venerdì 23 agosto 2019

Cattolici DISTRATTI in un paese in BILICO / 2. Orfani di futuro


Lo stallo della politica è forse una metafora - inquetante ma fedele - di una situazione più generale di stagnazione del paese. Continuo il percorso avviato con il post precedente, provando a mettere in relazione questa sorta di tempo sospeso, che in Italia si vorrebbe riempire solo e sempre di elezioni anticipate, con lo sguardo responsabile sul futuro, documentato da molti libri in altri paesi (a volte con titoli identici!), intercettando un processo che appassiona pochissimo gli italiani, tutti presi dal circo equestre della politica.

Il filosofo spagnolo Daniel Innerarity si chiede come sia possibile la costruzione politica della speranza collettiva in un'epoca in cui abbiamo esercitato un'ipoteca sociale sul futuro, commettendo nei confronti delle generazioni più giovani una vera e propria espropriazione temporale. In una società che ha ridotto il futuro a una discarica del presente, abbiamo dimenticato che l'essere umano è l'unico tra i viventi che sa di avere un futuro.

Secondo Jacques Attali, economista e primo presidente della Banca europa per la ricostruzione e lo sviluppo, «è oggi che si decide cosa sarà il mondo nel 2050 e si prepara quello che sarà nel 2100. A seconda di come ci comporteremo, i nostri figli e i nostri nipoti abiteranno un mondo vivibile e appassionante o passeranno un inferno, odiandoci a morte». Quando le forze del mercato avranno dato vita a un «"iperimpero", inafferrabile e planetario, creatore di ricchezze commerciali e nuove alienazioni, di estreme fortune e di estreme miserie»(p. 11), la natura potrà essere depredata e l'uomo stesso, prima di diventare un artefatto, rischierà di scomparire. Eppure, Attali è convinto «che l'orrore del futuro qui predetto contribuirà a renderlo impossibile. Se questo succederà, si disegnerà, oltre gli immensi disordini, la promessa di una Terra ospitale per tutti i viaggiatori della vita» (p. 235).

Anche Yval Noah Harari, storico israeliano che insegna all'Università ebraica di Gerusalemme, dopo il
bestseller Sapiens. Da animali a dèi, ha scritto un'altra Breve storia del futuro. All'alba del III millennio l'umanità sta riuscendo a tenere sotto controllo i suoi tre grandi nemici: carestie, pestilenze e guerre; non più tragedie inevitabili, ma sfide gestibili. Tuttavia questo messaggio di speranza comporta anche una grande responsabilità di fronte a nuove sfide: «Uno degli obiettivi fondamentali sarà proteggere il genere umano e il pianeta com un tutt'uno dai rischi connessi al nostro potere» (p. 30); infatti, nel tentativo di perseguire beatitudine e immortalità gli uomini, in effetti, stanno cercando di elevarsi al rango di dèi (p. 58s). Se riusciremo ad allungare lo sguardo in avanti in termini di decenni, le sfide più radicali, secondo Harari, sembrano essere tre: 1. la scienza sta evolvendo verso un «dogma onnicomprensivo», secondo cui gli organismi sono algoritmi e la vita è un processo di elaborazione di dati; 2. l'intelligenza si sta affrancando dalla consapevolezza, e quindi dalla forma umana; 3. algoritmi non coscienti potranno forse conoscerci meglio di quanto noi conosciamo noi stessi (p. 484).

Anche Martin Rees, astronomo e cosmologo inglese, ex presidente della Royal Society, ritiene che la grande sfida sarà quella dell'intelligenza inorganica, punto d'incontro tra manipolazioni genetiche, cibernetica e robotica. Solo un'intelligenza collettiva potrebbe far fronte alle due grandi novità di questo secolo, che  «è il primo in cui una specie terrestre, la nostra, è così potente e dominante da avere in mano il destino del pianeta» (p. XII), ed è anche «il primo in cui la razza umana potrebbe colonizzare ambienti extraterrestri» (p. XVI). Pur dichiarando di non credere in Dio, ma di condividere «con molti credenti un senso di meraviglia e di mistero» (p. 142), Rees è convinto del grande ruolo che possono avere in questi scenari «le grandi religioni, comunità internazionali che pensano a lungo termine e si preoccupano del benessere globale, soprattutto dei più poveri» (p. 167). Anche in questo caso, il libro si chiude con un messaggio positivo: «È tempo di guardare con ottimismo al futuro della vita, in questo mondo e forse in altri lontani. Dobbiamo pensare globalmente, essere razionali e pianificare a lungo termine, aiutato dalla tecnologia del XXI secolo e al tempo stesso guidati da valori che la scienza, da sola, non può fornire all'umanità» (p. 169).

