giovedì 1 novembre 2018

DEMOCRAZIA e COMUNICAZIONE al tempo del social media

 
In occasione del 32° anniversario della fondazione del periodico Emmaus, avvenuta il 6 ottobre 1986, la redazione ha organizzato una tavola rotonda sul tema: «La democrazia al tempo dei social media». 
Sono intervenuti Luigi Alici, professore di filosofia dell'Università di Macerata, Marco Tarquinio, direttore di Avvenire e Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata. 
Questa tematica sia più che mai attuale in un epoca di veloce cambiamento dei mass media che in maniera significativa influiscono sull'opinione pubblica, è stata un'opportunità per confrontarsi ed "abbattere muri e costruire ponti".
Fonte:
Pubblicato il 29 ott 2018

sabato 27 ottobre 2018

"I CARE" o "ME NE FREGO": italiani al bivio

"Il suddito ideale del regime totalitario - ha scritto Hannah Arendt nella sua grande opera sulle Origini del totalitarismo - non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più". Quest'affermazione, ricordata anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel Giorno della Memoria del 2017, riassume efficacemente il senso del mio ultimo post (Quando il mondo vero diventa favola), che ora vorrei riprendere e sviluppare. Una esemplificazione efficace di questo esito è quella che Sartre ricorda nella sua Critica della ragione dialettica: «La metropolitana di Budapest era reale nella testa di Rákosi; se il sottosuolo di Budapest non permetteva di costruirla, ciò significava che il sottosuolo di Budapest era controrivoluzionario». Insomma, l'ideologia diventa veramente totalitaria quando pretende di prendere il posto della realtà; se la realtà non si adatta all'ideologia, tanto peggio per la realtà.
Non dobbiamo attribuire questi effetti solo ai vecchi totalitarismi dittatoriali e armati, espressione di ideologie perseguite in modo intenzionale e pianificato; possono esserci forme nuove di "dispotismo morbido", certamente meno sanguinose ma non meno violente e temibili. Il mondo cambia, cambiano di conseguenze le forme - non l'essenza - del bene e del male. La scala è la medesima, ai suoi estremi troviamo sempre dedizione e aggressione, dono e accaparramento, pace e violenza, altruismo ed egoismo. Anche la tentazione mistificante di stravolgere la scala o negarne uno dei due estremi continua ad essere la stessa. Abbiamo però forme più sofisticate di entrare in questo gioco mortale, che prevede anche il gesto estremo di scambiare vero e falso: la tecnica e il sistema mediatico ce ne offrono varianti innumerevoli. L'influencer che campa creando fake news (per motivi di marketing o di propaganda politica…), veicolandole attraverso falsi profili per produrre un effetto valanga, ne è solo la versione artigianale (ma non meno odiosa). Quando invece è la lotta politica a seguire queste strade (con ben altre risorse e ben altri metodi), siamo in presenza di inquietanti esercizi di totalitarismo. Il primo passo è sempre fabbricare il nemico e costruire una realtà inesistente.
Ammettiamo, per pura ipotesi (?), che Trump e Putin si trovino d'accordo  su questo piccolo particolare: destabilizzare la Comunità europea, perché sarebbe un interlocutore troppo importante e troppo autonomo con la Cina. Questo disegno inconfessabile potrebbe essere perseguito solo per vie oblique: ad esempio, inondando l'opinione pubblica di false notizie. Quando, tra qualche anno, la distanza storica ci consentirà di ricostruire il fenomeno della cosiddetta Brexit, che ha separato come una meteora (lasciando una scia sempre più grande di pentiti) il Regno Unito dall'Europa, potremmo avere la conferma di molti sospetti. Del resto, il fenomeno non è nuovo. Attendiamo ancora scuse ufficiali, dopo che il generale Colin Powell e l'allora Presidente degli Stati Uniti George Bush hanno umiliato l'ONU e il mondo intero, esibendo prove di armi irachene di distruzione di massa mai esistite, e innescando una guerra sanguinosa, che continua ancora a rilasciare frutti avvelenati in Medio Oriente.
Può accadere, però, che questa tentazione non sia frutto di una strategia orchestrata a tavolino, ma si faccia strada in forme striscianti, spesso inizialmente sprovvedute e ingenue; come quando si vuole difendere a ogni costo le proprie idee, soprattutto se i riscontri del mondo reale sono tutti di segno contrario.
Il gesto vergognoso dell'europarlamentare leghista Angelo Ciocca, il quale si è tolto una scarpa per pestare e sporcare le carte del Commissario agli Affari europei Pierre Moscovici, al termine della sua conferenza stampa dedicata all'Italia - episodio, per quanto mi consta, non condannato dal suo partito - è il punto di arrivo di una escalation becera e violenta, che sta trasformando la legittima autodifesa di un governo legittimamente eletto in una sistematica e incomprensibile distorsione e perfino negazione della realtà. 
