giovedì 8 febbraio 2018

INDIFFERENZA e VIOLENZA: le due sorelle siamesi

Mercoledì 7 febbraio, metà pomeriggio, Consiglio di Dipartimento. In coda, due interventi di rappresentanti degli studenti, di una maturità esemplare: non è affatto vero che saggezza e responsabilità dipendono sempre dall'anagrafe. Uno, in particolare, mi ha ferito profondamente. Poche parole, intense e spaesate, alla fine travolte da una tensione emotiva prossima al pianto, in un silenzio assoluto e partecipe:  "Io ho paura. Ho paura di uscire di casa, di uscire da solo, di uscire per andare nella mia università". Parole innocenti, questo è il punto. Il colore della pelle non può essere una colpa. In nessun caso. Pensavamo che questa verità elementare, emersa da una storia avvelenata e grondante di sangue, non avesse più bisogno di essere ripetuta nel pianto.
Indifferenza e violenza oggi sono due gemelle siamesi: non sono una sola persona, non riescono a guardarsi in faccia, ma nemmeno a separarsi l'una dall'altra. L'indifferenza alle differenze, che è un po' la "formula chimica" dell'individualismo, anzi dell'atomismo sociale dilagante, è un solvente che consuma i legami di cittadinanza, ab-solve dalle relazioni, anestetizza la responsabilità, s'illude di rimuovere i conflitti rintanandosi dentro il recinto del proprio egoismo e stendendo attorno ad esso un cordone sanitario impenetrabile. Forse la prima violenza comincia proprio da qui: espellendola all'esterno della mia minuscola "società vitale" e trasformando l'altro in un potenziale nemico. Ogni contatto ravvicinato può diventare un pericolo, se non siamo noi a controllarlo. La violenza è sempre all'esterno. 
Di questo passo la nostra società sta rapidamente perdendo tutte le difese immunitarie nei confronti della violenza. Le generazioni dei nostri nonni e genitori hanno conosciuto la violenza della guerra; una violenza in qualche modo istituzionalizzata: dichiarata, codificata, protetta persino dal diritto, per evitare lo sconfinamento nel crimine e poterlo perseguire. L'umanità, nel cuore del Novecento violentato da due guerre mondiali, sembra aver imparato la lezione: ha istituito organismi internazionali per promuovere la pace e perseguire i criminali, ha cercato di superare la guerra fredda e ottenuto un po' di disarmo nucleare.
Nel frattempo il virus della violenza ha conosciuto una mutazione genetica: ha cominciato a spostarsi dalla trama dei rapporti lunghi a quella dei rapporti corti; si è insediato come un parassita nell'ordine degli affetti, ha iniziato ad accendere focolai pericolosi tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra persone innamorate, tra insegnanti e alunni. La fine di un amore sempre più spesso coincide con la fine di una vita. La piaga del femminicidio ne è l'esempio più atroce. L'alunno che sfregia l'insegnante, l'aggressione con l'acido alla propria compagna sono i primi gradini di una escalation che si conclude con vittime sgozzate, cadaveri smembrati, buttati ai bordi di una strada.
Questa profanazione estrema della persona, della sua vita e della sua dignità (anche dopo la morte), destabilizza la convivenza e immette nelle vene profonde delle nostre comunità il senso oscuro di una precarietà e insicurezza sociale che pesa come una spada di Damocle sulle nostre vite fragili, incapaci di gestire i conflitti e sempre pronte a identificarli con qualcuno/a da tenere a distanza o da sopprimere.
È vero che è in calo il numero degli omicidi in Italia, passati da 1.442 nel 1992 a 343 nel 2017! Ma forse è cresciuta l'efferatezza, perché la percezione della violenza aumenta, trasformandosi rapidamente in allarme sociale.
Prima o poi arriva il momento in cui questo processo di fuga dai conflitti e di sospetto generalizzato verso gli altri, i più "lontani" e "diversi", è intercettato e trasformato in una una bandiera. Comincia così un'operazione in grande stile di produzione ideologica del nemico. Un'operazione a bassissimo costo e ad altissimo rendimento. Non servono grandi idee, bastano slogan mediocri. L'importante è intercettare l'indifferenza, trasformarla in paura e farle balenare davanti soluzioni chirurgiche e indolori. Ciò che conta è bonificare lo spazio attorno a noi. Un'ideologia istintiva e totalitaria diventa la panacea universale. 
È parte di questa strategia - si fa per dire - screditare l'educazione, delegittimare il sapere, affermare che basta la pancia e non serve la testa per risolvere i problemi. A questo punto, indifferenza e violenza si danno la mano, le due sorelle siamesi si riconoscono e si legittimano reciprocamente. L'indifferenza fornisce l'acqua in cui nuotano gli squali dello scontro sociale, avanguardia agguerrita di chi sogna un impossibile ritorno al passato.
Quello che è accaduto e sta accadendo a Macerata è una tragica esemplificazione di un fenomeno diffuso - più di quanto s'immagini - che tocca tutti.
Non è solo la punta dell'iceberg che deve preoccuparci. E non è vero che il male è sempre altrove; il male è sempre ovunque e dovremmo cominciare a cercarlo anche nel posto dove di solito guardiamo di meno: nel nostro egoismo, ammantato di perbenismo e indifferenza.  
Non esiste il nemico, ma esistono ideologie pericolosissime che lo fabbricano, trasformandolo nel capro espiatorio di tutti i conflitti, le paure, i problemi che ci affliggono. Per spezzare questo circolo vizioso, grossolano e infernale, dobbiamo evitare di cadere nella trappola: offrire su un piatto d'argento ai violenti che cavalcano la paura proprio quello scontro frontale di cui hanno un disperato bisogno per sentirsi vivi.
Sapremo scongelare l'indifferenza e, solo attraverso una ritrovata solidarietà sociale, isolare e neutralizzare la violenza? Ecco la grande sfida dei prossimi anni.
Modificando un aforisma, molto caro a Martin Luther King, ma in realtà attribuibile a Goethe, giocato sul binomio paura/coraggio (in questo caso equivocabile), oggi lo aggiornerei così:
"Un giorno la Paura bussò alla porta, la Solidarietà andò ad aprire e vide che non c'era nessuno".