Alec Ross, docente alla Columbia University e già consigliere del Dipartimento di Stato, ha origini italiane. L'introduzione all'edizione italiana del libro contiene una confessione straordinaria: sarebbe rimasto un oscuro ragazzo di campagna in un posto sperduto dell'America rurale, se non fosse venuto a vivere per un periodo con i nonni a Roma: «Il soggiorno romano mi aprì gli occhi su un mondo più grande» (pp.11 s). Un soggiorno che si ripete con un anno di studi di Storia medievale all'Università di Bologna: «La duplice esperienza di vita a Roma e a Bologna ha fatto di me quello che sono oggi» (p. 12), cioè un autore di successo, che ha contributito all'innovazione del Dipartimento di Stato americano ed ha più di 120.000 follower su FB e oltre 360.000 su Twitter. Perché questo nostro paese, che paradossalmente molto da dare agli stranieri, oggi appare paralizzato dal presentismo? Ross si limita a darci, con molta discrezione, quattro preziosi suggerimenti, che colgono bene nel segno i nostri problemi: «Rendere più facile per un'azienda nascere, crescere e fallire»; «Prendere sul serio i giovani»; «Ascoltare il parere degli imprenditori digitali italiani»; «Ridurre le barriere culturali e occupazionali con la piena partecipazione delle donne all'economia» (pp. 14 s).

Che cosa c'entra questa piccola rassegna di grandi scenari con l'attuale situazione italiana e con il ruolo dei cattolici in un paese in bilico?
NULLA.
PURTROPPO.


 
I LIBRI
- D. INNERARITY, El futuro y sus enemigos. Una defensa de la esperanza politica, Paidòs, Barcelona 2009
- J. ATTALI, Breve storia del futuro, Fazi, Roma 2016
- Y.N. HARARI, Breve storia del futuro, Bompiani, Milano 2018
- M. REES, Il nostro futuro. Scenari per l'umanità, Treccanio, Roma 2019
- A. ROSS, Il nostro futuro. Come affrontare il mondo dei prossimi vent'anni, Feltrinelli, Milano 2016

giovedì 15 agosto 2019

Cattolici DISTRATTI in un paese in BILICO / 1. Il FERRAGOSTO dell'ASSUNTA

L'Assunta, buon Ferragosto.
C'è qualcosa di incredibile nel ritorno selvaggio di neopaganesimo che arriva a nutrirsi persino della figura di Maria, alterandone il profilo più puro con una manipolazione prepotente e grossolana. Maria venerata con una litania di attributi scintillanti, in un incrocio di fede e devozione che attraversa i secoli, è diventata anche il brand impagabile di innumerevoli feste patronali, dietro le quali si consuma una liturgia torbida di rivalità, invidie e sperpero di denaro, di cui la malavita organizzata da troppo tempo rivendica il copyright. Come se tutto ciò non bastasse, oggi la verginità di Maria è abusata anche dalla politica: sporcata, deturpata, strumentalizzata e trasformata in un facile vessillo identitario, dietro al quale pullula l'opportunismo della pancia e la volgarità dell'esclusione.
Tutto ciò sta avvenendo non soltanto tra l'indifferenza dei credenti, ma addirittura (in molti casi) con la loro complicità, più o meno dichiarata. Indifferenza e complicità vengono da lontano e risalgono a due atteggiamenti davvero poco evangelici: l'uno ha ridotto Maria a un simbolo devozionale vuoto e disincarnato, in cui pazienza e rassegnazione si confondono, alimentando una religiosità semplificata e superstiziosa, tutta giocata su un'idea di preghiera strumentale e abitudinaria; l'altro usa il valore simbolico del culto mariano come un potentissimo collante etnico, che agita lo spauracchio della profanazione e dell'aggressione in nome di una contrapposizione criminogena tra crociati e infedeli. Tra questi due estremi - una fede disincarnata e distratta, compatibile a prescindere, e una religiosità eretica, arrogante e selettiva - diventa ancora più evidente la marginalità del cattolicesimo italiano in una fase della storia del paese particolarmente delicata e convulsa.
Per questo, non basta guardarci attorno a noi: è indispensabile anche guardarsi dentro, e riconoscere onestamente lacune e omissioni, disattenzioni e complicità. A cominciare dal modo di venerare e raccontare Maria.
Maria Pia Veladiano lascia parlare a Maria il linguaggio semplice e intenso, forte e sofferto dell'attesa e della speranza, del dolore e della salvezza: "Sono la madre che ha amato senza capire" (Lei, Guanda 2017, p. 19). Una vita che cresce, che prende una strada inimmaginabile; una casa rimasta vuota, dove il Battista, Giuda, Pietro, Nicodemo vengono per capire, per avere delle conferme. La dolcezza arresa di Giuseppe, la tenacia della madre che segue il figlio a distanza: "La gente chiamava me stracciona e lui vagabondo… Madre degli straccioni e dei vagabondi, prego per voi" (p. 64). Una comprensione graduale, alla fine pacificata e luminosa: "E avevo capito in pace che il suo bene era del mondo, il mondo era la sua famiglia, gli uomini suoi fratelli, ogni madre è madre di tutti e ogni figlio è figlio di tutte le madri" (p. 132). E alla fine, la sintesi della salvezza in mezza riga: "Se non si muore del tutto si può tornare a vivere" (p. 166).
Massimo Cacciari sceglie un'altra strada per raccontare Maria: la sua "generazione di Dio" interpella potentemente la civiltà europea, obbliga a pensare il Figlio in modo diverso. Maria è la fanciulla che vince "non per scienza, ma per la potenza del suo ascolto" (Generare Dio, Il Mulino 2017, pp. 20s). Fra dolcezza e abbandono si plasma l'armonia straordinaria delle icone dell'Occidente, che contemplano la potenza umile di Maria, ferma nel patire; un figura in cui cielo e terra si toccano: "Non è cielo, Maria… è terra del cielo" (p. 89). Tra croce e risurrezione incontriamo Maria: "La morte di Dio passa attraverso il suo sì… La sua Croce - la croce di entrambi - non è la fine che per essere l'inizio" (p. 103).
Due esempi fra i tanti (spero) di un incontro con Maria "alternativo" e inquietante; al di fuori degli schemi, che dà a pensare nella sua originalissima profondità. Una provocazione da raccogliere, per mettere in crisi chi vive di santini inoffensivi, dimenticati in qualche cassetto, e chi inalbera vessilli militanti, dove arroganza e ignoranza vanno spudoratamente a braccetto.

