sabato 22 settembre 2018

Il PD: il TUNNEL in fondo alla LUCE?

L'ultimo post, sull'attuale governo dopo la tragedia di Genova, ha avuto un numero di lettori superiore a ogni aspettativa: molti consensi, qualche accusa di unilateralità. L'analisi resterebbe unilaterale (ma comunque fondata, a mio avviso) se il discorso non provasse a spostarsi sul fronte dell'opposizione. Lascerei perdere quel che resta di Forza Italia, semplicemente perché non è seria una forza politica che sbraita contro il governo, restando alleata quasi ovunque, a vari livelli (comunale, provinciale e soprattutto regionale) con quella Lega che è una forza governativa di primo piano. Lascerei perdere anche i cespugli a sinistra del PD, dove continuano a recintare orti e orticelli solo per piantarvi una bandierina. 
C'è, invece, a mio avviso un serio problema che riguarda il presente del Partito Democratico come forza di opposizione e il suo futuro come forza di governo, che allo stato attuale mi porterebbe provocatoriamente a capovolgere il luogo comune della luce in fondo al tunnel. Tutte le schermaglie di questo giorni appaiono francamente piccole battaglie di retroguardia, che coprono (nemmeno tanto) operazioni personalistiche di bassa cucina. Non serve a nulla sciogliersi, rifondarsi, cambiare nome, cambiare leadership, se nessuno ci spiega, in modo chiaro e convincente, per fare che cosa.
La crisi del PD è figlia di un processo complesso che sarebbe ingiusto semplificare; d'altra parte, la complessità non può essere nemmeno usata come alibi per lasciarsi paralizzare nell'inerzia.
Per dirlo nel modo più semplice possibile, spero non banale, personalmente ritengo che al PD sia mancata progressivamente una vera, onesta, condivisa e decente ELABORAZIONE POLITICA. La politica senza elaborazione è pura gestione del potere, l'elaborazione senza politica uno svago salottiero e inconcludente. Elaborare politicamente significa essere capaci di sintesi partecipate e generative, che nascono solo dalla capacità di ascoltare, intercettare, riconoscere, mettersi in discussione, dare corpo a un progetto praticabile, grazie al quale è possibile spostare sempre più in alto l'asticella del bene comune.
Certamente l'elaborazione politica è anche questione di leadership, di organizzazione, di alleanze, di passaggi congressuali, di ipotesi di scioglimento e via discorrendo. Ma questi sono corollari e illudersi che basti una efficace operazione cosmetica e di marketing, sopra un agnosticismo di fondo circa il progetto politico, magari abilmente mimetizzato dai soliti slogan, a mio avviso è un'operazione semplicemente suicida.

Che cosa dovrebbe venire prima? Qui vorrei limitarmi a tre questioni:
1. Solidarietà. È indispensabile un giudizio sulle disuguaglianze crescenti e una proposta coraggiosa e non indolore per superarle. Disuguaglianza, come ci ha insegnato anche Walzer, parlando di "Sfere di giustizia", vuol dire molte cose: la prima riguarda il riconoscimento di una solidarietà partecipativa, che metta in primo piano i beni relazionali rispetto ai diritti individuali. Se sinistra vuol dire ancora qualcosa… La deriva che ha portato il PD a diventare un "partito radicale di massa" lo ha allontanato sempre più dai luoghi e dalle forme di relazione dove si tesse la trama dell'appartenenza civile, del lavoro, del welfare, della ricerca oppure, al contrario, si ordiscono le trame dell'esclusione, delle povertà, dello scarto… Sono tutti più o meno bravi a fare un elenco di provvedimenti: si tratta di capire, però, se la politica deve offrire a soggetti atomisticamente isolati un paniere di preferenze individuali, o deve veicolare l'idea di un'avventura condivisa di edificazione del bene comune, che riconosce, asseconda e promuove spazi di reciprocità cooperativa e di giustizia sociale. Si potranno avanzare proposte di volta in volta interessanti, ma è essenziale, prima di ogni altra cosa, metterle dentro la cornice giusta.
2. Immigrazione. Chi segue questo blog conosce il mio pensiero, che qui non ho bisogno di richiamare; spero per questo di non essere frainteso. Sappiamo bene che il fenomeno dell'immigrazione è di una complessità semplicemente spaventosa e nessuna operazione di polizia riuscirà mai a risolverlo (se la storia ci insegna qualcosa); non è nemmeno il caso, però, di illuderci che basti stare dalla parte giusta per averlo risolto. L'accoglienza senza integrazione è un parcheggio, il parcheggio senza un progetto è una bomba sociale. Tenere in strada migliaia di ragazzi, senza un disegno complessivo, condannandoli indirettamente a un ozio istituzionalizzato e scaricando semplicemente il problema sulle comunità di accoglienza, è stato un errore politico imperdonabile: ha esposto molti ragazzi a giri di piccola e grande malavita organizzata (spesso cinicamente in mano a un racket mafioso e italianissimo…), aumentando il disorientamente e alla fine la rabbia della gente. Andare alle elezioni europee, senza un vero progetto in questa direzione, significa semplicemente essere i migliori alleati di Salvini.
3. Rapporto con il mondo cattolico. È impensabile continuare ad andare avanti così, scaricando il peso delle ingiustizie sociali, delle marginalità, dell'immigrazione sul mondo del volontariato, in larghissima misura gestito dall'associazionismo cattolico, e nello stesso tempo continuare a trattare a pesci in faccia questo mondo, facendo leggi (non di iniziativa parlamentare, si badi bene, ma espressione diretta di una linea di governo) che un cattolico onesto difficilmente potrà accettare. Traduco la questione, in sé piuttosto complessa, con una semplice domanda che rivolgerei alla classe dirigente del PD: secondo voi, la famiglia è di destra? Negli ultimi anni abbiamo avuto l'impressione nettissima che gran parte di quella classe dirigente fosse intimamente convinta di sì. Il risultato è paradossale: la politica della famiglia ormai è stata presa in carico da forze di estrema destra, che non hanno la minima credibilità in questo campo. Si appellano a una identità cristiana senza amore e difendono la famiglia senza accettare il valore di una società fraterna!
Un'ultima riflessione vorrei farla sulla classe dirigente del partito, a cominciare dal suo segretario uscente (?): secondo me, Matteo Renzi con una mano ha fatto molto, ma con l'altra mano ha disfatto molto più di quanto aveva fatto. Basterebbe ricordare, da un lato, il processo che ha portato all'elezione di Mattarella a Presidente della Repubblica per fargli perdonare molte cose; sull'altro fronte, però, è difficile perdonargliene molte altre, a cominciare dall'incapacità (o dal rifiuto) di attivare dinamiche inclusive (persino Enrico Letta avrebbe dato fastidio in Europa, al posto della Mogherini), favorendo la nascita di una classe dirigente plurale, competente e cooperativa. Un politico che si circorda solo di yes men può essere furbo, ma non è intelligente. Forse, anche l'aver costruito una campagna elettorale su un attacco frontale contro il M5S (dopo aver civettato a lungo con Verdini!), tagliandosi alle spalle tutti i ponti, potrebbe essere stato un errore non da poco: la politica non si fa con il risentimento. Una forza complessa e variegata, ma allo stato nascente, può crescere (o andare indietro) anche a seconda delle alleanze che è costretta a stringere. Ma se il dilettantismo presuntuoso (ahimé insopportabile) di Di Maio ci dà più fastidio della determinazione razzista e postfascista di Salvini, allora forse la miopia politica rasenta la cecità.
L'importante è sempre cercare la luce in fondo al tunnel, non il contrario.

