mercoledì 1 novembre 2017

IL SACRO E IL SANTO


«Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più in là degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi assieme»
(A.J.Toynbee)


Il primo novembre i cristiani celebrano la festa di tutti i santi. In passato questa festa ci appariva con contorni sfocati e lontani, fino a confondersi con la commemorazione dei defunti, che cade il giorno seguente e che assegnava all'intero mese di novembre un timbro devozionale particolarmente mesto e accorato. Oggi la "concorrenza" viene dalla festa di Halloween, che alcuni cristiani caricano di sfumature sinistre, quasi fosse un inconsapevole veicolo diabolico da scomunicare senza esitazioni.
No, forse la verità è un'altra, più profonda di quanto possiamo immaginare. Non abbiamo più la fede, le parole, l'immaginario sociale, la cultura per riconoscere la santità. Non sappiamo più, letteralmente, che cosa significhi essere santo. Anche questa festa, come la domenica, ormai serve semplicemente a preservare il perimetro del tempo libero dai ritmi infernali del lavoro; una scatola vuota che la macchina consumistica riempie astutamente di centri commerciali aperti, seduttivi e tristemente festosi, facendoci balenare l'idea alienante che solo un mondo finto (con le sue vie e piazze finte…) può farci dimenticare quello vero. Anche gli atei militanti e diversamente clericali, che danno vita a una controchiesa, fatta di crociate contro tutti i simboli religiosi, si guardano bene dal chiedere l'abolizione della festa di tutti i santi…
Abbiamo scambiato la sacralità con la santità: questo, forse, è il problema. 
Il sacro è una proprietà delle cose. Nel mio, ormai vecchio, libro "Cielo di plastica", avevo scritto così: 
«La purezza separata del sacro è simbolicamente raffigurata da luoghi ben delimitati, da oggetti destinati esclusivamente al culto, da sacerdoti che pagano la separazione dalla collettività con il privilegio di essere insostituibili intermediari con il divino. Tra questi due mondi non sono ammesse contaminazioni: il “sacrilegio” è precisamente una violazione dell’intoccabilità del sacro, che viene “profanato” quando è macchiato con qualcosa di profano. Il “sacrificio”, invece, è quell’atto con il quale s’instaura un qualche rapporto fra i due mondi, attraverso l’offerta di una vittima».
Il santo esprime invece la qualità della relazione personale, che diventa vera e propria comunione con Dio. Il teologo e filosofo israeliano André Neher lo esprime così: «L’uomo incontra Dio: è l’alleanza. L’uomo si sforza di essere a immagine di Dio: è la santità». L'altezza di questa comunione raggiunge un vertice assoluto in Cristo, riconosciuto da un uomo posseduto come «il santo di Dio» (Lc 4,34). La santità di Dio è il fondamento incrollabile dell'Alleanza, che si trasforma per l'umanità in comunione partecipata; una comunione sperimentata nella ferialità e nello stesso tempo, proprio per questo, capace di oltrepassare le barriere dello spazio e del tempo. 
Oggi è la festa dei "santi senza aureola", come scrivono le monache Agostiniane di Rossano; la festa delle persone normali, che sono capaci di guardare oltre. Di credere oltre, di sperare oltre, di amare oltre. È solo l'oltre che può accomunarci davvero, perché non è inquinato da quel mondo idolatrico, fatto di terra, che ci rende così apatici o feroci, a seconda dei casi.
Il fatto che stiamo vivendo tutti nell'epoca del "disincanto del mondo" non deve impedirci di vedere che questa desertificazione spirituale sta producendo un nuovo "reincantamento". Il sacro cacciato dalla porta sta rientrando dalla finestra. Si chiama occultismo, esoterismo, irrazionalismo, consumismo, narcisismo…; insomma, adorazione cieca del nulla. Per questo la vera alternativa al disincanto non è una bella "crociata del sacro": è lasciarsi interpellare dai "santi senza aureola" e cercare nella loro ferialità, così normale e insieme così eroica e benedetta, una scintilla di trascendenza.