Immaginare che Ufficio parlamentare di bilancio, Banca d’Italia, Fmi, Bce, agenzie di rating… siano l'espressione di una strategia coordinata, ottusa e ostile contro l'Italia e non il risultato di una convergenza di valutazioni su dati univoci, può avere senso solo fabbricando una realtà inesistente e battezzandola con il nome di sempre, all'origine di ogni scontro: IL NEMICO. In ultima analisi, ogni interlocutore in disaccordo diventa un nemico del popolo, anche se vaccinazioni, aerei che volano e conti che tornano possono funzionare senza dover passare necessariamente attraverso un vaglio elettorale.
Coerentemente la Commissione europea diventa un altro covo di nemici da irridere pubblicamente, in nome di una contrapposizione fasulla fra il popolo italiano e un'istituzione ostile. Non si riconosce più, a questo punto, che la Commissione europea è il prodotto di un accordo fra tanti popoli, che hanno liberamente sottoscritto un patto e delegato una istituzione terza a farlo rispettare, per mettere fine a quella bazzecola rappresentata da due guerre mondiali, entrambe figlie di nazionalismi che oggi cerchiamo di occultare chiamandoli sovranismi. Possiamo criticare una linea politica con argomenti convincenti e aperti al dibattito pubblico, ma non screditare le autorità legittimate a rappresentare quella linea e farla rispettare. Vorrei dire all'europarlamentare Ciocca che quella scarpa l'ha data in testa a tutti i popoli europei, inclusi gli italiani, che hanno l'onore e l'onere di essere tra i Paesi fondatori dell'Europa.
Su questo piano inclinato si può facilmente e rapidamente fare un bel falò delle relazioni di amicizia con altri popoli europei, dimenticando che in un'ottica sovranista persino i tuoi presunti amici saranno alla fine i veri nemici. L'invito del cancelliere austriaco Sebastian Kurz a bocciare la manovra italiana o le critiche dello stesso segno dell'estrema destra tedesca ne sono un esempio eloquente. Quando lo spazio pubblico è ridotto a una prateria, non pensiamo che il leone possa fermarsi davanti alla gazzella azzoppata.
Lo slogan fascista "Me ne frego" rappresenta purtroppo molto bene questo atteggiamento, verso il quale il M5S sta forse scivolando, più o meno consapevolmente, e che invece il leader leghista sembra incarnare in modo convinto e irresponsabile. Alla fine, però, complottismo e sovranismo possono diventare due facce di una medesima medaglia, fatta di strafottenza, presunzione e faciloneria; un atteggiamento che non ascolta e non dialoga; che sogna di compattare gli egoismi, trasformandoli in una comunità blindata contro un nemico esterno. In questo modo si finisce per seppellire il vero "made in Italy", che non è quello della scarpa di Ciocca, ma di un'intera storia, plurale e civile, di dedizione, collaborazione, rispetto, competenza. In una parola, "I care": questo è, probabilmente, il nostro vero "made in Italy".
Il "Me ne frego" vuole fare di ogni erba un fascio, sbeffeggiando, criminalizzando e soffocando ogni voce alternativa, ogni esperienza di generosa tessitura civile, di intelligente progettualità nella ricerca, di onesta creatività imprenditoriale. Nel grande falò in cui far ardere queste forme di "I care" potrebbero alla fine bruciare molte altre cose: la nostra storia di civiltà, la nostra collocazione internazionale e perfino i nostri risparmi. Purtroppo la partita è vitale e il tempo sta per scadere. È brutto svegliarsi al mattino e accorgersi che è notte fonda. Oltre un certo punto, arrivano le rapide.

giovedì 25 ottobre 2018

PACE nella CITTA': attualità di Agostino

Intervento alla X Edizione 2018 della Scuola estiva internazionale di alta formazione filosofica (International summer school of higher education in philosophy, École d’été internationale en philosophie) “Metafore: figure dell'alterità”, fondata da Elio Matassi - Castelsardo (Sassari).
Nel libro XIX del Civitate Dei di Agostino sono individuati, quasi nella forma di cerchi concentrici, i diversi ambiti attraverso i quali si realizza, si sperimenta, si mette in pericolo e si può redimere la relazione tra le persone: la casa, domus, la citta, urbs, la terra, orbis, e l’universo, mundus. Agostino prima mette in luce i conflitti che attraversano queste dimensioni, conflitti di natura istituzionale, culturale e morale, per poi, con un cambiamento di prospettiva, evocare la pace come un dato costitutivo che attraversa il creato e che tuttavia è affidato a fragile libertà delle persone.