mercoledì 22 agosto 2018

Semplicemente INADEGUATI

È dalla formazione del nuovo governo che ho rimandato a lungo questo post, evitando di assecondare sentimenti che in politica debbono essere tenuti a distanza: dall'antipatia all'irritazione. Avrei voluto aspettare almeno i primi 100 giorni: un periodo di rodaggio non si nega a nessuno. Poi c'è stata l'orrenda tragedia di Genova e alla fine mi sono convinto che non è più possibile tacere. Ci sono dei momenti, nella vita pubblica di una comunità, che ne mettono alla prova la tenuta civile e che equivalgono per la classe dirigente a una specie di "collaudo", proprio come si dovrebbe fare per un ponte. Momenti nei quali il dolore, lo smarrimento, il lutto, se tenuti lontano dal detonatore micidiale della rabbia, possono trovare un punto di coagulo positivo, trasfigurandosi in un abbraccio ideale. Per carità, c'è un tempo per tacere, piangere e solidarizzare, e un tempo per recriminare, e non è che tra l'uno e l'altro debbano trascorrere secoli. Dinanzi alla morte, soprattutto quando è violenta, ingiusta e incomprensibile, dobbiamo disporci tutti insieme, immediatamente, come intorno a uno spazio sacro - persino laicamente sacro -  e chinare il capo, in silenzio e uniltà, provando a portare ognuno il peso degli altri. 
E invece no: i due vicepremier tuttologi Salvini e Di Maio, cioè l'intero governo della Repubblica (il resto è folclore), non hanno resistito alla tentazione di straparlare, profanando persino la zona di rispetto dinanzi alla morte e trasformandola in un palco, anzi in una passerella, condita da selfie e interviste a raffica (ma questa gente conosce la differenza tra dichiarare e lavorare?). Ripensando, ad esempio, all'attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003, in cui persero la vita 19 italiani e 9 iracheni, e ricordando la compostezza di un intero popolo che si strinse attorno ai nostri carabinieri e militari, non possiamo non chiederci: ma quanti secoli sono passati?
No, non si può più tacere. So bene che parlare di Di Maio e di Salvini dopo il crollo del ponte Morandi, a Genova, significa fare il loro gioco, ma è ora di cominciare a dire che il re è nudo. Non intendo dare un giudizio sulle persone (chi potrebbe farlo?), ma una valutazione politica si può e si deve esprimere. La storia mette spesso alla prova una classe dirigente, ma in alcuni casi la sentenza è quasi senza appello. Dal mio punto di vista, Di Maio e Salvini hanno avuto - forse troppo presto - la loro prova del fuoco e l'hanno persa. In questo momento, senza infierire né offendere, semplicemente verrebbe da dire: "Questi ragazzi sono inadeguati".
Mi sono posto più volte, durante l'ultima campagna elettorale, la domanda: In politica è peggio la disonestà o l'incompetenza? Lo so che un dilemma secco come questo in natura non esiste, ma se si dovesse scegliere, che fare? Negli ultimi mesi sto provando a darmi questa risposta: in alcuni casi l'incompetenza è anche disonesta, soprattutto quando non riconosce i propri limiti, nascondendoli sotto il velo - sottile sottile - della presunzione e della irresponsabilità, e rifiutando per questo di farsi aiutare dalle persone giuste.
A Genova l'incompetenza, anzitutto, ha risuscitato un fantasma che pensavamo da tempo di aver chiuso in qualche armadio: il processo politico. Sì, perché sentire un governo che ignora la divisione dei poteri, pietra miliare della democrazia moderna, fa semplicemente rabbrividire. Fa rabbrividire il potere esecutivo che diventa giudiziario, pretendendo di mettere alla gogna i colpevoli di una disastro a prescindere dall'accertamento delle cause, perché i tempi della giustizia sono troppo lunghi e perché questo chiedono i morti di Genova (affermazione, se possibile, ancora più grave). La politica dovrebbe dotare la magistratura di risorse che ne facilitino e accelerino le procedure, non sostituirsi ad essa!
Alla faccia della magistratura, ma anche alla faccia dei mercati. In questi giorni si sta giudicando insufficiente il piano di 500 milioni messo in campo da Atlantia, la società che controlla Autostrade per l'Italia, ma si dimentica che dopo le dichiarazioni estemporanee e irresponsabili dei due vicepremier la stessa società ha perso in due giorni, come ha rilevato anche Ilsole24ore, qualcosa come 5,39 miliardi!!! Lascio da parte ogni giudizio sulla cosiddetta "Salva Benetton", che Salvini si è ricordato un po' tardi di aver votato (guarda caso, solo dopo che l'opposizione glielo ha rinfacciato).
In questi casi l'incompetenza fa davvero più danni della disonestà, avallando (spero inconsapevolmente) una visione totalitaria della politica, che la pone al di sopra di tutto: 
- altri poteri dello Stato, come quello legislativo e giudiziario: scegliendo di volta in volta quando servono e quando non servono;
- scienziati: siano essi medici che raccomandano i vaccini, economisti che vorrebbero tenere in ordine i conti dell'Inps, ingegneri e via discorrendo;
- Istituzioni europee: affermando a parole di volerle rispettare, ma nello stesso tempo remando contro per affossarle;
- società concessionarie (non solo Autostrade per l'Italia): ad esempio la Rai, decidendo se una votazione contraria della vigilanza sia accettabile o meno;
- religione, sì persino la religione: arrogandosi il diritto di salvare alcune pagine del Vangelo e cestinare le altre (quasi tutte….);
- cittadini (vivi e morti): autoproclamandosi unici interpreti legittimi del popolo, e per questo depositari di una delega in bianco.
Francamente era inimmaginabile un rigurgito così sfacciato di partitocrazia, impegnata in una occupazione sistematica dello Stato e della società civile. Forse non c'è una strategia ideologica dietro tutto questo; forse si tratta solo di inesperienza, mascherata di false sicurezze e smascherata da un continuo andirivieni di dichiarazioni avventate e di altrettanto rapidi dietrofront. Si può un giorno annunciare l'impeachment per il Presidente della Repubblica e il giorno dopo comportarsi come se nulla fosse stato. Suppongo che anche l'intento di nazionalizzare alcuni servizi pubblici potrebbe fare la stessa fine. Oppure trovare una soluzione di compromesso, come si è fatto sulla vicenda dei vaccini, inventandosi "l'obbligo flessibile", che è la forma più umoristica - se non fosse inquietante - che un governo di inadeguati abbia potuto finora inventarsi.