lunedì 16 ottobre 2017

Orizzonti del desiderio, domande di felicità

È uscito il n. 3/2017 di Dialoghi. Il dossier, sul tema "Orizzonti del desiderio, domande di felicità", presenta interventi molto interessanti di Enzo Appella, Piermarco Aroldi, Fabio Introini, Martha C. Nussbaum, Francesco Stoppa, Susy Zanardo. Ecco la mia introduzione al dossier:

Un paradosso rende oggi particolarmente difficile il continuo rincorrersi di desiderio e felicità, che plasma le attese del mondo giovanile e disegna l’architettura della vita personale e comunitaria: un’inflazione di promesse di felicità – più o meno autentiche e liberanti – non riesce a estinguere la sete del desiderio. Cresce in modo pervasivo l’offerta di felicità a buon mercato, ma nello stesso tempo anche la domanda continua a crescere, secondo una dinamica che si riflette sull’orizzonte del desiderio, strappandolo da quel cielo stellato in cui sembrerebbe avere la sua origine (de-sidera) e sfigurandolo nel frullatore del consumismo.
Come ci ha ricordato Taylor, abbiamo ancora a che fare con il paradigma romantico dell’autenticità, che concepisce la vita come l’arte di esprimere se stessi seconda la misura unica della propria vocazione. Oggi, tuttavia, questo stile di vita è diventato un fenomeno di massa, si è banalizzato, riconciliandosi con l’ideologia del consumo fine a se stesso; non più il “cosmo incantato” dei romantici, ma un luogo frenetico e virtuale di dissipazione e stordimento. Nell’epoca del disincanto, la domanda di felicità resta altissima, ma non sembra più trovare nell’altezza del desiderio una misura esigente e costruttiva; al contrario, rischia di piegare il desiderio alle proprie voglie effimere, in una paradossale inversione dei ruoli: non è più il desiderio a generare e orientare la domanda di felicità, è il laboratorio permanente di sperimentazione della felicità che produce retroattivamente nuove figure del desiderio, meno esigenti e più plastiche.
Il dossier cerca di tener conto di questo panorama così variegato e in movimento, attraverso un percorso che muove dall’ascolto del mondo giovanile, riletto alla luce di dinamiche culturali e sociali più ampie. L’attenzione quindi si sposta sulla questione fondamentale del rapporto tra desiderio e felicità, esplorata da angolature diverse e aspetti complementari. Segue un approfondimento intorno alla figura di Gesù come uomo compiutamente felice, mentre l’ultimo intervento, affidato a una voce autorevole del dibattito contemporaneo, introduce una tematica in qualche modo “eccentrica”, che sposta il tema verso le frontiere estreme della rabbia e del perdono.
Interrogandosi sulla domanda giovanile di una “società felice”, Fabio Introini si chiede quanto la logica capitalista del bisogno possa rispondere al desiderio che abita ogni essere umano. Dai risultati di una ricerca dell’Istituto G. Toniolo sui cosiddetti “millennials”, emerge un’idea dinamica e performativa di felicità, secondo la quale “rimboccarsi le maniche” ed essere artefici del proprio futuro possono essere un fattore di profonda innovazione sociale. Anche la Rete, interpellata da Piermarco Aroldi Rete come luogo privilegiato per osservare queste dinamiche, presenta la felicità come un’arte e una forma quotidiana della cura di sé, in cui tuttavia spesso prevalgono profili di autoreferenzialità soggettiva, e l’allentamento dei legami sociali tende a essere surrogato dalla connettività propria dei “network sociali”.
Partendo dall’idea della felicità come appagamento totale del desiderio, Susy Zanardo esplora l’orizzonte del desiderio come “modo singolare di stare al mondo”, che mi porta oltre me stesso, fino a giungere ai bordi estremi della Trascendenza, in un intreccio irriducibile di finito e infinito. Francesco Stoppa rilegge quindi in termini di psicologia del profondo il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, rilevando nel desiderio, oltre ogni logica consumistica, un “punto di inaggirabile alterità”; una “felice lacerazione” che spinge a cercare la radice di noi stessi in un altrove, e può “convolare a nozze” con la felicità solo sulle ali della speranza.
Enzo Appella propone un’analisi puntuale della figura di Gesù e quindi del modello evangelico di felicità che egli incarna in modo esemplare. Se riusciamo a liberarci dal timore ingiustificato che la vera umanità possa far velo alla vera divinità di Gesù, cogliendo quindi il senso della sobrietà dell’arte biblica di raccontare, possiamo riscoprire Gesù come capace di gioire e rendere gioiosi gli altri, libero di amare anche ciò che s’è perduto e riportarlo in questo modo nell’orbita della felicità.
Infine, esplicitando e riassumendo alcuni temi centrali di un suo libro recente, Martha C. Nussbaum ci parla di rabbia e di perdono; in particolare esprime diffidenza nei confronti di unidea gerarchica e transazionale di perdono, ridotto a una logica dello scambio. Ugualmente può esserci anche unidea asimmetrica della compassione, irrimediabilmente gerarchica e paternalistica, accanto a una visione egualitaria, centrata sulla comune fragilità di tutti gli uomini, che la Nussbaum vede attestata soprattutto nella tradizione stoica e che in realtà, si potrebbe aggiungere, rappresenta il cuore stesso del messaggio evangelico. Quello che invece per la Nussbaum è più appropriato alle relazioni umane è un atteggiamento di amore in-condizionato e di generosità, di cui riconosce “ampie attestazioni nel Vangelo”, che non solo non fa dipendere il perdono dal pentimento, ma depone ogni sentimento di superiorità. In ogni caso, sullo sfondo resta la grande sfida, soprattutto per il mondo giovanile, di mettere in circolo valori ed emozioni; una società rispettabile che si batte per la giustizia non può non chiedersi come «condurre le persone a sostenere la giustizia nei loro animi».
Siamo così rinviati al grande tema di un’apertura reciproca tra interiorità e comunità, senza la quale non si dà desiderio felice né felicità desiderante.