venerdì 19 ottobre 2018

Quando il mondo VERO diventa FAVOLA

"C'era una volta" è la formula magica con quale, non solo per i bambini, si sospende il film della vita e si apre un sipario di teatro su un mondo che non c'è. Tutti abbiamo bisogno di parentesi, anche se non tutte le parentesi sono uguali: la fiaba autentica non è quella che viene raccontata contro la vita; al contrario, è quella che riesce a dialogare con la vita. Non è una fuga, ma una deviazione temporanea, che ci fa scoprire paesaggi sorprendenti e magari ci aiuta a rimetterci in carreggiata con un insegnamento importante, che potrà aiutarci nei tornanti più difficile del viaggio. 
Quando Nietzsche nel suo Crepuscolo degli idoli ha preteso di spiegarci «come il mondo vero alla fine è diventato favola», non intendeva niente di tutto questo e non si riferiva minimamente a un mondo bambino: pensava piuttosto a un mondo divenuto "umano troppo umano", cioè così adulto da ritenere che la propria volontà di potenza non fosse più compatibile con l'esistenza di un Creatore. Morte di Dio e nascita del superuomo vanno di pari passo. La volontà di potenza non si esercita dinanzi a un mondo preesistente, ma lo crea dal nulla, proprio come Dio.
Probabilmente Nietzsche non avrebbe mai immaginato - e certamente non avrebbe condiviso - che questo scenario titanico e sofferto sarebbe stato letteralmente comprato dalla società dei consumi e alla fine trasformato in una barzelletta. Altro che superuomo! Sulla scena vediamo solo nanetti spensierati e disinvolti che danzano nel vuoto, additando draghi cattivi dai quali sarebbero gli unici a poterci difendere. 
La favola che prende il posto della vita è un problema per la vita. L'intero assetto dell'esistenza, fatto di responsabilità condivise, di un cammino sofferto e glorioso, segnato dal dono di una tradizione e aperto al dovere di una restituzione, viene totalmente sconfigurato, proprio come un computer in cui non ci raccapezziamo più. Con la differenza non piccola, però, che una macchina si può resettare, la storia no. Fare e disfare sono i due movimenti coordinati che consentono all'umanità di avere una storia; quando nel corso dei secoli abbiamo fatto progressi importanti (tre passi avanti e due indietro, d'accordo), è perché il lavoro di "cuci e scuci" è stato sempre frutto di un gioco di squadra: si abolisce la schiavitù riconoscendo il valore dell'uguaglianza, si contrasta la povertà riconoscendo il valore della giustizia, si combattono i totalitarismi difendendo diritti e democrazia…
Quando è il mondo, invece, ad essere diventato una favola, tutto cambia radicalmente e il fare, paradossalmente, coincide con il disfare: la vita vera è sospesa, la storia è adesso, i nemici sono sempre esterni, i salvatori della patria sono sempre investiti di superpoteri. I piccoli mortali che in poltrona credono di assistere a una puntata spettacolare di Star Wars non hanno nulla da temere: l'importante è che stiano ben chiusi in casa e non facciano entrare sconosciuti, prima o poi verrà il momento magico della vittoria e da allora tutti vivranno felici e contenti. Semmai, se il drago è davvero cattivo, l'eroe avrà bisogno di qualche arma speciale in più; diamogliela pure, ne farà buon uso e poi, alla fine, la seppellirà insieme ai cadaveri dei nemici.
Nel frattempo i ponti crollano, le liste d'attesa agli ospedali sono intollerabili, nelle scuole materne ci sono bambini di serie A e di serie B, i giovani non trovano lavoro, le carceri scoppiano, le città sono sommerse da rifiuti, i nostri risparmi ci sono e non ci sono; droga, bustarelle e insofferenza per le regole sono sempre parte integrante del "made in Italy". Contemporaneamente, tra le pieghe del sociale, mimetizzate in piccoli ecosistemi generativi, fioriscono associazioni di volontariato e nascono imprese benefit; la cura delle fragilità conosce forme di dedizione competenti ed eroiche,  paesi spopolati si trasformano in laboratori esemplari di accoglienza, la ricerca produce risultati sorprendenti senza le montagne di soldi che si potrebbero avere altrove.
Nelle favole si fronteggiano eroi e geni del male, nella vita il buono e il cattivo sono sempre mescolati. Prima di tutto, dentro di noi. Questo è il punto: se vogliamo uscire da questo stallo infernale sull'orlo del precipizio, dobbiamo tornare protagonisti, riconoscendo onestamente, come primo passo, le nostre responsabilità: in parole, opere e omissioni. Usciamo dal teatro: davanti alla porta di casa troveremmo già molto da fare. Parlando con il nostro vicino, poi, si potrebbe aprire un mondo. Quello vero.

sabato 22 settembre 2018

Il PD: il TUNNEL in fondo alla LUCE?