giovedì 16 agosto 2018

Bauman e il pericolo delle utopie rovesciate

"Abbiamo invertito la rotta e navighiamo a ritroso… Sono gli anni della retrotopia": questa frase, riportata in quarta di copertina, riassume efficacemente il contenuto dell'ultimo libro di Zygmunt Bauman, apparso nel 2017, pochi mesi dopo la sua scomparsa. Il sociologo / filosofo polacco, di origini ebraiche, divenuto cittadino inglese, autore di una produzione sterminata, illuminata da alcune metafore fortunate (e forse un po' abusate), come quella della liquidità, ci lascia con questo libro il suo ultimo messaggio. Un messaggio messo a fuoco lucidamente nella breve introduzione, seguita da quattro capitoli, molto ricchi sul piano della documentazione bibliografica, anche se un po' disomogenei e non privi di qualche ripetizione, che avrebbero meritato una revisione, forse resa impossibile dalla morte dell'Autore.

La tesi di fondo è semplice e suggestiva: la nostra epoca ha ormai bruciato da tempo ogni spinta in avanti, che aveva il suo "carburante" ideale nelle utopie moderne della emancipazione collettiva, del progresso illimitato, delle "magnifiche sorti e progressive", secondo il canto amaro de "La ginestra" di Leopardi. Ecco allora il capovolgimento, per il quale Bauman conia il termine di "retrotopia": «le speranze di miglioramento, a suo tempo riposte in un futuro incerto e palesemente inaffidabile, sono state nuovamente reinvestite nel vago ricordo di un passato apprezzato per la sua presunta stabilità e affidabilità» (p. XVI). Alla base dell'odierna "retrotopia" c'è la speranza di poter finalmente riconciliare sicurezza e libertà: impresa che Bauman ritiene giustamente mai tentata e mai realizzata. A differenza di ogni altra vera utopia, però, teorizzata, voluta, perseguita come una forma di riscatto, questo ritorno all'indietro non assomiglia a un progetto rovesciato, ma ha qualcosa di casuale, come accade nella esplosione delle disuguaglianze: «si tratta di effetto accidentale e inatteso - o, quanto meno, non oggetto di riflessione, né di diagnosi o prognosi - di molteplici forze sguinzagliate e fuori controllo» (p. 89).