venerdì 13 ottobre 2017

Uomini contro

So bene quale può essere la facile, facilissima obiezione ai pensieri che vorrei condividere con i miei lettori: non si può generalizzare. Il caso della Catalogna è particolare, è particolare il caso della Brexit... Per la vita privata si può dire la stessa cosa: la storia di quei due ragazzi, di quella coppia, di quella famiglia è un caso a sé, un caso assolutamente unico. I motivi delle divisioni sono altri, ben altri, così come ben altre dovrebbero essere le analisi e le soluzioni. La lista dei “benaltristi”, un po’ sapientoni e un po’ inconcludenti, è sempre lunghissima...
Eppure, resta il sospetto che il moltiplicarsi inarrestabile di “casi unici” debba interrogarci, debba farci misurare con la sfida e il rischio di una sintesi. La domanda per riassumere la questione potrebbe essere la seguente: siamo in presenza di patologie sporadiche e occasionali, oppure dobbiamo fare i conti con una vera e propria epidemia?
La Catalogna non si riconosce più come parte integrante della Spagna, dentro la quale tuttavia non sembrerebbe che fosse vittima di discriminazioni o soprusi inaccettabili...
Il Regno Unito ha risposto a un referendum (forse convocato in modo improvvido, anche - o soprattutto - per beghe di partito) con la cosiddetta “Brexit”, mostrando di essere, tutto sommato, ancora troppo affezionata a un vecchio adagio: “Nebbia sulla Manica, il continente è isolato”.
Nella Chiesa cattolica, scopiazzando il costume diffuso per cui nel Paese esisterebbero tanti Commissari tecnici della nazionale di calcio quanto sono i cittadini, ogni cristiano si sente ormai perfettamente in grado di insegnare al Papa il suo mestiere. Con un corollario preoccupante e patetico: la vera Chiesa è quella che la pensa come me; anzi, a pensarci bene, la vera Chiesa sono IO.
Per trovare una deriva equivalente nel mondo della scuola, basta frequentare i gruppi whatsapp di genitori, che pullulano un po’ ovunque: tante piccole tribù autorefenziali e sempre arrabbiate, in stato di mobilitazione permanente. Spesso l’unico collante è “essere contro”: contro gli insegnanti, contro i dirigenti, contro i bidelli, quasi mai contro i propri figli...
Nelle portinerie degli ospedali ammiccano le locandine di disperati studi legali, che promettono azioni taumaturgiche contro chirurghi, medici, infermieri, istituzioni ospedaliere, lasciando balenare in teoria il sogno di rimborsi da favola, ma facendo schizzare in pratica i costi delle polizze di assicurazione e della medicina difensiva: “Ti inondo di analisi cliniche, costosissime e spesso inutili. Voglio vedere se continui a rompere...”
Non parliamo della politica, dove le correnti interne ai grandi partiti fanno persino una magnifica figura dinanzi all’opportunismo dilagante e al frazionismo irresistibile, a tutti i livelli: dal Parlamento al più piccolo dei Comuni. Le scissioni e i partitini personali aumentano a vista d’occhio, aumentano le sigle sindacali, aumentano i gruppi e i gruppuscoli, trasformando alcuni settori strategici del Paese in un far west, luogo di agguati e di ricatti: “Se tu non mi dai ragione, me ne vado sbattendo la porta. Ti faccio vedere io di che cosa sono capace!”