sabato 3 febbraio 2018

L'ultima overdose

Ha scritto René Girard: "Il Male esiste ed è il desiderio metafisico stesso, è la trascendenza deviata, che tesse gli uomini al rovescio, separando ciò che essa pretende di unire, unendo ciò che pretende di separare. Il Male è il patto negativo dell’odio a cui tanti uomini aderiscono per la loro reciproca distruzione". 
I fatti di Macerata di questi giorni offrono un concentrato mostruoso di questa "trascendenza deviata": una ragazza che non riesce a uscire dal tunnel; la fuga da un percorso di liberazione che forse per lei era troppo in salita; lo schianto agghiacciante e il macabro rituale per cancellare - a qualsiasi prezzo - una storia incancellabile; la vendetta disperata, per conto terzi, di uno schizzato, che beveva a piccole dosi il veleno dell'odio e che alla fine - anche lui! - si è arreso nel peggiore dei modi all'ultima overdose della violenza allo stato (im)puro.
Il male che esplode come "patto negativo dell'odio" non ha nulla a che fare con un terremoto o un'eruzione vulcanica: eventi a volte ancor più devastanti, ma che non si portano dietro quell'alone di radicale smarrimento in cui vacilla il senso stesso della nostra fragile umanità. Noi non conosciamo - è vero - l'ora X che fa tremare la terra sotto i nostri piedi o che trasforma un vulcano in un infernale rigurgito di lava; ne siamo certamente spaventati, feriti a morte, senza tuttavia provare quell'angoscia profonda che scaturisce dalla scoperta di un'intenzione malvagia, di un assurdo capovolgimento di quella differenza fra bene e male, di cui parla Girard.
La faglia dell'Appennino centrale può essere pericolosissima, ma non è cattiva. Non ha intenzioni cattive. Se le nostre conoscenze fossero più sviluppate, potremmo sapere di più, prevedere di meglio, attrezzarci meglio. Nel caso del male morale, invece, tutto questo è per principio impossibile. La radice ci sfugge: è intorno a noi, persino dentro di noi. 
Non esiste l'algoritmo del male, con il quale illuderci di neutralizzare il mistero, prevenire il crimine e deportare in un mega campo di concentramento tutti i carnefici potenziali, perché le vittime possano sentirsi tranquille.
Non volendo scavare nel mistero, allora, ci aggrappiamo a brandelli superficiali di mezze verità, che trasformiamo in assolute certezze, da sventolare come i vessilli della nostra innocenza. Ci basta l'ultimo anello della catena: ma come, una comunità di recupero non è sicura? Dopo aver censurato Muccioli perché legava i tossicodipendenti, ora disinvoltamente vorremmo fare al contrario; senza sapere, senza cercare di sapere. Perché sapere che la Comunità Pars, da dove Pamela è scappata, magari funziona benissimo, romperebbe lo schema e ci costringerebbe a ragionare troppo. 
Allo stesso modo, dinanzi al disagio di una società bacata, ci basta crocifiggere l'ultimo nigeriano di turno; anche in questo caso, cercare il pesce grosso dietro il pesce piccolo sarebbe un'operazione complessa e anche azzardata: forse potremmo trovare al fondo della catena un bianco rispettabile, che addirittura sui "neri" la pensa peggio di noi!
Abbiamo sempre bisogno di un capro espiatorio a portata di pelle, da immolare sull'altare delle nostre paure, bruciando in un bel fuoco purificatore i nostri sensi di colpa, le nostre omissioni, in qualche caso persino le nostre complicità.
Il capro espiatorio, di solito, è il luogo in cui convergono orde fameliche di sciacalli: rispetto ai disgraziati - un po' balordi, un po' cialtroni - che si aggiravano tra le case di Amatrice o di Visso, dopo il terremoto, questi sciacalli sono mille volte più ripugnanti: mandano avanti gli altri, non rischiano nulla e cercano di nobilitare il loro cinico opportunismo con beceri proclami identitari. Per fortuna sono facilmente riconoscibili: rozzamente primitivi, insopportabilmente populisti. Demagoghi dell'ultima ora, senza arte né parte, bravissimi a cavalcare la paura e a parlare solo alla pancia della gente.
Ma la notizia di oggi più grave di tutte - se possibile - è che l' "America First" di Trump intende rilanciare un piano nucleare in grande stile: più flessibile, più mirato, più "cattivo", capace di nascondere dietro il paravento dell'innovazione tecnologica una corsa al riarmo di cui è facile intuire gli interessi economici e l'irresponsabilità politica. Il pretesto che ci viene ammannito (il riarmo atomico della Russia) ha lo stesso odore delle "armi di distruzione di massa" (presentate, con tanto di slide, da Colin Powell all'Onu e mai trovate), che giustificarono l'attacco degli Stati Uniti di Bush a Saddam Hussein.E così si ricomincerà a mettere benzina dentro un serbatoio che speravamo svuotato per sempre. 
Forse si riaffaccia il pericolo di un'altra overdose nucleare. La logica è la stessa: alla base c'è sempre il "patto negativo dell'odio" che "tesse gli uomini al rovescio" e prepara una "reciproca distruzione". Quando la realtà diventa complessa, quando ragionare è difficile - e per qualcuno forse impossibile - la retorica del nemico alle porte di casa, pompata astutamente dai media, torna a macinare consensi a pieno regime. Con tutti i suoi antichi corollari, che non possiamo permetterci il lusso di dimenticare: il mito del capo, il discredito della politica, l'esibizione muscolare, l'impazienza di menare le mani.
Siamo in molti a rischiare l'ultima overdose, fatta di un cocktail micidiale di violenza e indifferenza.
Intanto i nostri ragazzi non credono più in una società capace di aiutarli e finiscono a pezzi in un trolley, mentre altri branchi di sbandati potrebbero trovare il loro eroe segreto in chi fa il saluto romano e comincia a sparacchiare a casaccio su un nemico inesistente.