Quello che Bauman chiama "l'innamoramento retrotopico per il passato" (e che di solito fa seguito a una rivoluzione mancata) oggi nasce da una convinzione di base: nei paesi ricchi, la maggior parte dei genitori è convinta è i propri figli se la passeranno peggio di loro. Quattro sono le forme fondamentali di questa "retrotopia". Anzitutto, un ritorno a Hobbes: il processo moderno di civilizzazione, infatti, ha portato solo a una "riforma delle buone maniere", nascondendo - ma non eliminando - una incancellabile pulsione violenta. Forse per questo "l'animale hobbesiano" che è in noi (homo homini lupus) non vuole coinvolgersi troppo nel rapporto con gli altri, per timore che esploda l'incapacità di controllo sugli istinti sgradevoli. Insomma, «dobbiamo riporre nel cassetto l'idea di un mondo senza violenza, una delle utopie forse più belle - ma anche, purtroppo, più irraggiungibili» (pp. 6-7). Il risultato è che la violenza delle gang di bulli di strada e la smania punitiva dei cittadini cominciano pericolosamente ad assomigliarsi: la violenza, vissuta come un temporaneo sollievo al nostro umiliante senso d'inferiorità, esercita un'attrazione morbosa…

Il "ritorno alle tribù" è un secondo effetto dell'odierna "retrotopia": la globalizzazione porta a concepire gli Stati come forme di vicinati, afferma Bauman citando Walzer, in cui è la tribù, alla fine, a decidere chi soccorrere e chi uccidere. Anticapitalismo, moralismo e xenofobia sono gli ingredienti di base, secondo Boltanski, di questo tribalismo di ritorno, fondato sul bisogno paradossale di sentirsi parte di una società formata da individui, ossessionati dalla paura di perdere lo status sociale dei genitori. Il crollo della  fiducia in una comunità diversa va di pari passo con un'idea miope e conflittuale di tradizione, vagheggiata solo per proclamare che noi siamo stati i migliori, quindi per celebrare ciò che è nostro ed escludere gli altri, afferma Bauman, citando Lowenthal. La tradizione diventa orgoglio e l'ignoranza impedisce la reciprocità. Si riaffaccia quindi l'idea di uno Stato territorialmente sovrano, che è stata - secondo Bauman - la madre di ogni nazionalismo. Ecco la ricetta del successo dei populismi: «la rabbia degli esclusi e dei reietti è un filone incredibilmente ricco da cui si può attingere senza sosta per rifornirsi di capitale politico» (p. 64).
Bauman inquadra in tale prospettiva il fenomeno delle migrazioni: quando l'imperialismo coloniale era all'apice, circa 60 milioni di europei sono partiti alla volta delle Americhe, dell'Africa o dell'Australia, spesso riconvertiti in coloni o soldati, ma dalla metà del '900 il flusso migratorio si è invertito; secondo Michel Augier, nei prossimi 40 anni si prevede un miliardo di sfollati: «una marea montante di persone cacciate di casa dalle decine di guerre civli, etniche e religiose e dal banditismo nei territori che i colonizzatori si sono lasciati alle spalle» (p. 74). Un fenomeno che ci ha colti impreparati, «alla stregua di quelle tribù cui ci sforziamo di fare ritorno» (p. 77).

Al centro degli ultimi due capitoli ci sono altri due ritorni. Anzitutto il ritorno alla disuguaglianza. Il sistema ha dimenticato che bisogna occuparsi degli sconfitti: «A livello globale (secondo l'ultimo resoconto del Credit Suisse) - scrive Bauman - la metà più povera dell'umanità (3,5 miliardi di persone) possiede l'1 per cento di tutta la ricchezza mondiale: come le 85 persone più abbienti sulla Terra» (p. 88). Ormai i linguaggi dell'élite e quelli del resto del mondo sono diventati reciprocamente incomprensibili; dal Medioevo in poi, commenta Bauman, la distanza non è mai stata così profonda. In tale situazione la solidarietà diventa un "lusso costoso" (P. Verhaeghe) e l'unica strategia consiste nel trarre dalla situazione più vantaggi dei propri rivali. 

C'è infine una forma di ritorno al grembo materno: la disgregazione dei legami umani si accompagna infatti a una visione autoreferenziale del dovere morale e a una privatizzazione della speranza. Il mito narcisistico ha le sue manie di grandezza, ma comporta anche un'angoscia permanente, dal momento che «tutta la responsabilità per gli insuccessi dell'esistenza è stata spostata sulle spalle degli individui» (p. 125). Il culto di sé deve continuamente difendersi, però, dal narcisisismo degli altri, e questo smaschera l'illusione di tenere insieme libertà e sicurezza: la crescita della prima è sempre a scapito della seconda, mentre l'amore non offre più garanzie contro questo "esercito crescente di solitari". Una contraddizione che potrebbe riassumersi con le parole di Tim Jackson: «ci convincono a spendere soldi che non abbiamo per procurarci cose  che non ci servono per fare un'impressione che non durerà su gente di cui non c'importa nulla» (p. 120). 

Queste 4 forme di regressione hanno dunque in comune, secondo Bauman, un vero e proprio "terrore del futuro", mentre lo Stato nazionale «dimostra la sua assoluta inadeguatezza ad agire efficacemente nell'attuale condizione d'interdipendenza planetaria degli uomini» (p. 161). Abbiamo davanti a noi «un lungo periodo di domande più che di risposte, di problemi più che di soluzioni, in bilico tra il successo e il falllimento», e non dobbiamo dimenticare di essere «come mai prima d'ora, in una situazione di aut aut: possiamo scegliere se prenderci per mano o finire in una fossa comune» (p, 169).
Anche Bauman dichiara, in chiusura, di aver trovato la "risposta più convincente" nell'appello al dialogo di papa Francesco, le cui condizioni «dipendono dal ripetto reciproco e dal presupposto, dalla garanzia e dal mutuo riconoscimento dell'eguaglianza di status» (p. 168). Un messaggio finale che potrebbe essere rivolto a tanti cristiani, vittime e complici anch'essi - spero senza accorgersene - di questa voglia irresponsabile di retrotopia.