martedì 21 maggio 2019

DIO come una FELPA

Quando Karl Marx, nel 1844 scrisse nella introduzione alla Critica della filosofia hegeliana del diritto che «La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l'oppio dei popoli», non avrebbe mai immaginato che, a distanza di poco meno di un secolo, la storia lo avrebbe smentito così clamorosamente. 
Adolf Hitler è stato il primo grande leader politico ad aver compreso che le religioni - opportunamente "trattate" - non sono affatto un anestetico che induce sonnolenza, ma al contrario un potente energetico nella vita di un popolo: "Gott mit Uns" (Dio è con noi) era il motto inciso sulle fibbie delle cinture dei soldati del Reich. 
Come ci ricorda Daniele Rocchetti, il 31 gennaio 1933, all'indomani dell'incarico ottenuto da Hitler di formare il nuovo governo, il giovane pastore luterano Dietrich Bonhoeffer, in un intervento radiofonico alla “Berliner Funkstunde” dal titolo Il Führer e il singolo, denunciò profeticamente il pericolo che il Führer, cioè colui che guida un popolo, potesse diventare un Verführer, ossia un seduttore, “uno che travia” il popolo. Bonhoeffer sarà impiccato il 9 aprile del 1945 con l’accusa di aver complottato contro Hitler. Quel Dio che il paganesimo idolatrico del regime nazista aveva cercato di arruolare, come disse Enzo Biagi e come Rocchetti ci ricorda, «per fortuna disertò»
*  *  *  
Da qualche decennio, la sciagurata tentazione di usare la religione come efficacissimo ricostituente per ideologie un po' anemiche sta tornando di moda. Per occupare la scena pubblica, la farmacopea politica oggi sembra avere gli scaffali vuoti, ma si può attingere a piene mani - totalmente gratis - alla simbologia religiosa, di cui si sta scoprendo la forza identitaria, come memoria collettiva e collante sociale. 
Nessuno  provi minimamente a equivocare: non sto dicendo che chi oggi brandisce un corona del Rosario in un comizio pubblico è un neonazista o un "parente povero" di Hitler. Tuttavia persone diverse, in contesti diversi, persino con fini diversi possono compiere lo stesso abuso, la stessa offesa alla fede: nel genio diabolico del male può trattarsi di una strategia intenzionale, pianificata a tavolino e tragicamente coerente fino alla fine; nel politicante trasformista, che annusa la piazza e veste la casacca che al momento rende di più, magari cambiandola con un'altra subito dopo, si tratta di una commediola all'italiana. Non altrettanto pericolosa ma non meno offensiva per i credenti.
*  *  *
Ha scritto Richard Sennett che il tribalismo «abbina la solidarietà per l'altro simile a me con l'aggressività contro il diverso da me». Il punto è questo. Da una società che si era scavata una nicchia individualista, in cui ciascuno potesse esercitare in pace il proprio consumismo dissennato, si è passati a una società in cui globalizzazione e multiculturalismo hanno avuto effetti devastanti. Il tribalismo è l'esito di questa società: ormai post-individualista solo perché populista. Non mi sento più solo se scopro uno simile a me, soprattutto se ha le mie stesse paure e i miei stessi nemici. Attenzione: quando non mi sento più solo da solo, possiamo però essere in due a sentirci soli, e questo potrebbe renderci ancor più aggressivi. Alla fine, se non abbiamo altro cemento ideale, lo possiamo trovare nella paura del nemico. Una tribù di falsi amici ha sempre bisogno di una tribù di falsi nemici per essere se stessa. In questo modo il tribalismo, che vorrebbe rappresentare un'alternativa populista all'individualismo, produce un individualismo ancora più esasperato e incattivito. L'egoismo di gruppo è un detonatore degli egoismi individuali.  
Se poi anche la religione - una religione fatta più di totem che di fede - servisse a scavare fossati, allora potrebbe diventare anch'essa un ingrediente vitale di questa nuova miscela populista. Le religioni senza fede sono bandiere senz'anima, appartenenze senza comunione, dogmi senza amore, idoli senza Dio. Nella prima Lettera di Giovanni si legge: «Noi stessi abbiamo veduto e attestato che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo» (1Gv 4,14); salvatore del mondo, non dei cristiani, non della mia tribù contro un'altra tribù. La Lettera continua: «Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell'amore» (1Gv 4,18). Dunque la paura non può essere mai la sorella maggiore della fede, che pretende di disegnare il perimetro tribale dell'amore; non dell'amore di Dio né dell'amore del prossimo: “Chi ama Dio, ami anche suo fratello» (1Gv 4,21). Suo fratello, non il proprio parente italiano.
Anche la Lettera di Giacomo ricorda che lo «spirito di contesa» e le «menzogne contro la verità» sono la radice di ogni falsa sapienza: «terrestre, materiale, diabolica; perché dove c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall'alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera» (Gc 3,14-17).
Non ho la pretesa di dire quale uomo politico sia un buon cristiano; nemmeno io riesco ad esserlo come vorrei. Né posso essere io a giudicare la fede di chicchessia, ma è difficile vedere i frutti buoni dell'albero della sapienza cristiana in chi vorrebbe giocare la partita politica con carte truccate: riducendo Maria, figura centrale del cattolicesimo, la “vergine madre figlia del tuo figlio» di cui parla Dante, semplicemente a un capo tribù, e forse gongola in cuor suo per aver strappato alla piazza una bordata di fischi contro papa Francesco. 
Certamente un cristiano non potrà permettere mai e a nessuno - a costo della vita - di trasformare la Buona Notizia che ha cambiato il corso della storia dando una speranza di vita vera a tutti, a cominciare dai disgraziati e dai reietti della terra, nel distintivo di una tribù disposta ad adorare solo il totem del proprio egoismo. Una felpa da appendere in un cimitero di cianfrusaglie, accanto all'ampolla con l'acqua ormai imbevibile del sacro Po.