sabato 20 gennaio 2018

Quando la PACE si dice in molti sensi: attualità di AGOSTINO


L’11 settembre del mondo antico

Alarico, re dei Visigoti, era giunto alle porte di Roma nel novembre del 408. Per due anni la pressione sulla città era stata estenuante. L’imperatore Onorio, sicuro nel suo rifugio di Ravenna, poteva permettersi di negare concessioni politiche, ma la simbologia del potere e soprattutto la vera ricchezza erano ancora concentrate a Roma. Inizialmente il Senato cercò di tacitare gli appetiti di Alarico con un contributo enorme, superiore persino alle spese, già inimmaginabili, destinate ai ludi circensi. Inutilmente: il 24 agosto del 410 le truppe di Alarico entrarono a Roma, scatenandosi in un saccheggio inesorabile. «Tre giorni dopo, quando i barbari lasciarono Roma – scrive Brown –, le statue dorate del Foro erano scomparse ed enormi carichi di piastre d’oro e d’argento erano stati portati via dalla città. Fra le tante altre ricchezze, il loro bottino comprendeva anche la grande cupola d’argento posta da Costantino sulla vasca battesimale adiacente alla basilica Lateranense, pesante da sola una tonnellata di argento massiccio».
In realtà, in quegli anni le ricchezze di Roma erano paradossalmente minacciate da due pericoli opposti, la cui connessione avrebbe avuto effetti devastanti: oltre ai barbari che volevano impadronirsene, c’erano anche i romani convertiti al cristianesimo che volevano disfarsene. Piniano e Melania la Giovane, ad esempio, entrambi appartenenti a famiglie molto facoltose, si erano sposati con il proponimento di dedicarsi a una vita ascetica; la rapida cessione di tutte le loro immense proprietà causò gravi contraccolpi sulla forza lavoro in agricoltura, mentre gli schiavi, che si sentirono pericolosamente abbandonati a loro stessi, entrarono in rivolta. I due eventi alla fine si ricongiunsero, come ci ricorda ancora Brown: «nel 409, una folla di schiavi abbandonò Roma per unirsi all’esercito di Alarico in avvicinamento. Quegli stessi schiavi, tra l’altro, potevano anche essere dei barbari ridotti in schiavitù come prigionieri di guerra, e molti di loro erano Goti, che non tardarono a mettersi sulla “strada della libertà” che portava all’accampamento dei loro connazionali».
In seguito al saccheggio di Roma, gran parte dell’aristocrazia romana si rifugiò in Africa, soprattutto a Cartagine, non solo perché il mare rappresentava una difesa sicura dalle scorribande dei barbari, ma anche perché i loro latifondi più produttivi erano proprio là, in particolare sull’altopiano della Numidia. Gli stessi Piniano e Melania, insieme a sua madre Albina, avevano intrapreso un lungo viaggio che li avrebbe portati in Africa, prima di approdare finalmente a Gerusalemme, nel 417, dove desideravano rivivere il fervore eroico e la povertà assoluta della prima comunità apostolica, ripetendo l’esperienza che era stata di Melania l’Anziana, madre di Albina.
I due episodi – il sacco di Roma e la scelta di povertà radicale dei cristiani convertiti – hanno indubbiamente una rilevanza diversa, soprattutto sotto il profilo politico, ma non se ne deve sottovalutare l’intreccio né l’eco che arriva direttamente al vescovo di Ippona. Cartagine era ormai una città di esuli romani, una sorta di seconda Roma in esilio, dove per un verso la cerchia più aristocratica intendeva recuperare autonomamente quel senso di innata nobiltà che un imperatore ormai troppo lontano non poteva riconoscere e un rozzo devastatore della città eterna non poteva estorcere.
[…]
Il disastro del saccheggio di Roma provoca un fortissimo shock, culturale prima ancora che politico, trasmesso e amplificato ai confini dell’impero, soprattutto in Africa, dalle famiglie benestanti che avevano abbandonato la città, preferendo l’esilio all’insicurezza. Alcuni sermoni, verosimilmente pronunciati dinanzi a profughi romani, curiosi di conoscere l’Autore ormai famoso delle Confessioni, ne offrono una testimonianza eloquente: «Roma è forse qualcosa di diverso dai Romani? Non si tratta di pietre o travi, di isolati altissimi e mura grandiose. Ciò era stato fatto in modo che un giorno sarebbe andato in rovina. L'uomo, quando costruisce, pone pietra su pietra; l'uomo, quando distrugge, rimuove una pietra dopo l'altra. L'uomo lo ha fatto, l'uomo lo ha distrutto. Dire che Roma cade è forse un’ingiuria?». Parole giudicate come eccessivamente severe, al punto che il vescovo ne viene a conoscenza, tornando a parlarne nel sermone per la festa dei santi Pietro e Paolo, del 29 giugno 411: «”
Non ci venga a parlare di Roma”, è stato detto a proposito di me: ”Oh se tacesse riguardo a Roma!”, come se io fossi qui a far della polemica e non piuttosto a pregare il Signore e, sia pure indegnamente, a esortarvi». E non manca il sarcasmo contro l’impotenza degli dèi pagani, che anticipa pagine famose del De civitate Dei: «In qual modo allora avrebbero potuto custodire le vostre case dal momento che non furono in grado di conservare le proprie statue?».
In una certa misura, siamo dinanzi a un evento che può considerarsi come una sorta di “11 settembre” del mondo tardoantico: il caput mundi, baluardo del potere politico e della civiltà giuridica, ritenuto inespugnabile, viene violato e umiliato da “barbari”, nel senso originario del termine: persone che parlano una lingua rozza e primitiva, che non conoscono e non rispettano la legge, che sovvertono i fondamenti della convivenza civile. I “poteri forti”, che ancora resistevano a Roma, cinicamente abituati a scaricare fuori di sé conflitti, tensioni e ingiustizie, come forme di instabilità sociale tipiche di popoli e culture “inferiori”, o addirittura da strumentalizzare per le proprie mire imperialistiche, in ossequio al principio divide et impera, si accorgono che il mondo di colpo era cambiato. E come di solito accade quando mancano le categorie storiche per interpretare la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, monta una reazione sociale in cui la rabbia prende il posto della ragione.