E Trump, che vuole uscire praticamente da tutto (accordi sul clima, accordo sul nucleare con l’Iran, Unesco ecc), dove lo mettiamo?
Senza parlare della conflittualità dilagante nei luoghi di lavoro, negli organismi di partecipazione, nelle rappresentanze... A volte la realtà supera l’immaginazione e nemmeno i talk show riescono a mimare così bene lo scontro che prevale sull’incontro, l’urlo che prende il posto dell’ascolto.
Le esemplificazioni più facili e a portata di mano, tuttavia, le troviamo nel circuito degli “affetti corti”: sempre più corti, sempre più friabili, sempre più violenti. Le scemenze sulle quali una volta due coniugi mettevano una pietra sopra, suggellando la pace con un abbraccio più forte di sempre, oggi bastano e avanzano per rompere definitivamente un legame. Le futilità all’origine dei divorzi facili nel mondo dello spettacolo, che ieri ci scandalizzavano tanto, oggi impallidiscono dinanzi a un vero e proprio fenomeno di massa: la leggerezza frivola di tante attricette in cerca di successo è stata sepolta da una aggressività incattivita, rancorosa, volgare e ahimè spesso sanguinaria. La cronaca rosa e la cronaca nera ormai si confondono...
Intendiamoci: le cose che non vanno sono tantissime, forse troppe. La denuncia e l’indignazione sono, spesso, più che giustificate; i problemi esistono, e in alcuni casi mettere distanza tra le persone potrebbe essere non solo lecito, ma persino opportuno.
Il problema è un altro: stiamo trasformando in maniera scientifica le difficoltà in pretesti, i problemi in alibi, i conflitti in vere e proprie guerre...
Come se non bastasse, abbiamo smesso di chiamare le cose con il loro nome e in questo modo non ci raccapezziamo più: autonomia è sinonimo di libertà senza responsabilità; sovranismo è lo slogan che cerca di sdoganare il più ingombrante “nazionalismo”, coprendo di fatto tutti gli egoismi e gli opportunismi, più o meno corporativi; il desiderio è il nuovo nome del diritto, che a sua volta ripudia il suo “fratello gemello”, costituito dal dovere.
Il mix esplosivo di convenienza e sospetto cerca di soppiantare ogni atteggiamento di fiducia e cooperazione. Condanniamo il pensiero unico e il mito del profitto a ogni costo, ma stiamo diventando paladini di qualcosa di peggiore, per il quale non vale nemmeno l’appello alla razionalità strumentale: un egoismo capriccioso e arrogante, che non riconosce debiti di fedeltà né doveri di partecipazione.
A forza di tagliare - uno dopo l’altro - molti, troppi nodi, la rete si sta allentando e, come accade in questi casi, comincia a lasciar cadere, nell’indifferenza generale, proprio le persone più deboli e più fragili. Non sto esagerando: molte guerre, più o meno (in)civili, sono cominciate esattamente così.