L'ultimo post, sull'attuale governo dopo la tragedia di Genova, ha avuto un numero di lettori superiore a ogni aspettativa: molti consensi, qualche accusa di unilateralità. L'analisi resterebbe unilaterale (ma comunque fondata, a mio avviso) se il discorso non provasse a spostarsi sul fronte dell'opposizione. Lascerei perdere quel che resta di Forza Italia, semplicemente perché non è seria una forza politica che sbraita contro il governo, restando alleata quasi ovunque, a vari livelli (comunale, provinciale e soprattutto regionale) con quella Lega che è una forza governativa di primo piano. Lascerei perdere anche i cespugli a sinistra del PD, dove continuano a recintare orti e orticelli solo per piantarvi una bandierina. 
C'è, invece, a mio avviso un serio problema che riguarda il presente del Partito Democratico come forza di opposizione e il suo futuro come forza di governo, che allo stato attuale mi porterebbe provocatoriamente a capovolgere il luogo comune della luce in fondo al tunnel. Tutte le schermaglie di questo giorni appaiono francamente piccole battaglie di retroguardia, che coprono (nemmeno tanto) operazioni personalistiche di bassa cucina. Non serve a nulla sciogliersi, rifondarsi, cambiare nome, cambiare leadership, se nessuno ci spiega, in modo chiaro e convincente, per fare che cosa.
La crisi del PD è figlia di un processo complesso che sarebbe ingiusto semplificare; d'altra parte, la complessità non può essere nemmeno usata come alibi per lasciarsi paralizzare nell'inerzia.
Per dirlo nel modo più semplice possibile, spero non banale, personalmente ritengo che al PD sia mancata progressivamente una vera, onesta, condivisa e decente ELABORAZIONE POLITICA. La politica senza elaborazione è pura gestione del potere, l'elaborazione senza politica uno svago salottiero e inconcludente. Elaborare politicamente significa essere capaci di sintesi partecipate e generative, che nascono solo dalla capacità di ascoltare, intercettare, riconoscere, mettersi in discussione, dare corpo a un progetto praticabile, grazie al quale è possibile spostare sempre più in alto l'asticella del bene comune.
Certamente l'elaborazione politica è anche questione di leadership, di organizzazione, di alleanze, di passaggi congressuali, di ipotesi di scioglimento e via discorrendo. Ma questi sono corollari e illudersi che basti una efficace operazione cosmetica e di marketing, sopra un agnosticismo di fondo circa il progetto politico, magari abilmente mimetizzato dai soliti slogan, a mio avviso è un'operazione semplicemente suicida.