[tratto dall’Introduzione: Quando la pace si dice in molti sensi]


Sommario

Luigi Alici, Quando la pace si dice in molti sensi                                                     5

1. L’11 settembre del mondo antico, 5 - 2. La città di Dio: un’idea che viene da lontano, 15 - 3. «Magnum opus et arduum», 32 - 4. Il libro XIX, 42 - 5. Il messaggio di Agostino, 55 - 5.1. Fede e ricerca, 56 - 5.2. L’essere e il bene, 60 - 5.3. Concordia e vita sociale, 67 - 5.4. Giustizia e amore, 78 - 5.5. La “doppia cittadinanza” del cristiano, 99

Bibliografia                                                                                                                    111
Avvertenza                                                                                                                     120

Agostino, La città di Dio, Libro XIX


I. Il sommo bene: la ricerca dei filosofi in un mondo fragile                            123 
1.1. Il sommo bene e il sommo male, 123 - 1.2. La mappa elaborata da Varrone, 125 - 1.3. Le preferenze di Varrone, 130 - 2. La riduzione a tre scuole filosofiche, 133 - 3.1. Il sommo bene nell’uomo, 135 - 3.2. Vita umana e vita sociale, 138 - 4.1. Sommo bene e vita eterna, 139 - 4.2. Fragilità del bene nella vita mortale, 140 - 4.3. La virtù della temperanza, 142 - 4.4. Le virtù della prudenza, della giustizia e della fortezza, 144 - 4.5. I filosofi e l’infelicità della vita, 147 - 5. Conflittualità nella casa, 150 - 6. Fallibilità della giustizia nella città, 153 - 7. Un mondo diviso dalle lingue e dalle guerre, 156 - 8. Fragilità dell’amicizia, 159 - 9. Amicizia degli angeli o inganno dei demoni?, 161

II. L’ordine della pace: nella creazione 
e nella storia umana                           163

10. La pace nella vita mortale, 163 - 11. La pace nella vita eterna, 164 - 12.1. La pace come aspirazione universale, 166 - 12.2. La pace iniqua dei malvagi, 168 - 12.3. La pace relativa dei corpi, 171 - 13.1. La pace come tranquillità dell’ordine, 173 - 13.2. La natura e il bene, 175 - 14. L’amore della pace, 178 - 15. Schiavitù e peccato, 181 - 16. La pace nella casa, 184 - 17. La pace terrena e le due città, 186 - 18. Le certezze della città di Dio, 190 - 19. Tra otium e negotium, 191 - 20. La pace eterna e perfetta, 194