domenica 1 ottobre 2017

I mali dell'Università, oltre i concorsi truccati


Gli scandali che si abbattono, periodicamente, sull'Università (ma si dovrebbe dire: sulla gestione scorretta di alcuni concorsi da parte di alcune commissioni) pongono una questione molto grave - anzi gravissima - che investe non solo la comunità universitaria nel suo complesso, ma le responsabilità della politica e, in senso più ampio, dell'intero Paese. Sullo stato di salute generale del sistema universitario italiano esistono studi approfonditi: segnalo, fra i più recenti, il libro di G. Capano, M. Regini, M. Turri, Salvare l'università italiana. Oltre i miti e i tabù, Il Mulino, Bologna 2017; interessante anche l'articolo di Juan Carlos De Martin:Come sta l'Università italiana? Sul piano dei valori ideali, si segnala l'intervento odierno di papa Francesco a Bologna, che nel suo Incontro con gli studenti e il mondo accademico richiama tre diritti fondamentali: alla cultura, alla speranza e alla pace.
Molto più modestamente, io vorrei condividere alcune riflessioni in seguito all'inchiesta giudiziaria sul concorso di Diritto tributario.
1) Anzitutto è bene ricordare che la presenza di fenomeni corruttivi è ormai diffusa quasi ovunque, perché prima di tutto la tentazione è dentro ognuno di noi, e nessuno deve presumere di esserne immune per "diritto divino". L'elenco potrebbe essere molto lungo: amministratori comunali, magistratura, forze dell'ordine, uomini di Chiesa… È certamente un'aggravante quando fenomeni di corruzione diffusa si manifestano in questi ambiti, che, come l'università, dovrebbero essere luoghi esemplari di specchiata onestà; un'aggravante che non deve indurre atteggiamenti di passiva rassegnazione, magari dopo una fiammata effimera di indignazione.
2) Nel caso dell'università il fenomeno dei concorsi truccati non è nuovo e spesso accade, è bene ricordarlo, in alcuni settori disciplinari più "ricchi": quelli in cui la libera attività professionale, che si aggiunge alla docenza universitaria, comporta la possibilità di impegnare a tempo pieno molti giovani (studi professionali o corsie d'ospedale…), spesso compensando lo sfruttamento con la promessa di una carriera assicurata. In questi casi, il fenomeno diventa veramente indecente e deve essere perseguito in modo rapido ed efficace.
3) Nel corso degli ultimi decenni, tuttavia, per prevenire questi fenomeni, sono stati apportati molti correttivi: si sono cambiate spesso le regole dei concorsi (prevedendo il sorteggio dei commissari, o una combinazione di voto e di sorteggio, quindi inserendo nelle commissioni un membro straniero, ecc.). Il doppio livello attualmente in vigore (una abilitazione nazionale e una chiamata dalla sede universitaria, con un doppio concorso quindi) appare un buon punto di equilibrio. Tuttavia, ogni normativa si può aggirare, non illudiamoci.
4) La proposta di Raffaele Cantone, Presidente dell'autorità nazionale anticorruzione, di aprire le commissioni a membri esterni, appare di difficile - se non impossibile realizzazione -, oltre al fatto che trasmette l'idea negativa di una sorta di "commissariamento" delle università. L'esempio di Cantone è piuttosto facile: perché non chiamare uno scrittore in una commissione di Letteratura italiana? E per una commissione di Logica matematica o di Papirologia, chi chiamiamo? Chi valuta e sceglie competenze estremamente specialistiche, soprattutto in ambito di ricerca pura? Lasciamo stare, mi pare che questa uscita sia stata piuttosto imprudente…
5) Un problema ancora più delicato è il seguente: chi è il candidato migliore, che merita in modo obiettivo e inequivocabile di vincere un concorso universitario? L'università non è solo un istituto di ricerca: il candidato ideale deve offrire un mix di competenze scientifiche e didattiche, che ogni università deve valutare in rapporto alle proprie esigenze. Ho conosciuto, a vari livelli, persone che in assoluto apparivano intellettualmente e scientificamente come le più dotate; tuttavia, alla prova dei fatti, si sono rivelate del tutto inadatte al compito: perché presuntuose, inaffidabili, prive di attitudini cooperative, incapaci di "fare gioco di squadra" e soprattutto di comunicare e di insegnare (in molti casi, volutamente, per evitare troppi carichi didattici e restare sole a celebrare se stesse, nella torre d'avorio del proprio narcisismo…).
6) Infine, una questione che solo apparentemente sembra estranea al problema è quella delle risorse: come si legge nel post citato sopra di De Martin, il taglio progressivo di finanziamenti all'università è stato devastante, provocando effetti perversi, di cui i non addetti stentano a rendersi conto. La riduzione degli organici, la chiusura di molti corsi di studio, l'impossibilità di fare progetti e programmazioni a lunga scadenza ha fatto scappare (e sta facendo ancora scappare!) i giovani migliori, più preparati e motivati, provocando uno schiacciamento verso il basso degli idonei ancora non assunti, che sta emarginando i più giovani: ai concorsi per il dottorato partecipano candidati con titoli da ricercatore, ai concorsi per ricercatori candidati con titoli da professori associati, ai concorsi per associati
candidati in possesso dell'idoneità a ordinario. È questo il dramma più grave dell'Università italiana, che non può essere occultato dall'attenzione, certamente doverosa, ai singoli scandali. In una università impoverita nelle risorse finanziarie e umiliata nella sua centralità strategica, restano briciole sulle quali accapigliarsi, in una guerra tra poveri che non interessa nessuno, mentre i "baroni" più navigati si possono permettere, con la solita strafottenza, di continuare a fare quello che vogliono.