mercoledì 15 maggio 2019

Dedicato al cardinale KRAJEWSKI, elemosiniere del PAPA


«Dio c’è, oggi l’ho visto personalmente. L’ho visto con i miei occhi... non ho parole…». È il post commosso di Enrico Melozzi, il compositore di origini abruzzesi che due giorni fa ha assistito al «miracolo» avvenuto nello stabile occupato di via Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, dove l’elemosiniere di Papa Bergoglio, il cardinale Konrad Krajewski, ha personalmente riattivato la luce staccata per morosità. 
*  *  *
Senza entrare in questa sede in inutili tecnicalità giuridiche, vorrei ricordare su questo punto le parole di Paul Ricoeur, maestro indiscusso del pensiero contemporaneo.
Interrogandosi sul rapporto tra amore e giustizia, e ricordando che il giusto appartiene al buono prima ancora che al legale, Ricoeur afferma anzitutto che, per le sue potenzialità creative ed istitutive, l'amore insegna ad “entrare” nell’ordine della giustizia, diventando principio generatore di convivenza virtuosa e attivando esperienze comunitarie e sedimentazioni sociali capaci di rettificare le ineguaglianze in forme esemplari e riproducibili. 
Ogni attestazione di gratuità introduce un nuovo paradigma nel panorama della cultura e del costume dominanti, alimentando un ethos che la giustizia può ratificare e istituzionalizzare. In questo senso, egli afferma: «L’amore obbliga ad una giustizia educata all’economia del dono» (Un’obbedienza che ama, in A. Lacoque, P. Ricoeur, Come pensa la Bibbia. Studi esegetici ed ermeneutici, Padeia, Brescia 2002, p. 137)
Come non ricordare che molte istituzioni, oggi sottomesse ad una complessa trama di ordinamenti giuridici, dagli ospedali alle scuole, dalle banche ai sindacati, in origine sono state il prodotto di atti di “solidarietà lunga”, realizzati sotto forma di inclusione mediata del terzo?