III. Amore e giustizia: la concordia nella comunità politica e il compimento 
della pace                                                                                                                        195

21.1. La “cosa pubblica” secondo Cicerone, 195 - 21.2. La “cosa pubblica” tra giustizia e ingiustizia, 196 - 22. L’unico, vero Dio, 199 - 23.1. Porfirio: l’oltraggio di Apollo a Cristo, 200 - 23.2. Porfirio: l’oltraggio di Ecate ai cristiani, 202 - 23.3. Un attacco inaccettabile alla fede cristiana, 204 - 23.4. Assurdità del politeismo, 206 - 23. 5. Il vero sacrificio, 208 - 24. La “cosa pubblica” e il primato della concordia, 211 - 25. Vere virtù e vera religione, 212 - 26. La pace comune alle due città, 213 - 27. Pace e beatitudine come sommo bene, 214 - 28. Conflittualità e infelicità come sommo male, 217
Indice dei nomi                                                                                                           219
Indice dei concetti                                                                                                      225 


Agostino, Il libro della pace. La città di Dio, XIX,
a cura di Luigi Alici,
ELS La Scuola, Brescia 2018,
pp. 234, € 17.

lunedì 15 gennaio 2018

I CONFLITTI di VALORE nello spazio PUBBLICO


Con questo volume, che raccoglie i risultati del VII “Colloquio di etica” (Macerata, 19-20 ottobre 2016), il quadro delle questioni affrontate e discusse nei Colloqui precedenti si amplia ulteriormente. Dopo una prima fase, dominata da temi di etica della cura, l’attenzione si è andata progressivamente spostando dalla sfera dei “rapporti corti” a quella dei “rapporti lunghi”, dove le forme dell’abitare e la cura dei conflitti disegnano nuovi e complessi scenari problematici. In tale ampliamento di prospettiva, questo libro intende misurarsi con almeno due paradossi, che oggi sembrano pesare sul presente e sul futuro della convivenza: da un lato, il paradosso dei valori, per un verso intesi come orizzonti di senso alti e moralmente vincolanti, grazie ai quali si plasma il vissuto personale e collettivo (per questo invocati come fonte di ethos condiviso e argine alla logica del più forte), per altro verso ritenuti addirittura un ostacolo sulla via di una coesistenza pacifica; da un altro lato, il paradosso dello spazio pubblico, tradizionalmente considerato come il crocevia aperto e inclusivo in cui prossimità e distanza, “rapporti corti” e “rapporti lunghi” possono trovare un punto di equilibrio nel riconoscimento di un bene che accomuna, e oggi al contrario sospettato di essere ormai un incubatore di conflitti insanabili.

Tali conflitti sono per molti versi una variabile fisiologica nelle crisi congiunturali delle moderne società democratiche, ma possono di fatto degenerare, trasformandosi nell’anticamera di una ostilità dilagante e persino cavalcata da poteri più o meno invisibili, se l’etica pubblica si dichiara per principio incapace di riconoscerli, giudicarli e ordinarli, e se la politica rinuncia a governarli di conseguenza. Il dibattito intorno alla nozione di “spazio pubblico” viene da lontano e nasce da domande che hanno trovato nel pensiero moderno spesso risposte solo parziali e ambivalenti; l’epoca contemporanea si trova a dover gestire tali risposte in molti casi come una eredità ingombrante e tuttavia ineludibile. Molte questioni intorno alla genesi, alla natura, alla “tenuta” civile e istituzionale del “pubblico” si addensano, in effetti, proprio intorno al punto di d’intersezione fra il perimetro del privato e quello del pubblico…



INDICE

Luigi Alici, Invito alla lettura


I. Valori e conflitti

P. Bojanic, Violenza e convivenza. Atti sociali, atti non-sociali (nichtsoziale Akte), azioni negative e a-sociali
G. Fraisse,
Genealogia dell’emancipazione
L. Eusebi,  La colpa e la pena: ripensare la giustizia
F. Falappa, Conflitto e dialogo tra le culture del mondo: una riflessione a partire  da Karl Jaspers
S. Pierosara,
Sfera privata e autonomia personale: valori assoluti o relativi?
P. Monti, Conflitti morali ed etica della riconciliazione: fra deliberazione e danno


II. Prossimità e comunità

F. Botturi, Globalizzazione e istanza di comunità
F. Stoppa, La funzione civile delle istituzioni nella rigenerazione dello spazio pubblico
S. Veluti, An-arché. Note sull’origine plurale dell’agire nel pensiero di R. Schürmann
S. Grigoletto,
Spunti per il superamento del conflitto di valori a partire dal concetto di prossimità
F. Porcheddu, Ripensare il confine. Passando per Nancy



Luigi Alici (a cura di), I conflitti di valore nello spazio pubblico. Tra prossimità e distanza, Aracne, Roma 2017, pp. 161, € 15.

