che speravamo svuotato per sempre. 
Forse si riaffaccia il pericolo di un'altra overdose nucleare. La logica è la stessa: alla base c'è sempre il "patto negativo dell'odio" che "tesse gli uomini al rovescio" e prepara una "reciproca distruzione". Quando la realtà diventa complessa, quando ragionare è difficile - e per qualcuno forse impossibile - la retorica del nemico alle porte di casa, pompata astutamente dai media, torna a macinare consensi a pieno regime. Con tutti i suoi antichi corollari, che non possiamo permetterci il lusso di dimenticare: il mito del capo, il discredito della politica, l'esibizione muscolare, l'impazienza di menare le mani.
Siamo in molti a rischiare l'ultima overdose, fatta di un cocktail micidiale di violenza e indifferenza.
Intanto i nostri ragazzi non credono più in una società capace di aiutarli e finiscono a pezzi in un trolley, mentre altri branchi di sbandati potrebbero trovare il loro eroe segreto in chi fa il saluto romano e comincia a sparacchiare a casaccio su un nemico inesistente.

sabato 20 gennaio 2018

Quando la PACE si dice in molti sensi: attualità di AGOSTINO


L’11 settembre del mondo antico

Alarico, re dei Visigoti, era giunto alle porte di Roma nel novembre del 408. Per due anni la pressione sulla città era stata estenuante. L’imperatore Onorio, sicuro nel suo rifugio di Ravenna, poteva permettersi di negare concessioni politiche, ma la simbologia del potere e soprattutto la vera ricchezza erano ancora concentrate a Roma. Inizialmente il Senato cercò di tacitare gli appetiti di Alarico con un contributo enorme, superiore persino alle spese, già inimmaginabili, destinate ai ludi circensi. Inutilmente: il 24 agosto del 410 le truppe di Alarico entrarono a Roma, scatenandosi in un saccheggio inesorabile. «Tre giorni dopo, quando i barbari lasciarono Roma – scrive Brown –, le statue dorate del Foro erano scomparse ed enormi carichi di piastre d’oro e d’argento erano stati portati via dalla città. Fra le tante altre ricchezze, il loro bottino comprendeva anche la grande cupola d’argento posta da Costantino sulla vasca battesimale adiacente alla basilica Lateranense, pesante da sola una tonnellata di argento massiccio».
In realtà, in quegli anni le ricchezze di Roma erano paradossalmente minacciate da due pericoli opposti, la cui connessione avrebbe avuto effetti devastanti: oltre ai barbari che volevano impadronirsene, c’erano anche i romani convertiti al cristianesimo che volevano disfarsene. Piniano e Melania la Giovane, ad esempio, entrambi appartenenti a famiglie molto facoltose, si erano sposati con il proponimento di dedicarsi a una vita ascetica; la rapida cessione di tutte le loro immense proprietà causò gravi contraccolpi sulla forza lavoro in agricoltura, mentre gli schiavi, che si sentirono pericolosamente abbandonati a loro stessi, entrarono in rivolta. I due eventi alla fine si ricongiunsero, come ci ricorda ancora Brown: «nel 409, una folla di schiavi abbandonò Roma per unirsi all’esercito di Alarico in avvicinamento. Quegli stessi schiavi, tra l’altro, potevano anche essere dei barbari ridotti in schiavitù come prigionieri di guerra, e molti di loro erano Goti, che non tardarono a mettersi sulla “strada della libertà” che portava all’accampamento dei loro connazionali».
In seguito al saccheggio di Roma, gran parte dell’aristocrazia romana si rifugiò in Africa, soprattutto a Cartagine, non solo perché il mare rappresentava una difesa sicura dalle scorribande dei barbari, ma anche perché i loro latifondi più produttivi erano proprio là, in particolare sull’altopiano della Numidia. Gli stessi Piniano e Melania, insieme a sua madre Albina, avevano intrapreso un lungo viaggio che li avrebbe portati in Africa, prima di approdare finalmente a Gerusalemme, nel 417, dove desideravano rivivere il fervore eroico e la povertà assoluta della prima comunità apostolica, ripetendo l’esperienza che era stata di Melania l’Anziana, madre di Albina.
I due episodi – il sacco di Roma e la scelta di povertà radicale dei cristiani convertiti – hanno indubbiamente una rilevanza diversa, soprattutto sotto il profilo politico, ma non se ne deve sottovalutare l’intreccio né l’eco che arriva direttamente al vescovo di Ippona. Cartagine era ormai una città di esuli romani, una sorta di seconda Roma in esilio, dove per un verso la cerchia più aristocratica intendeva recuperare autonomamente quel senso di innata nobiltà che un imperatore ormai troppo lontano non poteva riconoscere e un rozzo devastatore della città eterna non poteva estorcere.
[…]
Il disastro del saccheggio di Roma provoca un fortissimo shock, culturale prima ancora che politico, trasmesso e amplificato ai confini dell’impero, soprattutto in Africa, dalle famiglie benestanti che avevano abbandonato la città, preferendo l’esilio all’insicurezza. Alcuni sermoni, verosimilmente pronunciati dinanzi a profughi romani, curiosi di conoscere l’Autore ormai famoso delle Confessioni, ne offrono una testimonianza eloquente: «Roma è forse qualcosa di diverso dai Romani? Non si tratta di pietre o travi, di isolati altissimi e mura grandiose. Ciò era stato fatto in modo che un giorno sarebbe andato in rovina. L'uomo, quando costruisce, pone pietra su pietra; l'uomo, quando distrugge, rimuove una pietra dopo l'altra. L'uomo lo ha fatto, l'uomo lo ha distrutto. Dire che Roma cade è forse un’ingiuria?». Parole giudicate come eccessivamente severe, al punto che il vescovo ne viene a conoscenza, tornando a parlarne nel sermone per la festa dei santi Pietro e Paolo, del 29 giugno 411: «”
Non ci venga a parlare di Roma”, è stato detto a proposito di me: ”Oh se tacesse riguardo a Roma!”, come se io fossi qui a far della polemica e non piuttosto a pregare il Signore e, sia pure indegnamente, a esortarvi». E non manca il sarcasmo contro l’impotenza degli dèi pagani, che anticipa pagine famose del De civitate Dei: «In qual modo allora avrebbero potuto custodire le vostre case dal momento che non furono in grado di conservare le proprie statue?».
In una certa misura, siamo dinanzi a un evento che può considerarsi come una sorta di “11 settembre” del mondo tardoantico: il caput mundi, baluardo del potere politico e della civiltà giuridica, ritenuto inespugnabile, viene violato e umiliato da “barbari”, nel senso originario del termine: persone che parlano una lingua rozza e primitiva, che non conoscono e non rispettano la legge, che sovvertono i fondamenti della convivenza civile. I “poteri forti”, che ancora resistevano a Roma, cinicamente abituati a scaricare fuori di sé conflitti, tensioni e ingiustizie, come forme di instabilità sociale tipiche di popoli e culture “inferiori”, o addirittura da strumentalizzare per le proprie mire imperialistiche, in ossequio al principio divide et impera, si accorgono che il mondo di colpo era cambiato. E come di solito accade quando mancano le categorie storiche per interpretare la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, monta una reazione sociale in cui la rabbia prende il posto della ragione.