*  *  *
In un altro senso, però, proprio per le sue aspirazioni smisurate, l’amore insegna anche ad “uscire” dalla giustizia, assumendo il volto della profezia intransigente e insieme della supplenza misericordiosa, dinanzi alle cadute legalistiche della giustizia stessa, soprattutto quando essa si trasforma in una sentinella ridotta a proteggere il perimetro degli egoismi privati, assicurando una equità distributiva di superficie e consolidando lo scandalo intollerabile della disuguaglianza. 
L'amore può farlo, aggiunge Ricoeur, anche ricorrendo ad atti simbolicamente sovversivi e giuridicamente perseguibili, che aprono però orizzonti nuovi e in tal modo vengono in soccorso della giustizia autentica, aiutandola a ritrovare le sue originaria vocazione universale. «L’amore deve destabilizzare – ammonisce Ricoeur –, disorientare una concezione puramente utilitaria della giustizia»; esso infatti «eleva la giustizia al di sopra della semplice delimitazione sospettosa del mio e del tuo e la orienta verso un’idea di cooperazione, oserei dire verso un sentimento di mutuo indebitamento» (Giustizia e amore, Giustizia e amore: l'economia del dono, in D. JervolinoRicoeur. L’amore difficile, Studium, Roma 1995, p. 150)
A ben guardare, la fragilità dell’amore è proprio la sua forza, e la storia non è avara di esempi profetici in tal senso: i profeti deboli e disarmati sono spesso quelli che vincono guerre apparentemente disperate. Il peso torbido del male non riesce ad oscurare la "debolezza" del bene, che può affermarsi anche affidandosi al coraggio del testimone. 
«Per spostare di poco la barriera – è ancora Ricoeur – sono stati necessari atti intempestivi, spesso illegali nei riguardi della legislazione vigente. Per esempio san Francesco, che applica alla lettera i comandamenti eccessivi, esorbitanti, stravaganti del Sermone sul Monte; oppure Gandhi che tenta di trasformare la non violenza in arma politica sotto forma di resistenza non violenta. E Martin Luther King, che rompe le regole, perfettamente legali, che istituivano la segregazione razziale» (Ivi, p. 152).

*  *  *
Non c'è nulla da aggiungere.
Ogni riferimento al gesto dal cardinale Krajewski, elemosiniere di papa Francesco, NON è puramente casuale

domenica 12 maggio 2019

Alla giusta DISTANZA per guardare LONTANO

Riprendo il discorso avviato nel post precedente e dedicato alla fatica di riattivare - da entrambe le parti -  un vero dialogo tra le generazioni. Il fenomeno è complesso, i fattori sono tanti. Qui vorrei limitarmi a indicarne uno, al quale non sempre dedichiamo l'attenzione che merita. Prima ancora di entrare nella spirale pericolosa e inutile delle recriminazioni reciproche, è il caso di mettere in discussione il nostro sguardo sulla realtà: sguardo corto o sguardo lungo? Sguardo opportunista o disinteressato? Sguardo individualista o comunitario?
*  *  *
Il grande nemico di queste domande è il mito dell'attualità, che sta seducendo un po' tutti: giovani e adulti, vecchi e ragazzini. Questo mito ci dà l'illusione di essere "in presa diretta" sui problemi, di poter esibire sempre un'opinione su tutto; un'opinione indiscutibile, fatta di certezze granitiche, sospettosa e aggressiva nei confronti di ogni opinione diversa (dimenticando che si tratta di opinioni, cioè di punti di vista opinabili e per questo estremamente volubili, destinati a durare lo spazio di un mattino). 
Ma questo conta poco per il presentismo che ci sta stregando: quello che penso vale assolutamente adesso; l'importante è difenderlo con le unghie e con i denti. Domani è un altro giorno, si vedrà… Inutile provare a dire che l'istantaneità non può essere mai assoluta, ma sempre e soltanto relativa al momento. 
Ogni affermazione perentoria -  di un politico davanti a un microfono, come un di un perdigiorno al bar - è tanto più energicamente inoppugnabile quanto più effimera e di breve durata; tra qualche giorno si potrà disinvoltamente spostare il discorso, cavalcare una diversa opinione, pompare retoricamente un'altra apocalittica da quattro soldi. 
Purtroppo, oggi sembrano vivere alla giornata non solo gli sfaccendati, ma anche i cosiddetti VIP, che hanno grandi responsabilità sulla vita degli altri e che a volte tirano avanti così, riscrivendo continuamente l'agenda, accendendo qua e là fuocherelli fatui di gossip politico, di cui a distanza di ore nessuno si ricorderà più.
Il mito dell'attualità ha partorito tre gemelli, ed è impossibile adottarne uno senza portarsi in casa anche gli altri due: presentismo, visceralismo, trasformismo. Il sentire è viscerale, con l'intera gamma effimera delle risonanze emotive di cui si alimenta, in positivo o in negativo: dalla simpatia all'antipatia, dall'euforia al catastrofismo, dall'eccitazione alla rabbia… Il presentismo è miope, il visceralismo è addirittura cieco, il trasformismo è cinico. Se questi gemelli si sposassero e mettessero al mondo dei figli, non ci sarebbe da stare allegri.
*  *  *
È inutile cercare di combattere questo mito ricorrendo alle sue stesse armi; si farebbe il gioco del nemico, come si diceva una volta. Anzitutto dobbiamo tornare a guardare lontano. Per vedere un disegno, abbiamo bisogno di metterci a distanza: a distanza dalle inquadrature troppo corte; a distanza dalle reazioni viscerali; a distanza dalla disinvoltura opportunistica. 
Dobbiamo interrogare la storia, in modo serio e non superficiale: la storia della cultura, delle istituzioni, delle famiglie, dei singoli. Dobbiamo imparare a riconoscere quanti hanno bluffato, vedendo fumo e seminando violenze, e quanti invece ci hanno lasciato eredità preziose, luminose, esemplari per tutti. Dobbiamo cercare di capire che cosa ha funzionato e che cosa non ha funzionato in alcuni passaggi d'epoca, di cui scontiamo i problemi non risolti e le opportunità non riconosciute…
Dobbiamo chiederci come sarà questo paese tra cinquant'anni: quali saranno le culture, le idee, i progetti, le politiche sociali, le pratiche educative capaci di resistere alle mode, per poter tessere e ricucire pazientemente un nuovo modello di convivenza. 
Qualcuno ci ha messo in mano un binocolo capovolto: sarà il caso di rovesciarlo. E tornare a ragionare.