martedì 9 gennaio 2018

Il SENSO, questo sconosciuto

A volte basta davvero un nonnulla: un episodio minimo, insignificante, che si avvicina alla scala dell'infinitamente piccolo, più che a quella dell'infinitamente grande. 
Una banale influenza (quest'anno, non tanto banale…), che scombussola l'agenda, impone il blackout del telefono, ti toglie non solo la voglia di parlare, ma anche quella di ascoltare e di vedere. E ritrovi di colpo silenzi antichi, rintocchi lontani, sonorità elementari e impensate che la campagna ti restituisce nella loro innocenza verginale e dimenticata.
Oppure una festa, una ricorrenza, una scadenza di calendario, che deve il suo valore alla potenza simbolica celata nella linea di frontiera che custodisce: uno spartiacque intenso e promettente tra passato e futuro, che merita di essere celebrato, festeggiato rumorosamente come una ritualità collettiva, alla quale nessuno deve sottrarsi. Poi ti capita di attraversare l'ultimo dell'anno accanto a una persona ammalata, e di colpo tutto, ma proprio tutto ti appare come una finzione volgare e insopportabile: lo spumante i botti il panorama notturno che si accende di fuochi fatui - sonorità grossolane ed effimere - prima di reimmergersi nella quiete gelida e silente di pochi minuti prima.
Oppure basta una foto - una foto gualcita, nemmeno troppo curata - di una chiesa semidistrutta, dal terremoto o dal peso degli anni. Dentro quelle rovine non s'indovina più lo spazio integro e protetto di un tempo; vi domina l'abbandono desolato a un silenzio innaturale, che non è più il suo silenzio, e cogli di colpo la differenza fra il silenzio pieno e quello vuoto. Una chiesa che non è più una chiesa: troppo falsa per essere vera, troppo spenta per essere viva, troppo chiusa per essere aperta…
Che cosa scopri in questi rari momenti di grazia? Scopri all'improvviso, come per una illuminazione immeritata e benedetta, il grande buco nero che cerchiamo disperatamente di occultare con l'attivismo folcloristico del nulla, di cui trasudano i nostri giorni affannati. 
Il SENSO: il senso del vivere e del morire, del gioire e del piangere, del bello e del buono, dell'amore e della misericordia; il senso dell'intero e delle parti, del filo d'erba e delle galassie, dei parlamenti e degli ospedali, del lavoro e del tempo libero; il senso di me stesso e degli altri, dei simpatici e degli insopportabili, dei sani e dei malati, dei poveri e dei ricchi… 
A malapena riusciamo a conoscere, a trattenere e a comunicare il significato di qualcosa, ma ci è sempre più difficile intravedere un riflesso, un barlume, un riverbero appena accennato, di ciò che dà SENSO a ogni significato!
E allora ti viene voglia di parlare di meno e di ascoltare di più. 
Di fermarti, di contemplare, di adorare. 
Di metterti sulle tracce di quel filone d'oro che può farti veramente ricco, lasciandoti beatamente povero. 
La linea di frontiera che separa l'essenziale dal superfluo, il discreto dall'invadente, lo stupore dall'ovvio comincia ad annunciare il suo vero profilo, così familiare eppure così dimenticato. 
Il resto diventa insopportabilmente ridicolo, oscenamente assurdo. 
Forse un anno veramente nuovo potrebbe cominciare solo così.

sabato 23 dicembre 2017

La vigilia facevamo il presepio…

“Copriti bene, questa scatola ti basta, ogni anno avanza, avanza sempre”. La raccolta del muschio era il primo atto dell’antivigilia di Natale. Sul tavolo di cucina troneggiava un mucchietto rinsecchito di fichi, insieme a zucchero, cacao e altri ingredienti, mentre noi si andava per muschio. Le amicizie erano sospese, ognuno aveva i suoi posti segreti; arrivare in qualche greto umido e inselvatichito, scansare le foglie secche e trovare la terra smossa e messa a nudo, come un corpo spellato, era lo smacco peggiore. “Qui sono già arrivati, proviamo più avanti. Non dovevamo dirglielo, di questo posto”.

Aspetta, aspetta un attimo… Mi senti? MI SENTI? Ecco, sì, ma perché quando ti chiamo io non si sente mai? Guarda prima di finire il giro lo so che hai tanto da fare io sono già sfinita dicevo c'è da comprare il muschio stasera la donna si ferma un'ora e fa questo benedetto presepe all'albero ci penso io. Quanto muschio? Non lo so quanto prendine un po' fa' presto che qui abbiamo la casa sottosopra scusa ricordati il regalo per mia sorella un bel regalo quello che ti pare uffa come sarebbe dire anche mia sorella l'anno scorso abbiamo fatto una figura da cani sì ciao ciao.
Queste luci non funzionano, cinesi di merda… Pronto ancora io prendi anche un po' di luci che queste non funzionano prendine due o tre oggi non mi sono fermata mai non ne posso più che palle natale.