IL LIBRO
Z. Bauman, Retrotopia, tr. it. di M. Cupellaro, Laterza, Roma - Bari 2017, pp. 181, € 15 

sabato 7 luglio 2018

NANI sulle spalle di GIGANTI / Giorgio LA PIRA

Non avrei immaginato, provando a prolungare questa galleria di "foto-ricordo", del tutto evocativa e senza pretese, di poter salire sulla spalle di Giorgio La Pira (1904-1974) praticamente all'indomani della sua proclamazione come “venerabile”, avendo Papa Francesco autorizzato - dopo un iter molto rapido - la pubblicazione del decreto che ne riconosce le virtù eroiche. Non è possibile qui approfondire alcune tappe della sua vita straordinaria (ricordate in una pagina di Avvenire di ieri). 
La Pira nasce a Pozzallo, in Sicilia, diventato ormai luogo di sbarchi (chissà che cosa oggi ci direbbe?). Cresciuto in ambienti anticlericali, matura la sua personale conversione alla fede cristiana negli anni dell'adolescenza; si laurea a Firenze (1926), diventando ben presto docente di Diritto Romano. Qui inizia a frequentare le attività caritative della San Vincenzo, gli incontri della Gioventù Cattolica e matura una inconfondibile ed esemplare "cifra spirituale", fatta di solida cultura classica, di slanci evangelici senza calcoli, di dedizione lungimirante e concreta. Alla base c'è una sintesi esemplare di azione e contemplazione, che alimenta segretamente una vena profetica - e per questo positiva - di lettura dei segni dei tempi.
Eletto all'Assemblea Costituente (1946), dove svolge un ruolo cruciale, diviene in seguito Sottosegretario al Lavoro nel primo governo De Gasperi. Indimenticabile Sindaco di Firenze (1951-1957, 1961-1965), s'impegna a fondo nell'edilizia popolare e scolastica, e nella tutela del posto di lavoro.
Il suo impegno per il dialogo e la pace si concretizza a Firenze nei "Convegni per la pace e la civiltà cristiana" (1952-1956), quindi nel "Colloqui mediterranei" per la rinciliazione tra le religioni della "famiglia di Abramo". Nel 1959 è il primo uomo politico occidentale a recarsi in Russia. Seguono viaggi memorabili in terra Santa, in America, in Africa. Dialoga a cuore aperto con grandi leader politici e religiosi: incontra Ho Chi Min in Vietnam (1965), Kennedy, Krusciov, Giovanni XXIIII, Paolo VI.

Qui vorrei limitarmi a farlo parlare attraverso alcuni suoi scritti, che ci aiutano ad alzare lo sguardo e a spezzare il circolo vizioso del male, in cui paura e insicurezza si potenziano reciprocamente, entrando nel circolo virtuoso del bene, che si libera della sindrome da accerchiamento riconciliando persona e solidarietà, dialogo e pace tra i popoli.
In una delle sue opere più note, la Pira ci ricorda che «la crisi del mondo moderno ha la sua radice in una errata interpretazione della relazione che corre tra questi due termini: persona e società» (La nostra vocazione sociale [1945], Ave 2004, p. 84). In questa relazione, La Pira riconosce però una fondamentale "eminenza" della persona umana rispetto ai valori sociali, come sicuro presidio contro ogni forma di totalitarismo: «Il valore dell'uomo è finale: perché la sua destinazione ultima non consiste in un servizio da rendere ad altri esseri; la sua destinazione ultima consiste in un atto interiore che lo unisce a Dio» (p. 90).
In questa visione, «la società appare… come una grande comunità umana nella quale tutti producono questo integrale e gerarchico bene comune destinato a essere proporzionatamente distribuito a ciascuno». Nulla di astratto, le conseguenze sono molto esigenti: «Produzione per opera di tutti; comunità del prodotto; distribuzione proporzionata a tutti: ecco i tre pilastri dell'edificio della comunità umana» (p. 97).
La Pira imposta così il rapporto tra persona e società, che è - ancora una volta - il nostro problema: «la società è strumentale rispetto alla persona; la persona è subordinata alla società solo nei limiti in cui la società è ordinata al bene totale della persona» (p. 101).

Questi temi sono ripresi e approfonditi, su un piano di rilettura filosofica dell'insegnamento di Tommaso d'Aquino, in una opera pubblicata nel 1947, che conosce una seconda edizione nel 1966: una volta riconosciuto che «la persona esiste per sé», ne risulta che «essa non presenta nessun legame che la faccia essenzialmente dipendere, per esistere, da altri (tranne la totale dipendenza da Dio)» (Il valore della persona umana, Ed. Polistampa 2009, p. 82). Esiste quindi un unico ordine solidale, per cui tutti i singoli sono membri del corpo sociale, in modo che «il bene od il male di ciascuno diventa necessariamente bene o male di tutti» (p. 124). Di conseguenza, il diritto positivo «deve tutelare i diritti naturali della persona umana: diritto alla conservazione del proprio essere; diritto alla società politica; diritto all'uso dei beni materiali; diritto alla propria libera espansione spirituale» (p. 129). Forse è proprio questo il più potente virus antirazzista che La Pira ci ha lasciato, e che dovremmo cominciare a gridare dai tetti.

È importante situare l'impegno sociale e politico di La Pira, e prima ancora la sua testimonianza "visionaria" e caritativa, in questa cornice di pensiero, per non impoverirne la figura in un bozzettismo bizzarro e per noi irripetibile. Molti suoi pensieri confermano in modo inquivocabile questa coerenza interiore. A cominciare dall'attenzione ai poveri, definiti come «il documento vivente, doloroso, di una iniquità nella quale si intesse l'organismo sociale che li genera». Altro che elemosina cieca e solo riparativa! I poveri sono, continua La Pira, «il segno inequivocabile di uno squilibrio tremendo - il più grave fra gli squilibri umani (dopo quello del peccato) - insito nelle strutture del sistema economico e sociale del paese che li tollera» (I miei pensieri, a cura di R. Bigi, Società Editrice Fiorentina 2007, p. 37). Dinanzi a questi "squilibri tremendi" non dobbiamo avere paura: «Bisogna avere il coraggio di Cristoforo Colombo… e non la paura dei suoi compagni: il mondo nuovo c'è ed è possibile, perciò, pervenirvi» (p. 38).