sabato 4 maggio 2019

Da GRETA alle BABYGANG: edera senza corteccia?

(photo by Marco Alici)

Il 15 marzo 2019 migliaia di giovani studenti - in molti casi giovanissimi - hanno indetto uno sciopero in 150 Paesi per aderire allo Strike4Climate, la prima manifestazione globale in favore dell’ambiente dominata dalla figura dell'attivista svedese Greta Thunberg. Greta, 16 anni, è autrice, insieme alla sua famiglia, del libro La nostra casa è in fiamme (Mondadori, 2019) dove viene raccontata la sua storia e l'impegno per la difesa dell'ambiente. In breve tempo Greta è diventata simbolo di una nuova generazione di giovanissimi che guardano al futuro con un nuovo e forte senso di responsabilità. Fra l'altro, Greta sta partecipando a moltissime manifestazioni. Il suo sciopero del venerdì ha suscitato reazioni analoghe in altri paesi: Italia, Germania, Paesi Bassi, Finlandia, Danimarca, Australia. Il 4 dicembre 2018  ha parlato al vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutosi a Katowice, in Polonia, dove ha dichiarato, parlando ai leader mondiali: «Voi parlate soltanto di un'eterna crescita dell'economia verde poiché avete troppa paura di essere impopolari. Voi parlate soltanto di proseguire con le stesse cattive idee che ci hanno condotto a questo casino, anche quando l'unica cosa sensata da fare sarebbe tirare il freno d'emergenza. Non siete abbastanza maturi da dire le cose come stanno. Lasciate persino questo fardello a noi bambini». Analoghi interventi sono stati tenuti da Greta il 25 gennaio 2019 al Forum economico mondiale di Davos e il 16 aprile 2019 alla commissione Ambiente del Parlamento europeo. Il giorno successivo ha partecipato all'udienza generale di papa Francesco in piazza San Pietro a Roma.
Va anche ricordata l'attenzione riservatale in questa occasione da  un quotidiano nazionale, che, dopo averle dedicato un occhiello semplicemente disgustoso, con un giochetto di parole ("Vieni avanti Gretina") che definirei infantile se non fosse offensivo per i bambini, ha però azzeccato in pieno il titolo, credo in modo del tutto involontario: Greta vuole essere una convinta "rompiballe", soprattutto nei confronti di quei poteri forti, per i quali la regola è sempre la stessa: "Non disturbare il conducente".
*  *  *
Un fatto di cronaca che di recente ha colpito l'opinione pubblica italiana (ma quanto davvero?) è stato il comportamento di una "babygang" a Manduria, un gruppo di bulletti di provincia che aveva messo in atto da tempo un comportamento violentemente persecutorio nei confronti di Antonio Stano, pensionato affetto da disturbi psichici, poi deceduto il 23 aprile.