[tratto dall’Introduzione: Quando la pace si dice in molti sensi]


Sommario

Luigi Alici, Quando la pace si dice in molti sensi                                                     5

1. L’11 settembre del mondo antico, 5 - 2. La città di Dio: un’idea che viene da lontano, 15 - 3. «Magnum opus et arduum», 32 - 4. Il libro XIX, 42 - 5. Il messaggio di Agostino, 55 - 5.1. Fede e ricerca, 56 - 5.2. L’essere e il bene, 60 - 5.3. Concordia e vita sociale, 67 - 5.4. Giustizia e amore, 78 - 5.5. La “doppia cittadinanza” del cristiano, 99

Bibliografia                                                                                                                    111
Avvertenza                                                                                                                     120

Agostino, La città di Dio, Libro XIX


I. Il sommo bene: la ricerca dei filosofi in un mondo fragile                            123 
1.1. Il sommo bene e il sommo male, 123 - 1.2. La mappa elaborata da Varrone, 125 - 1.3. Le preferenze di Varrone, 130 - 2. La riduzione a tre scuole filosofiche, 133 - 3.1. Il sommo bene nell’uomo, 135 - 3.2. Vita umana e vita sociale, 138 - 4.1. Sommo bene e vita eterna, 139 - 4.2. Fragilità del bene nella vita mortale, 140 - 4.3. La virtù della temperanza, 142 - 4.4. Le virtù della prudenza, della giustizia e della fortezza, 144 - 4.5. I filosofi e l’infelicità della vita, 147 - 5. Conflittualità nella casa, 150 - 6. Fallibilità della giustizia nella città, 153 - 7. Un mondo diviso dalle lingue e dalle guerre, 156 - 8. Fragilità dell’amicizia, 159 - 9. Amicizia degli angeli o inganno dei demoni?, 161

II. L’ordine della pace: nella creazione 
e nella storia umana                           163

10. La pace nella vita mortale, 163 - 11. La pace nella vita eterna, 164 - 12.1. La pace come aspirazione universale, 166 - 12.2. La pace iniqua dei malvagi, 168 - 12.3. La pace relativa dei corpi, 171 - 13.1. La pace come tranquillità dell’ordine, 173 - 13.2. La natura e il bene, 175 - 14. L’amore della pace, 178 - 15. Schiavitù e peccato, 181 - 16. La pace nella casa, 184 - 17. La pace terrena e le due città, 186 - 18. Le certezze della città di Dio, 190 - 19. Tra otium e negotium, 191 - 20. La pace eterna e perfetta, 194

III. Amore e giustizia: la concordia nella comunità politica e il compimento 
della pace                                                                                                                        195

21.1. La “cosa pubblica” secondo Cicerone, 195 - 21.2. La “cosa pubblica” tra giustizia e ingiustizia, 196 - 22. L’unico, vero Dio, 199 - 23.1. Porfirio: l’oltraggio di Apollo a Cristo, 200 - 23.2. Porfirio: l’oltraggio di Ecate ai cristiani, 202 - 23.3. Un attacco inaccettabile alla fede cristiana, 204 - 23.4. Assurdità del politeismo, 206 - 23. 5. Il vero sacrificio, 208 - 24. La “cosa pubblica” e il primato della concordia, 211 - 25. Vere virtù e vera religione, 212 - 26. La pace comune alle due città, 213 - 27. Pace e beatitudine come sommo bene, 214 - 28. Conflittualità e infelicità come sommo male, 217
Indice dei nomi                                                                                                           219
Indice dei concetti                                                                                                      225 


Agostino, Il libro della pace. La città di Dio, XIX,
a cura di Luigi Alici,
ELS La Scuola, Brescia 2018,
pp. 234, € 17.