Le implicazioni politiche sono radicali: «Un sindaco che per paura dei ricchi e dei potenti abbandona i poveri - sfrattati, licenziati, disoccupati e così via - è come un pastore che per paura del lupo abbandona il suo gregge» (p. 41). Questo dovrà essere il cardine dell'esame di coscienza di ogni politico cristiano: «quando Cristo mi giudicherà io so di certo che Egli mi farà questa domanda unica (nella quale tutte le altre sono conglobate): come hai moltiplicato, a favore dei tuoi fratelli, i talenti pubblici e privati e pubblici che ti ho affidato? Cosa hai fatto per sradicare dalla società nella quale ti ho posto come regolatore e dispensatore del bene comune la miseria dei tuoi fratelli e, quindi, la disoccupazione che ne è causa fondamentale?» (p. 48).

Per questo, l'unica strada da percorrere è custodire l'"anima spirituale" della città e allargarne gli orizzonti. Ponti e non muri. Sempre, instancabilmente: «ciascuna città e civiltà è legata organicamente per intimo scambio a tutte le altre: formano tutte insieme un unico grandioso organismo» (p. 65). Ecco la strada da percorrere: «Le città intendono collaborare alla unità del mondo, alla unità delle nazioni; esse vogliono unirsi per unire le nazioni; per unire il mondo. Vogliono creare un sistema di ponti - scientifici, tecnici, economici, commerciali, urbanistici, politici, sociali, culturali, spirituali - che unisca le une alle altre, in modo organico, le città grandi e piccole del mondo intero» (p. 66).
È l'unico modo per superare la logica della guerra: «Non basta non fare la guerra: bisogna fare la pace: la pace totale. La pace fra Dio e gli uomini, la pace fra continente e continente, fra popolo e popolo, fra nazione e nazione, fra città e città, fra famiglia e famiglia, fra uomo e uomo» (p. 71). Per volare alto in questi orizzonti di pace, c'è bisogno di una visione aperta della storia: «la storia dei popoli (ed anche, in un certo senso, la storia stessa del cosmo) è come un unico fiume che viene da una sorgente e va inevitabilmente (attraverso frequenti e spesso dolorose anse) verso una foce! Tutti i popoli (la storia di ogni popolo) formano con la loro storia - come tanti affluenti - questo fiume unico: si tratta di tante storie particolari che formano insieme - nel corso dei secoli e dei millenni - la storia unica e torale del mondo» (p. 87).

Il suo appello non si ferma all'unità europea, che dovrà comunque divenire «l'elemento determinante, il peso decisivo, la struttura di base dell'equilibrio politico mondiale» (p. 69). La Pira va molto più avanti, fino a sconcertare le nostre miopie: fare del Mediterraneo, culla delle tre grandi civiltà monoteiste, «"il lago di Tiberiade" del nuovo universo delle nazioni: le nazioni che sono nelle rive di questo lago sono nazioni adoratrici del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe; del Dio vero e vivo. Queste nazioni, col lago che esse circondano, costuiscono l'asse religioso e civile attorno a cui deve gravitare questo nuovo Cosmo delle nazioni».
È questo il compito dell'"Italia cristiana": «svolgere la propria azione politica, economica, culturale, sociale (religiosa) ecc.… in vista della costituzione di questo punto di attrazione e di gravitazione delle nazioni: perché da Oriente e da Occidente le nazioni "vengano a bagnarsi" in questo grande lago di Tiberiade, che è, per definizione, il lago di tutta la terra» (p. 73).

Inutile aggiungere che ogni riferimento allo squallore ottuso e desolante che ci sta contagiando tutti NON è puramente casuale.

mercoledì 27 giugno 2018

NANI sulle spalle di GIGANTI / Emmanuel MOUNIER

Vorrei continuare la ricerca, avviata nel post precedente, di maestri in grado di aiutarci a leggere questo nostro tempo e offrirci anticorpi efficaci contro la paura dell'altro e la ricerca ossessiva di false sicurezze
Emmanuel Mounier vive la sua esistenza breve e intensa (1905-1950) nella difesa appassionata di un rapporto profondo tra persona e comunità, come unica alternativa agli opposti estremismi dell'individualismo e del collettivismo; grazie anche alla rivista "Esprit" da lui fondata, diventa ben presto un testimone scomodo e profetico del movimento cattolico francese, pagando con la prigione il suo impegno nella resistenza francese.

Anche Mounier, come Bergson, mette in guardia - siamo nel 1936 - contro un'idea di patria che «tende a essere una società chiusa»: «spogliato… di tutta l'eloquenza di cui lo si imbroglia, l'amore della patria è un amore immediato e di breve raggio», mentre «la persona è esigenza di spiritualità e di universalità», che non può accontentarsi della false universalità del nazionalismo e dello statalismo (Manifesto al servizio del personalismo comunitario, Ecumenica 1975, pp. 204 s).
«Il prestigio nazionale, gli entusiasmi vitali, sono come vini inebrianti e, se quelli che li versano non hanno per scopo di sottrarre l'uomo a se stesso, rimane pur sempre il loro effetto: un delirio collettivo che addormenta in ciascun individuo la sua cattiva coscienza, ispessisce la sua sensibilità spirituale, e affoga nelle emozioni più elementari la sua vocazione suprema. Prigione più infittita, più nascosta, più temibile per le sue seduzioni di quella delle ideologie» (p. 35).
È il paradosso estremo di una società senza prossimità: «Le "società" possono moltiplicarsi, le "comunicazioni" possono "riavvicinarne" i membri, ma non è possibile comunità alcuna in un mondo in cui non c'è più un prossimo e dove non rimangono che dei simili, e dei simili, che non si guardano» (p. 84).