Nei confronti di otto di questi ragazzi (sei dei quali minorenni) è stato emesso un provvedimento di custodia cautelare con le accuse di tortura, danneggiamento, violazione di domicilio e sequestro di persona aggravati dalla crudeltà, mentre altri sei sarebbero indagati. Particolarmente odioso l'esibizionismo mediatico delle violenze: filmate, condivise e brandite come un trofeo ripugnante di potere, fra l'indifferenza - speriamo non divertita - degli adulti.
La microcriminalità organizzata delle babygang è ormai un fenomeno grave e diffuso, la loro mimetizzazione territoriale non deve ingannare. Secondo Wikipedia, gli atti vandalici compiuti in due anni nelle cabine telefoniche sarebbero più di 44.000, quelli commessi negli autobus d'otto città nel 1999 ammonterebbero a 2.530; 3 miliardi e mezzo di danni sarebbero subiti ogni anno dalle Ferrovie dello Stato. I reati più frequenti consistono in lesioni, violenza privata, ingiurie e diffamazione, fino a giungere, nei casi più gravi, racket, estorsioni, pestaggi, vere e proprie rapine. 
*  *  *
Che cos'hanno in comune lo straordinario movimento di mobilitazione dei ragazzi in difesa dell'ambiente, di cui Greta è solo la occasionale punta di iceberg, e le babygang? Credo che questa domanda sia seria e impegnativa, per vari motivi. Qui vorrei limitarmi a sottolinearne brevemente cinque aspetti, lasciando ai miei lettori il compito di allungare e approfondire la lista.
Anzitutto l'accostamento smentisce impietosamente ogni facile generalizzazione, dietro la quale, dinanzi a fenomeni complessi, cerchiamo di nascondere le nostre insicurezze. Parlare dei "ragazzi di oggi" (così come dei "ragazzi di ieri") non aiuta molto; non esiste una grandezza omogenea del tipo "ragazzi di oggi"; non ha senso, di conseguenza, affermare che nel complesso essi sono migliori o peggiori di altri tempi. Semmai, si potrebbe dire che negli ultimi anni le differenze sembrano essersi radicalizzate, e la distanza fra generosità altruistica e aggressività tribale si va approfondendo sempre di più.
Un secondo termine di confronto riguarda lo stabilizzarsi di comportamenti che si trasformano in veri e propri stili di vita: sia l'impegno civile sia la devianza si presentano non come atti episodici isolati, bensì come abitudini costanti, ai quali un tempo si dava il nome di virtù e di vizi. Com'è facile immaginare, la stabilità nel bene è un valore aggiunto, mentre la stabilità del male è un'aggravante che preoccupa.
In terzo luogo, merita di essere riconosciuto il potenziamento mediatico di questi comportamenti, che nel primo caso è all'origine di una mobilitazione quasi planetaria, mentre nel secondo attiva dinamiche esibizionistiche e forme di emulazione, che si stanno ormai spostando sempre di più dal piano dell'agonismo sportivo a quello della devianza. La vittoria che si vuole celebrare è in questo caso una sconfitta per tutti.
Un quarto aspetto, comune e trasversale alle nuove forme di protagonismo sociale delle più giovani generazioni - nel bene e nel male -, sembra essere costituito da un immediato radicamento territoriale: non è più l'orizzonte lontanto delle ideologie a polarizzare le aggregazioni giovanili, bensì la riconquista dell'orizzonte vicino, del mondo vitale più immediato da cui sono circondati e che invece sembra interessare molto meno il mondo adulto. Naturalmente, con una differenza fondamentale: nei nuovi movimenti di tutela attiva dell'ambiente l'atteggiamento dominante è quello del rispetto e della lungimiranza; si protegge ciò che ci è massimamente vicino per preservare ciò che oggi ci è massimamente lontano e che potrà interessare solo le future generazioni. Nel caso invece della microcriminalità, il rapporto con il territorio è quello tipico delle aggregazioni malavitose più rozze e primitive, che rivendicano un controllo esclusivo e violento di perimetri chiusi, quasi fossero proprietà private, proprio come l'etologia ci racconta di molte specie animali.
Infine, l'ultimo aspetto - forse il più inquietante - è una profonda e radicale rottura intergenerazionale,  con una perdita di reciprocità, di scambio, di dialogo, di corresponsabilità sociale; un fenomeno meno vistoso ma forse più profondo di quello che si manifestò nel '68. Prescindendo da qualche eccezionalità marginale (la complicità positiva fra Greta e la sua famiglia, a differenza di qualche complicità negativa fra qualcuno dei loro genitori…), siamo in presenza di una sorda indifferenza fra generazioni che si stanno reciprocamente voltando le spalle, ignorandosi in modo plateale e andando ognuna per la propria strada. 
Ma quale sarà, a questo punto, la corteccia rugosa attorno alla quale potranno abbarbicarsi i germogli teneri dell'edera di primavera, per poter salire davvero verso il cielo?

lunedì 31 dicembre 2018

Quando COMINCIA un anno NUOVO

«Ma insomma che cos'è il tempo? Lo so finché nessuno me lo chiede; non lo so più, se volessi spiegarlo a chi me lo chiede». Agostino introduce con queste parole, nel libro XI delle Confessioni, la sua celebre analisi intorno al tempo. Siamo così profondamente immersi nel mistero, da non accorgerci che persino le dimensioni più abituali della nostra vita, con le quali riteniamo di essere in confidenza, ci sfuggono nella loro radice più profonda. Crediamo di conoscere bene il tempo che passa, che plasma indelebilmente il vissuto, trasformando gli spazi del nostro esistere in una storia; eppure basta una domanda elementare intorno alla natura e al senso del trascorrere dei giorni per metterci in difficoltà. 