Che cosa dovrebbe venire prima? Qui vorrei limitarmi a tre questioni:
1. Solidarietà. È indispensabile un giudizio sulle disuguaglianze crescenti e una proposta coraggiosa e non indolore per superarle. Disuguaglianza, come ci ha insegnato anche Walzer, parlando di "Sfere di giustizia", vuol dire molte cose: la prima riguarda il riconoscimento di una solidarietà partecipativa, che metta in primo piano i beni relazionali rispetto ai diritti individuali. Se sinistra vuol dire ancora qualcosa… La deriva che ha portato il PD a diventare un "partito radicale di massa" lo ha allontanato sempre più dai luoghi e dalle forme di relazione dove si tesse la trama dell'appartenenza civile, del lavoro, del welfare, della ricerca oppure, al contrario, si ordiscono le trame dell'esclusione, delle povertà, dello scarto… Sono tutti più o meno bravi a fare un elenco di provvedimenti: si tratta di capire, però, se la politica deve offrire a soggetti atomisticamente isolati un paniere di preferenze individuali, o deve veicolare l'idea di un'avventura condivisa di edificazione del bene comune, che riconosce, asseconda e promuove spazi di reciprocità cooperativa e di giustizia sociale. Si potranno avanzare proposte di volta in volta interessanti, ma è essenziale, prima di ogni altra cosa, metterle dentro la cornice giusta.
2. Immigrazione. Chi segue questo blog conosce il mio pensiero, che qui non ho bisogno di richiamare; spero per questo di non essere frainteso. Sappiamo bene che il fenomeno dell'immigrazione è di una complessità semplicemente spaventosa e nessuna operazione di polizia riuscirà mai a risolverlo (se la storia ci insegna qualcosa); non è nemmeno il caso, però, di illuderci che basti stare dalla parte giusta per averlo risolto. L'accoglienza senza integrazione è un parcheggio, il parcheggio senza un progetto è una bomba sociale. Tenere in strada migliaia di ragazzi, senza un disegno complessivo, condannandoli indirettamente a un ozio istituzionalizzato e scaricando semplicemente il problema sulle comunità di accoglienza, è stato un errore politico imperdonabile: ha esposto molti ragazzi a giri di piccola e grande malavita organizzata (spesso cinicamente in mano a un racket mafioso e italianissimo…), aumentando il disorientamente e alla fine la rabbia della gente. Andare alle elezioni europee, senza un vero progetto in questa direzione, significa semplicemente essere i migliori alleati di Salvini.
3. Rapporto con il mondo cattolico. È impensabile continuare ad andare avanti così, scaricando il peso delle ingiustizie sociali, delle marginalità, dell'immigrazione sul mondo del volontariato, in larghissima misura gestito dall'associazionismo cattolico, e nello stesso tempo continuare a trattare a pesci in faccia questo mondo, facendo leggi (non di iniziativa parlamentare, si badi bene, ma espressione diretta di una linea di governo) che un cattolico onesto difficilmente potrà accettare. Traduco la questione, in sé piuttosto complessa, con una semplice domanda che rivolgerei alla classe dirigente del PD: secondo voi, la famiglia è di destra? Negli ultimi anni abbiamo avuto l'impressione nettissima che gran parte di quella classe dirigente fosse intimamente convinta di sì. Il risultato è paradossale: la politica della famiglia ormai è stata presa in carico da forze di estrema destra, che non hanno la minima credibilità in questo campo. Si appellano a una identità cristiana senza amore e difendono la famiglia senza accettare il valore di una società fraterna!
Un'ultima riflessione vorrei farla sulla classe dirigente del partito, a cominciare dal suo segretario uscente (?): secondo me, Matteo Renzi con una mano ha fatto molto, ma con l'altra mano ha disfatto molto più di quanto aveva fatto. Basterebbe ricordare, da un lato, il processo che ha portato all'elezione di Mattarella a Presidente della Repubblica per fargli perdonare molte cose; sull'altro fronte, però, è difficile perdonargliene molte altre, a cominciare dall'incapacità (o dal rifiuto) di attivare dinamiche inclusive (persino Enrico Letta avrebbe dato fastidio in Europa, al posto della Mogherini), favorendo la nascita di una classe dirigente plurale, competente e cooperativa. Un politico che si circorda solo di yes men può essere furbo, ma non è intelligente. Forse, anche l'aver costruito una campagna elettorale su un attacco frontale contro il M5S (dopo aver civettato a lungo con Verdini!), tagliandosi alle spalle tutti i ponti, potrebbe essere stato un errore non da poco: la politica non si fa con il risentimento. Una forza complessa e variegata, ma allo stato nascente, può crescere (o andare indietro) anche a seconda delle alleanze che è costretta a stringere. Ma se il dilettantismo presuntuoso (ahimé insopportabile) di Di Maio ci dà più fastidio della determinazione razzista e postfascista di Salvini, allora forse la miopia politica rasenta la cecità.
L'importante è sempre cercare la luce in fondo al tunnel, non il contrario.