Dietro questi atteggiamenti ossessivi di chiusura si scopre poi, secondo Mounier, anche un'angoscia catastrofista in cui s'incontrano nichilismo e terrorismo: «eccoci nel punto segreto e scandaloso in cui la decomposizione delle società che recentemente hanno combattuto per la libertà dell'uomo raggiunge in modo invisibile i deliri che si sono opposti contro tale libertà» (La paura dell'artificiale. Progresso, catastrofe, angoscia, Città aperta 2007, p. 85). Un catastrofismo al quale non è estraneo il fatto che «l'uomo moderno per le sue ansie non ha più il sostegno della speranza cristiana» (p. 83). 
Denunciando con accenti veramente profetici (ormai pochi anni prima della morte) «l'angoscia di una catastrofe collettiva del mondo moderno» come «innanzitutto una reazione infantile da viaggiatore incompetente e stravolto», Mounier paragona l'uomo europeo a un «viaggiatore lanciato a tutta velocità in un'auto che non sa guidare, accanto al conducente morto all'improvviso» (p. 86).
Un pericolo che non può essere assecondato dai cristiani, ai quali Mounier rivolge un severo ammonimento: «L'importante è non trasformare in visioni profetiche i nostri stati d'animo e i nostri momenti di scoraggiamento, e non dare l'idea di trasformare il Dio della carità in un progettista di catastrofi: rischieremmo allora di non riconoscerlo più nei suoi trionfi senza clamore sulla strada di ogni giorno, da Gerusalemme a Gerico» (p. 161).

sabato 23 giugno 2018

NANI sulle spalle di GIGANTI / Henri BERGSON

In tempo di sguardi corti e di nani che sembrano giganti, dobbiamo tornare a salire sulle spalle dei veri giganti, che ci aiutano a leggere anche il nostro tempo, con un coraggio e una lungimiranza profetica che forse stiamo smarrendo.

Henri Bergson è stato uno di questi, che ha difeso con forza l'idea di una organizzazione mondiale per risolvere pacificamente le controversie tra i popoli. Tra il 1919 e il 1925, all'indomani della prima guerra mondiale e nella previsione di un secondo conflitto, Bergson si spende generosamente all'interno della Società delle Nazioni, come Presidente della Commissione internazionale di Cooperazione intellettuale, di cui faranno parte anche Albert Einstein e l'italiano Francesco Ruffini.
Nel discorso di ringraziamento per il Premio Nobel per la letteratura
(1928), denuncia la sproporzione fra "forze meccaniche e "forze spirituali", oggi particolarmente attuale nella crisi dell'Europa e dei grandi organismi internazionali: «Le macchine che costruiamo sono organi artificiali che si aggiungono ai nostri organi naturali, li prolungano e ingrandiscono così il corpo dell'umanità. Per continuare a riempire tutto questo corpo e per regolarne ancora i movimenti bisognerebbe che l'anima si dilatasse a sua volta, altrimenti l'equilibrio sarà minacciato e sorgeranno difficoltà molto gravi, problemi politici e sociali che non faranno che tradurre la sproporzione fra l'anima dell'umanità, rimasta circa quel che era, e il suo corpo enormemente inrandito… gli antagonismi, anziché scomparire, rischieranno di aggravarsi se non si compie anche un progresso spirituale, uno sforzo più grande verso la fraternità».

Il suo capolavoro (Le due fonti della morale e della religione, 1932), che precede di un anno l'avvento al potere del nazionalsocialismo di Hitler, è una denuncia lucidissima della "società chiusa", il cui carattere fondamentale, a dispetto della sua estensione, «è di comprendere ad ogni momento un certo numero di individui e di escluderne gli altri» (ed. Perrini, Brescia 1996, p. 142). Alla base di queste società contano soprattutto la «disciplina di fronte al nemico» e un «istinto sociale» che «non mira certo all'umanità. Il fatto è che fra la nazione, per quanto vasta sia, e l'umanità, c'è tutta la distanza che c'è dal finito all'indefinito, dal chiuso all'aperto» (p. 143).
Dunque esiste un abisso fra società chiusa e società aperta, anche se le tendenze della società chiusa permangono in ogni società che si apre, «perché tutti gli istinti ad operare con disciplina convergono originariamente verso l'istinto di guerra» (p. 274).

È dunque «un pericoloso errore credere che un organismo internazionale possa ottenere la pace definitiva senza intervenire, d'autorità, nella legislazione dei diversi paesi e forse anche nella loro amministrazione. Si mantenga in principio della sovranità dello Stato, se si vuole, a patto che se ne faccia un uso duttile nell'applicazione ai casi particolari. Ancora una volta, nessuna di queste difficoltà è insormontabile, se una parte sufficiente dell'umanità è decisa a superarle. Ma bisogna guardarle in faccia, e sapere a che cosa si dà il proprio consenso quando si domanda la soppressione delle guerre».
Altrumenti, che cosa ne sarà della pace fra i popoli, si chiede Bergson, se lo sviluppo industriale dovesse conoscere una grave battuta d'arresto? «Esigiamo le comodità, il benessere, il lusso. Vogliamo divertirci. Che cosa avverrebbe se la nostra vita diventasse più austera?» (p. 276).