A differenza del silenzio immoto degli spazi siderali, dove il tempo coincide con l'orbitare prevedibile e monotono dei corpi celesti, la vita umana sulla terra è emersa, attraverso un percorso lentissimo e irreversibile, segnando uno spartiacque fra storia e preistoria. L'uomo e la donna sono diventati persone ricordando, progettando, situando la propria vita entro un reticolo condiviso di eventi, in qualche modo "spazializzati" attraverso clessidre, meridiane, orologi, calendari. Non riuscendo a comprendere il tempo nella sua sfuggente immaterialità, cerchiamo di inchiodarlo alla materialità dello spazio, immaginandolo come un lungo labirinto di stanze, che attraversiamo l'una dopo l'altra. 

Il tempo ci appartiene e ci sfugge, lo temiamo e lo amiamo, ne siamo schiavi e insieme produttori. Fino a dimenticare una verità fondamentale: cogliamo il divenire perché abbiamo la capacità di sporgerci verso un mondo che non passa; ci sentiamo a casa e insieme spaesati nella storia perché siamo "esseri doppi", a cavallo di due mondi: “Con una certa parte del nostro essere viviamo tutti fuori dal tempo” (M. Kundera). Il tempo ci appartiene, ma noi sentiamo di appartenere anche a una dimensione ulteriore, che resiste all'usura del divenire. Jorge Luis Borges lo dice in modo ancora più esplicito: “La vita è troppo povera per non essere anche immortale”.

Ma c'è un altro mistero, che in questi giorni punteggiati di auguri di buon anno - ora sinceri ora fatui - cerchiamo disperatamente di rimuovere: il tempo umano non è mai una successione neutra di fatti. È impossibile interpretare l'orbita di Marte come un suo merito o demerito; è altrettanto impossibile giudicare "cattivo" un leone che sbrana una gazzella "buona". La  storia umana, invece, è sempre un gomitolo aggrovigliato di bontà e malvagità. Il tempo siamo noi: non esistono tempi buoni e tempi cattivi, l'anno nuovo e l'anno vecchio non dipendono dal calendario.

E non c'è solo la "grande storia", fatta di monarchi capricciosi e di geni dell'intelligenza, di guerre orrende e di pace precaria; c'è anche una "piccola storia", che custodisce, sotto una patina deprimente di mediocrità e cattiverie gratuite, un paesaggio magnifico nella sua normalità, illuminato da eroismi quotidiani e da gesti di dedizione esemplare. C'è una "storia degli ultimi", nel bene e nel male, che in questi giorni di dissipazione festaiola ognuno di noi dovrebbe raccattare e onorare. Solo mettendoci sulle tracce di questi "pezzi di eternità" nascosti fra le pieghe del tempo che passa, possiamo meritare davvero di alzare lo sguardo oltre la curva dei giorni.

Personalmente, mi limito ad aprire a lista, invitando i miei lettori ad allungarla.
In positivo, segnalo le 33 onorificenze al merito della Repubblica Italiana, conferite dal Presidente Sergio Mattarella: storie e volti di impegno civile e di dedizione al bene comune che meritano di prendere il posto di tanti eroi negativi di cui gronda la rete, ammorbando la comunicazione e nascondendo l'onestà. 
In negativo, segnalo la violenza sulle donne: in Italia nel 2018 sono state uccise 94 donne; in 32 casi si può propriamente parlare di femminicidio, quando una donna viene uccisa in ragione del proprio genere. 
Vorrei aggiungere poi almeno altri tre nomi, praticamente sconosciuti. Felipe Gómez Alonzo è un bambino guatelmateco di 8 anni, morto la vigilia di Natale di stenti e disidratazione, mentre era sotto la custodia degli agenti di frontiera, dopo essere riuscito a entrare dal Messico negli Stati Uniti. La stessa sorte era toccata a Jakelin Caal Maquin, una bimba di 7 anni, morta l'8 dicembre. La dichiarazione di Trump, che cerca di scaricare sui democratici queste morti innocenti aggiunge rabbia al dolore. 
Vorrei ricordare infine la giovanissima Rouzan al-Najjar, uccisa il primo giugno da un soldato isaeliano mentre curava i feriti, come medico volontario, durante le proteste contro il blocco israeliano della striscia di Gaza. Una lunga e accurata indagine giornalistica del New York Times, appena pubblicata, ha fatto finalmente luce sulla vicenda, escludendo la natura accidentale della sua morte.
Nomi e volti da non dimenticare, se vogliamo iniziare il nuovo anno senza vergognarci.