mercoledì 22 agosto 2018

Semplicemente INADEGUATI

È dalla formazione del nuovo governo che ho rimandato a lungo questo post, evitando di assecondare sentimenti che in politica debbono essere tenuti a distanza: dall'antipatia all'irritazione. Avrei voluto aspettare almeno i primi 100 giorni: un periodo di rodaggio non si nega a nessuno. Poi c'è stata l'orrenda tragedia di Genova e alla fine mi sono convinto che non è più possibile tacere. Ci sono dei momenti, nella vita pubblica di una comunità, che ne mettono alla prova la tenuta civile e che equivalgono per la classe dirigente a una specie di "collaudo", proprio come si dovrebbe fare per un ponte. Momenti nei quali il dolore, lo smarrimento, il lutto, se tenuti lontano dal detonatore micidiale della rabbia, possono trovare un punto di coagulo positivo, trasfigurandosi in un abbraccio ideale. Per carità, c'è un tempo per tacere, piangere e solidarizzare, e un tempo per recriminare, e non è che tra l'uno e l'altro debbano trascorrere secoli. Dinanzi alla morte, soprattutto quando è violenta, ingiusta e incomprensibile, dobbiamo disporci tutti insieme, immediatamente, come intorno a uno spazio sacro - persino laicamente sacro -  e chinare il capo, in silenzio e uniltà, provando a portare ognuno il peso degli altri. 
E invece no: i due vicepremier tuttologi Salvini e Di Maio, cioè l'intero governo della Repubblica (il resto è folclore), non hanno resistito alla tentazione di straparlare, profanando persino la zona di rispetto dinanzi alla morte e trasformandola in un palco, anzi in una passerella, condita da selfie e interviste a raffica (ma questa gente conosce la differenza tra dichiarare e lavorare?). Ripensando, ad esempio, all'attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003, in cui persero la vita 19 italiani e 9 iracheni, e ricordando la compostezza di un intero popolo che si strinse attorno ai nostri carabinieri e militari, non possiamo non chiederci: ma quanti secoli sono passati?
No, non si può più tacere. So bene che parlare di Di Maio e di Salvini dopo il crollo del ponte Morandi, a Genova, significa fare il loro gioco, ma è ora di cominciare a dire che il re è nudo. Non intendo dare un giudizio sulle persone (chi potrebbe farlo?), ma una valutazione politica si può e si deve esprimere. La storia mette spesso alla prova una classe dirigente, ma in alcuni casi la sentenza è quasi senza appello. Dal mio punto di vista, Di Maio e Salvini hanno avuto - forse troppo presto - la loro prova del fuoco e l'hanno persa. In questo momento, senza infierire né offendere, semplicemente verrebbe da dire: "Questi ragazzi sono inadeguati".
Mi sono posto più volte, durante l'ultima campagna elettorale, la domanda: In politica è peggio la disonestà o l'incompetenza? Lo so che un dilemma secco come questo in natura non esiste, ma se si dovesse scegliere, che fare? Negli ultimi mesi sto provando a darmi questa risposta: in alcuni casi l'incompetenza è anche disonesta, soprattutto quando non riconosce i propri limiti, nascondendoli sotto il velo - sottile sottile - della presunzione e della irresponsabilità, e rifiutando per questo di farsi aiutare dalle persone giuste.
A Genova l'incompetenza, anzitutto, ha risuscitato un fantasma che pensavamo da tempo di aver chiuso in qualche armadio: il processo politico. Sì, perché sentire un governo che ignora la divisione dei poteri, pietra miliare della democrazia moderna, fa semplicemente rabbrividire. Fa rabbrividire il potere esecutivo che diventa giudiziario, pretendendo di mettere alla gogna i colpevoli di una disastro a prescindere dall'accertamento delle cause, perché i tempi della giustizia sono troppo lunghi e perché questo chiedono i morti di Genova (affermazione, se possibile, ancora più grave). La politica dovrebbe dotare la magistratura di risorse che ne facilitino e accelerino le procedure, non sostituirsi ad essa!
Alla faccia della magistratura, ma anche alla faccia dei mercati. In questi giorni si sta giudicando insufficiente il piano di 500 milioni messo in campo da Atlantia, la società che controlla Autostrade per l'Italia, ma si dimentica che dopo le dichiarazioni estemporanee e irresponsabili dei due vicepremier la stessa società ha perso in due giorni, come ha rilevato anche Ilsole24ore, qualcosa come 5,39 miliardi!!! Lascio da parte ogni giudizio sulla cosiddetta "Salva Benetton", che Salvini si è ricordato un po' tardi di aver votato (guarda caso, solo dopo che l'opposizione glielo ha rinfacciato).
In questi casi l'incompetenza fa davvero più danni della disonestà, avallando (spero inconsapevolmente) una visione totalitaria della politica, che la pone al di sopra di tutto: 
- altri poteri dello Stato, come quello legislativo e giudiziario: scegliendo di volta in volta quando servono e quando non servono;
- scienziati: siano essi medici che raccomandano i vaccini, economisti che vorrebbero tenere in ordine i conti dell'Inps, ingegneri e via discorrendo;
- Istituzioni europee: affermando a parole di volerle rispettare, ma nello stesso tempo remando contro per affossarle;
- società concessionarie (non solo Autostrade per l'Italia): ad esempio la Rai, decidendo se una votazione contraria della vigilanza sia accettabile o meno;
- religione, sì persino la religione: arrogandosi il diritto di salvare alcune pagine del Vangelo e cestinare le altre (quasi tutte….);
- cittadini (vivi e morti): autoproclamandosi unici interpreti legittimi del popolo, e per questo depositari di una delega in bianco.
Francamente era inimmaginabile un rigurgito così sfacciato di partitocrazia, impegnata in una occupazione sistematica dello Stato e della società civile. Forse non c'è una strategia ideologica dietro tutto questo; forse si tratta solo di inesperienza, mascherata di false sicurezze e smascherata da un continuo andirivieni di dichiarazioni avventate e di altrettanto rapidi dietrofront. Si può un giorno annunciare l'impeachment per il Presidente della Repubblica e il giorno dopo comportarsi come se nulla fosse stato. Suppongo che anche l'intento di nazionalizzare alcuni servizi pubblici potrebbe fare la stessa fine. Oppure trovare una soluzione di compromesso, come si è fatto sulla vicenda dei vaccini, inventandosi "l'obbligo flessibile", che è la forma più umoristica - se non fosse inquietante - che un governo di inadeguati abbia potuto finora inventarsi.