La vigilia facevamo il presepio, un grande presepio. In soffitta avevamo un tavolo sgangherato, a cui ogni anno aggiungevo un pezzo di compensato. L'inizio era chiassoso, materiale: dovevamo spostare il tavolo, scendere le due cassette con i pupazzetti, le case, la carta stellata. Qualche martellata energica era come un suono di campane a festa; anche per i vicini: hanno cominciato a fare il presepio! Poi, poco a poco, il lavoro si faceva più silenzioso e raffinato: le montagne di carta, qualche lucetta, poi il muschio. L'odore pungente annunciava che il lavoro era a buon punto… Quando facevamo le strade, tutto prendeva vita: un reticolo bianco, sottile e tortuoso come una ragnatela magica. Infine i pastori, di anno in anno sempre più scrostati e irriconoscibili; qualche casetta di cartone, tante pecorelle sparse e qualche animale improbabile, come un orso a tre zampe che ringhiava dietro una montagnetta minuscola. All'ultimo atto, mia madre chiedeva sempre di assistere: "Quando metti il Bambinello, chiamami". Arrivava strofinando le mani bagnate nel grembiule… "Bellissimo! Diciamo un'avemaria, ché poi andiamo al forno a ritirare la frittella".

Il pesce quest'anno non è un granché, però la donna è proprio brava, nessuno sa cucinare come lei. Ti piace la mia collana? Me l'ha regalata mio marito, niente di che. Ieri sono stata al nuovo centro commerciale, l'hai visto? Mah, le solite stronzate. Dài, dimmi che cosa ti ha regalato il tuo compagno. No, domani siamo soli, mia padre è là, si lamenta sempre, ma che dobbiamo fare? In questo casino, per lui stare qui sarebbe stato molto peggio. I ragazzi sono già a sciare, partiti da tre o quattro giorni, sinceramente non ricordo dove. Noi non possiamo sempre star lì a inseguirli. Dovremmo sentirci domani per gli auguri. Poi chiamo mio padre e a Santo Stefano saremo finalmente anche noi fuori. Non ne posso più.

La messa di mezzanotte era un'emozione, soprattutto se ci scappava qualche fiocco di neve. Mia madre ci imbacuccava come baccalà e io in chiesa mi addormentavo sempre, finché le note stridule dell'organo mi facevano svegliare di soprassalto… Scusa, il telefono.
"Pronto, finalmente! Sto con il mio amico, stavo raccontando di quando facevo il presepio. Eh, sempre le stesse cose, ma forse per lui non sono nuove. I ragazzi? Come, non sai dove stanno? Tu passi stasera? Non ce la fai? No, non preoccuparti. Vai vai. Ciao. Buon Natale".
No, non riesce a passare. Poverina, bisogna capirla. Dov'era arrivato? No, non ho più voglia, racconta tu.

L'albero, sempre lo stesso, divideva quello stanzone a metà, tra refettorio e soggiorno. Ma avevo quasi l'impressione che le luci, ogni volta che si accendevano, avessero sempre più fretta di spegnersi. Poi arrivò lei, con il suo solito passo, energico e rumoroso: "Su, ragazzi, accendiamo la televisione, oggi devo andare a casa un po' prima".