La celebrazione della società aperta non esclude il vero amor patrio, che non dev'essere mai confuso, però, con un attaccamento esclusivo e tribale. Il primo, se autentico, «attrae a sé ciò che vi è di meglio nelle anime. L'autentico patriottismo si costituisce lentamente, si nutre di pietas, di ricordi e speranze, di poesia e di amore, si avvale, come il miele dei fiori, dell'appporto di tutte le bellezze morali che sono sotto il cielo. Era necessario un sentimento molto elevato, che imitasse lo stato mistico, per aver ragione di un sentimento radicato come l'egoismo tribale» (p. 263).
Che stiamo, forse, tornando indietro?

venerdì 15 giugno 2018

IL PAESE SPAESATO

 
Tutto sommato, era un bel paese. Da un po' di anni, in tanti avevano cominciato a chiamarlo così, attaccando le due parole e mettendo una maiuscola: il Belpaese. Suonava bene, anche se quel nome, di nobili origini, aveva oggi un retrogusto amaro, con un sapore vagamente favolistico e irresponsabile, che in qualche caso sfumava addirittura nella presa in giro. In fin dei conti, era abitato da brava gente: dignitosamente povera, profondamente onesta, autenticamente religiosa. Intendiamoci, le eccezioni non mancavano, non mancano mai: c'erano rami storti, ogni tanto sovraccarichi di mele marce. Ma le radici erano profonde, il tronco sano e robusto. 
Era un paese ricco, pur essendo molto povero: non bisogna avere un concetto povero di ricchezza. Dal centro sprigionava ancora un fulgore unico: nel suo apparente disordine, era come uno scrigno antico, che custodiva, in mezzo a tanto ciarpame, perle rarissime, invidiate (e spesso depredate) da molti. La terra, magicamente sospesa tra i monti e il mare, era capace di sorprenderti con quella luce morbida e pura che accarezzava le colline, da farti venir la pelle d'oca. 
La sua storia - perché la ricchezza più straordinaria era la sua storia - era lunga e sofferta. Solitamente gli abitanti erano riusciti a tenere a bada alcuni vizietti congeniti, come la litigiosità ciarliera e un po' inconcludente, l'arte di arrangiarsi, una certa disinvoltura con le regole (e - ahimè - anche con la legge), la faciloneria viscerale nello scegliere i propri capi. C'erano, però, anticorpi efficaci grazie ai quali resistere a epidemie ricorrenti: nelle piazze si litigava, ma i campanili e le chiese ancora insegnavano alla gente, pur tra tanti limiti, a stringersi la mano. La promessa con cui si benediva l'amore e il perdono che lo rigenerava erano un ricostituente sociale formidabile.
Purtroppo, in alcuni momenti difficili, quando la pancia prendeva il sopravvento sulla testa, i suoi abitanti se le sono date di santa ragione: se si va in giro per le vie del paese, si vedono ancora i segni di tante cicatrici.
Poi, a un certo punto, è accaduto qualcosa, dev'essersi rotto qualcosa. I figli, per un verso o per l'altro, non si sono riconosciuti più nella vita e nella storia dei loro genitori. Figuriamoci dei loro nonni. Hanno cominciato a muoversi, a spostarsi di continuo: prima rapidamente, poi freneticamente, infine ossessivamente. Poco a poco, si è fatta strada la convinzione che ci si potesse affrancare dallo spazio e addirittura anche dal tempo. Questo sarebbe il vero modo di essere liberi: non avere legami, non avere debiti. Liberi e soli. Spaesati. La flessibilità era diventato il nuovo mito, e con la fedeltà aveva in comune solo la rima.  
Life is now, la vita è adesso. 
Un'avidità insaziabile e ottusa aveva fermato gli orologi, cominciato a distruggere i calendari. Tutti correvano come forsennati, ma in realtà il vero obiettivo, eccitante e disperato, era scavalcare il tempo, catturare l'istante e goderselo per sempre. I teologi avrebbero detto: soteriologia senza escatologia. Si poteva buttare tutta la propria esistenza sul tavolo verde di un inebriante gioco d'azzardo, che nessuno prima aveva giocato; si poteva perdere, certo (anzi, si perdeva quasi sempre), ma i risparmi dei genitori, la loro pensione e la loro casa erano sempre lì, a portata di mano.
In questo paese, che non era più un paese, a un certo punto arrivò un violento uragano. Se ne avvertì a malapena, da lontano, il brontolio cupo e ben presto era già lì. Scoperchiò i tetti, fece crollare i capannoni, rase al suolo i luoghi di lavoro, soprattutto spazzò via quel panorama invisibile, fatto ancora di promesse e di lealtà, che teneva ancora insieme le persone. 
La gente cominciò a incattivirsi; a incattivirsi ancora di più  quanto cominciarono a farsi vedere persone mai conosciute prima: andavano in giro ovunque, con grandi megafoni che martellavano giorno e notte parole seducenti e cattive. Alcune di quelle parole forse erano vere, e alla gente piacevano. Ma il senso complessivo era inquietante e maligno: il male non viene da noi, viene dagli altri, da quelli che arrivano da lontano. Sono loro - gli altri, i diversi - la causa di tutte le nostre disgrazie. Abbiamo un NEMICO, ecco il punto.  Nessuno vi ha mai detto come stanno davvero le cose: dobbiamo avere il coraggio di alzare la voce e liberarci da tutti i legami esterni.  Vicini e lontani. Indiscutibilmente, semplicemente.
In passato, più di una volta questa miscela sporca di disprezzo e risentimento era affiorata in superficie, con effetti devastanti. Aveva prodotto un distillato micidiale: l'odio del nemico, che inizialmente s'annuncia come una paura sorda, per diventare poi aggressivo, fino a scatenare vere e proprie guerre. 
Ma adesso nessuno ricordava più niente. Tutti promettevano un Nuovo Inizio, e solo chi aveva conservato in un cassetto un po' di memoria sapeva che tutto questo era molto vecchio. 
Vecchio e molto brutto, e non prometteva proprio niente di buono.