giovedì 16 agosto 2018

Bauman e il pericolo delle utopie rovesciate

"Abbiamo invertito la rotta e navighiamo a ritroso… Sono gli anni della retrotopia": questa frase, riportata in quarta di copertina, riassume efficacemente il contenuto dell'ultimo libro di Zygmunt Bauman, apparso nel 2017, pochi mesi dopo la sua scomparsa. Il sociologo / filosofo polacco, di origini ebraiche, divenuto cittadino inglese, autore di una produzione sterminata, illuminata da alcune metafore fortunate (e forse un po' abusate), come quella della liquidità, ci lascia con questo libro il suo ultimo messaggio. Un messaggio messo a fuoco lucidamente nella breve introduzione, seguita da quattro capitoli, molto ricchi sul piano della documentazione bibliografica, anche se un po' disomogenei e non privi di qualche ripetizione, che avrebbero meritato una revisione, forse resa impossibile dalla morte dell'Autore.

La tesi di fondo è semplice e suggestiva: la nostra epoca ha ormai bruciato da tempo ogni spinta in avanti, che aveva il suo "carburante" ideale nelle utopie moderne della emancipazione collettiva, del progresso illimitato, delle "magnifiche sorti e progressive", secondo il canto amaro de "La ginestra" di Leopardi. Ecco allora il capovolgimento, per il quale Bauman conia il termine di "retrotopia": «le speranze di miglioramento, a suo tempo riposte in un futuro incerto e palesemente inaffidabile, sono state nuovamente reinvestite nel vago ricordo di un passato apprezzato per la sua presunta stabilità e affidabilità» (p. XVI). Alla base dell'odierna "retrotopia" c'è la speranza di poter finalmente riconciliare sicurezza e libertà: impresa che Bauman ritiene giustamente mai tentata e mai realizzata. A differenza di ogni altra vera utopia, però, teorizzata, voluta, perseguita come una forma di riscatto, questo ritorno all'indietro non assomiglia a un progetto rovesciato, ma ha qualcosa di casuale, come accade nella esplosione delle disuguaglianze: «si tratta di effetto accidentale e inatteso - o, quanto meno, non oggetto di riflessione, né di diagnosi o prognosi - di molteplici forze sguinzagliate e fuori controllo» (p. 89).

Quello che Bauman chiama "l'innamoramento retrotopico per il passato" (e che di solito fa seguito a una rivoluzione mancata) oggi nasce da una convinzione di base: nei paesi ricchi, la maggior parte dei genitori è convinta è i propri figli se la passeranno peggio di loro. Quattro sono le forme fondamentali di questa "retrotopia". Anzitutto, un ritorno a Hobbes: il processo moderno di civilizzazione, infatti, ha portato solo a una "riforma delle buone maniere", nascondendo - ma non eliminando - una incancellabile pulsione violenta. Forse per questo "l'animale hobbesiano" che è in noi (homo homini lupus) non vuole coinvolgersi troppo nel rapporto con gli altri, per timore che esploda l'incapacità di controllo sugli istinti sgradevoli. Insomma, «dobbiamo riporre nel cassetto l'idea di un mondo senza violenza, una delle utopie forse più belle - ma anche, purtroppo, più irraggiungibili» (pp. 6-7). Il risultato è che la violenza delle gang di bulli di strada e la smania punitiva dei cittadini cominciano pericolosamente ad assomigliarsi: la violenza, vissuta come un temporaneo sollievo al nostro umiliante senso d'inferiorità, esercita un'attrazione morbosa…