lunedì 18 dicembre 2017

Il biotestamento, tra legge scritta e legge non scritta

(Joerg Breu il Vecchio, Il suicidio di Lucrezia, 1475)
Il pensiero antico, e la tragedia greca in modo particolare, ci hanno segnalato una tensione drammatica - in un certo senso doppia - tra la vita e la legge: a un primo livello, ci scontriamo con la difficoltà di conciliare bios e nomos, l'immediatezza spontanea del vivere e la severa codificazione della norma; a un secondo livello, una nuova problematicità investe il rapporto tra la "legge scritta", a volte pura esibizione di potere del più forte, e la "legge non scritta", esemplificata dalla figura di Antigone che sceglie di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte.
Questo doppio ordine di questioni appare strettamente intrecciato nel caso del disegno di legge sul biotestamento, appena approvato dal Senato. Su questo testo il mondo cattolico ha espresso valutazioni molto diverse: agli estremi collocherei i toni, forse eccessivamente trionfalistici, di Mario Marazziti  e quelli, forse eccessivamente severi, di qualche vescovo.  
Secondo due illustri filosofi del diritto, come Giampaolo Azzoni e Paolo Becchi, questa legge è inutile e pericolosa, mentre "Aggiornamenti sociali", la rivista dei Gesuiti diretta da p. Giacomo Costa, ha pubblicato un documento, redatto da una équipe molto qualificata di esperti, dai toni prudentemente ma sostanzialmente positivi. Anche se suscettibile di miglioramenti - questa la tesi di fondo -, l'approvazione di tale legge può considerarsi tutto sommato un passo avanti.
Chi spara a zero sulla legge, aggiungerei, dimentica il contesto storico nel quale oggi viviamo, segnato da un accentuato pluralismo culturale e da una debolezza del quadro politico che, probabilmente, non avrebbe consentito di fare di più: è il caso classico delle leggi imperfette, studiate fra l'altro in un bel volume apparso di recente e curato da Luciano Eusebi (Il problema delle «leggi imperfette». Etica della partecipazione all'attività legislativa in democrazia, Morcelliana, Brescia 2017).
Pur condividendo sostanzialmente il tono dialogico del documento elaborato da "Aggiornamenti sociali" e senza entrare nel merito delle tecnicalità della legge, restano tuttavia, a mio giudizio, alcune riserve profonde, che personalmente mi sento di esprimere, in sintonia con la valutazione espressa dall'Azione Cattolica, secondo la quale questa legge è "destinata a creare più problemi di quelli che vorrebbe, in maniera troppo meccanicistica per un ambito in cui i confini sono così labili, tentare di affrontare".
Sono molto vicino al post, intenso e e profondo, di Costanza Miriano, che mette in guardia sulla illusione di poter spingere troppo avanti la pretesa di legiferare e coerentemente si augura che nemmeno la Chiesa scenda sul terreno della casistica spicciola, continuando invece "ad annunciare, prima di tutto, con forza, fino a sgolarsi, che il mistero di ogni vita sofferente è una grazia, un aiuto per continuare a tenere gli occhi fissi sul Mistero".
In questo contesto, vorrei riassumere le mie perplessità collocandole dentro un criterio di ordine generale: ci sono casi di "penombra", agli estremi più complessi e sfumati del vivere e del morire, in cui la responsabilità della coscienza non può essere sostituita dalla luce artificiale del diritto, e non è detto che l'intervento del legislatore sia sempre preferibile a quello del giudice. 
A volte, quando il mito dell'individuo "solo al comando" entra in crisi, in presenza di dilemmi di difficile soluzione, non è vero che l'appello alla legge sia l'unica via d'uscita; possono esserci altre vie, meno impersonali e più affidabili: ad esempio, la via della "cellula del buon consiglio" (P. Ricoeur), fatta di una équipe di aiuto (familiari, medici, personale paramedico, esperti…), che traduce la difficoltà della scelta in esercizio di responsabilità condivisa. L'accanimento normativo sembra essere invece il "deus ex machina" cui appellarsi per risolvere i problemi insuperabili generati dall'individualismo libertario, in una sorta di paradossale e involontaria alleanza.
Per questo, è molto importante valutare sempre una legge all'interno del contesto culturale più ampio di cui essa è espressione. Non si può giudicare il volume di una massa ghiacciata dalla punta dell'iceberg. Una preoccupazione presente anche nell'editoriale di Marco Olivetti, su Avvenire del 18 dicembre.
Se, in altri termini, la legge è espressione di una cultura che assolutizza il principio di autonomia e rifiuta il principio di reciprocità (sul quale si fonda ogni etica della cura degna di questo nome), la sua gestione ordinaria e la sua ermeneutica giurisprudenziale saranno costantemente esposte al pericolo di forzature univoche.
Provo a fare qualche esempio. 
Anzitutto, secondo la legge, nutrizione e idratazione artificiali (NIA) sono inclusi fra i trattamenti che possono essere legittimamente rifiutati: ci sono probabilmente dei casi in cui questi trattamenti, per la complessità della somministrazione, sono equiparabili a interventi medici, che come tali possono essere più o meno proporzionati. Ma se questi casi estremi venissero di fatto assolutizzati nella vulgata corrente, fino a considerare i nutrienti fondamentali come un farmaco, si assisterebbe a una mistificazione inaccettabile. "Imboccare" un malato non è una terapia, e ovviamente non può produrre la remissione di una patologia.
In secondo luogo, se il principio di autonomia venisse usato come una assolutizzazione strisciante dei desideri del paziente, verrebbe meno l'autonomia all'altro capo della relazione di cura: l'autonomia del medico o dei familiari, di fatto soggetti a un ricatto affettivo da parte del paziente. È vero che la legge vorrebbe evitare questa situazione; ma non è meno vero che la volontà del malato non può autorizzare la strumentalizzazione del medico né la sua riduzione a semplice "protesi funzionale" del malato stesso. Poi non ci lamentiamo della disumanizzazione del rapporto medico-paziente!
Infine, c'è un grande nemico che è sempre in agguato in ogni legge, e che diventa potentissimo quando la tensione morale si allenta e la cultura dominante mostra il suo vero volto, fatto di fretta e di opportunismo: questo nemico si chiama routine. Ho visto personalmente far firmare il consenso informato (altra conquista bioetica importante) a pazienti che entrano in ospedale, presentandolo come un semplice adempimento burocratico che serve per il ricovero! Persino la legge italiana sull'aborto, che prevede una serie di cautele e di passaggi molto precisi, volti a verificare attentamente volontà e condizioni della donna, è di fatto ridotta a una sorta di passacarte spiccio e negligente. Anche in questo caso si può rispettare la forma delle legge (solo perché tutte le firme sono nelle caselle giuste) ma non il suo spirito né la sua sostanza.
Perciò, anche dinanzi a questo passaggio delicato, dobbiamo chiederci,
onestamente e senza ipocrisia, che cosa vogliamo davvero, e quale sia la "legge non scritta" che resta nascosta dietro alla "legge scritta": vogliamo ritrovare un rapporto vero con la misura fragile e preziosa della nostra vita, oppure vogliamo un altro cassetto dove stipare pezzi di carta che autorizzino una morte in solitudine, in una società alienata e impersonale, che non riesce a immaginare un morire diverso da come immagina il vivere?