Il "ritorno alle tribù" è un secondo effetto dell'odierna "retrotopia": la globalizzazione porta a concepire gli Stati come forme di vicinati, afferma Bauman citando Walzer, in cui è la tribù, alla fine, a decidere chi soccorrere e chi uccidere. Anticapitalismo, moralismo e xenofobia sono gli ingredienti di base, secondo Boltanski, di questo tribalismo di ritorno, fondato sul bisogno paradossale di sentirsi parte di una società formata da individui, ossessionati dalla paura di perdere lo status sociale dei genitori. Il crollo della  fiducia in una comunità diversa va di pari passo con un'idea miope e conflittuale di tradizione, vagheggiata solo per proclamare che noi siamo stati i migliori, quindi per celebrare ciò che è nostro ed escludere gli altri, afferma Bauman, citando Lowenthal. La tradizione diventa orgoglio e l'ignoranza impedisce la reciprocità. Si riaffaccia quindi l'idea di uno Stato territorialmente sovrano, che è stata - secondo Bauman - la madre di ogni nazionalismo. Ecco la ricetta del successo dei populismi: «la rabbia degli esclusi e dei reietti è un filone incredibilmente ricco da cui si può attingere senza sosta per rifornirsi di capitale politico» (p. 64).
Bauman inquadra in tale prospettiva il fenomeno delle migrazioni: quando l'imperialismo coloniale era all'apice, circa 60 milioni di europei sono partiti alla volta delle Americhe, dell'Africa o dell'Australia, spesso riconvertiti in coloni o soldati, ma dalla metà del '900 il flusso migratorio si è invertito; secondo Michel Augier, nei prossimi 40 anni si prevede un miliardo di sfollati: «una marea montante di persone cacciate di casa dalle decine di guerre civli, etniche e religiose e dal banditismo nei territori che i colonizzatori si sono lasciati alle spalle» (p. 74). Un fenomeno che ci ha colti impreparati, «alla stregua di quelle tribù cui ci sforziamo di fare ritorno» (p. 77).

Al centro degli ultimi due capitoli ci sono altri due ritorni. Anzitutto il ritorno alla disuguaglianza. Il sistema ha dimenticato che bisogna occuparsi degli sconfitti: «A livello globale (secondo l'ultimo resoconto del Credit Suisse) - scrive Bauman - la metà più povera dell'umanità (3,5 miliardi di persone) possiede l'1 per cento di tutta la ricchezza mondiale: come le 85 persone più abbienti sulla Terra» (p. 88). Ormai i linguaggi dell'élite e quelli del resto del mondo sono diventati reciprocamente incomprensibili; dal Medioevo in poi, commenta Bauman, la distanza non è mai stata così profonda. In tale situazione la solidarietà diventa un "lusso costoso" (P. Verhaeghe) e l'unica strategia consiste nel trarre dalla situazione più vantaggi dei propri rivali. 

C'è infine una forma di ritorno al grembo materno: la disgregazione dei legami umani si accompagna infatti a una visione autoreferenziale del dovere morale e a una privatizzazione della speranza. Il mito narcisistico ha le sue manie di grandezza, ma comporta anche un'angoscia permanente, dal momento che «tutta la responsabilità per gli insuccessi dell'esistenza è stata spostata sulle spalle degli individui» (p. 125). Il culto di sé deve continuamente difendersi, però, dal narcisisismo degli altri, e questo smaschera l'illusione di tenere insieme libertà e sicurezza: la crescita della prima è sempre a scapito della seconda, mentre l'amore non offre più garanzie contro questo "esercito crescente di solitari". Una contraddizione che potrebbe riassumersi con le parole di Tim Jackson: «ci convincono a spendere soldi che non abbiamo per procurarci cose  che non ci servono per fare un'impressione che non durerà su gente di cui non c'importa nulla» (p. 120). 

Queste 4 forme di regressione hanno dunque in comune, secondo Bauman, un vero e proprio "terrore del futuro", mentre lo Stato nazionale «dimostra la sua assoluta inadeguatezza ad agire efficacemente nell'attuale condizione d'interdipendenza planetaria degli uomini» (p. 161). Abbiamo davanti a noi «un lungo periodo di domande più che di risposte, di problemi più che di soluzioni, in bilico tra il successo e il falllimento», e non dobbiamo dimenticare di essere «come mai prima d'ora, in una situazione di aut aut: possiamo scegliere se prenderci per mano o finire in una fossa comune» (p, 169).
Anche Bauman dichiara, in chiusura, di aver trovato la "risposta più convincente" nell'appello al dialogo di papa Francesco, le cui condizioni «dipendono dal ripetto reciproco e dal presupposto, dalla garanzia e dal mutuo riconoscimento dell'eguaglianza di status» (p. 168). Un messaggio finale che potrebbe essere rivolto a tanti cristiani, vittime e complici anch'essi - spero senza accorgersene - di questa voglia irresponsabile di retrotopia.

IL LIBRO
Z. Bauman, Retrotopia, tr. it. di M. Cupellaro, Laterza, Roma - Bari 2017, pp. 181, € 15