martedì 26 settembre 2017

Il limite e la ferita

Venerdì 29 settembre, sessione presso la Pontificia Università Gregoriana del LXXII Convegno del Centro Studi filosofici di Gallarate.

Video dell'intervento
 

Condivido l'incipit della mia relazione: 


La riflessione morale intorno al nesso tra il corpo e la cura non deve lasciarsi ammaestrare solo dalla distinzione husserliana – comunque imprescindibile – tra Körper e Leib, che porta in primo piano la cifra riflessiva della corporeità propria, come dimensione originaria del “corpo che siamo”. Un’altra distinzione, che attraversa e congiunge autorelazione ed eterorelazione, è quella che interessa la complessa gamma della fenomenologia del vissuto corporeo e si manifesta soprattutto come esperienza della malattia, occupando una polarità estrema nella scala della salute.

Non si può considerare il corpo solo nello splendore anatomico che lo contraddistingue nel fiore degli anni o nell’efficienza fisiologica delle sue prestazioni migliori; occorre riconoscere il potere fuorviante di ogni rimozione sistematica delle difettività endogene ed esogene che trasformano un corpo sano in un corpo malato. È difficile tematizzare il nesso tra il corpo e la cura se non siamo disposti a riconoscere la pertinenza antropologica di un corpo piagato, fetido, mutilato, violentato, maleodorante, ultimamente senza vita. È parimenti molto difficile parlare di cura, senza aver mai sperimentato i tempi lunghi dell’assistenza a un corpo martoriato e senza speranze di guarigione; esperienze spesso umanamente atroci e insostenibili, che la routine priva di ogni eroismo eccezionale e che le situazioni più disperate spogliano di ogni forma, anche minima, di reciprocità gratificante. Non si può parlare a cuor leggero di cura ignorando l’ambiente confortante e drammatico di un hospice o lo squallore nauseabondo di un cronicario...

domenica 24 settembre 2017

I cinque gradini per (non) scendere (troppo) in politica

L'attualità politica, non solo italiana, sta confermando la sensazione di un logoramento progressivo degli spazi - reali, non virtuali - di partecipazione ed elaborazione, a favore di un uso personalistico del potere, che l'appello al "nuovo" non basta  a nascondere. Ma quali sono le qualità essenziali, i "requisiti minimi" che possono accreditare l'impegno politico, oltre l'immediatezza di una vocazione naturale o il calcolo di una ambizione "costruita"?  Vorrei provare a tracciare una sorta di "identikit" dell'uomo politico (ovviamente senza troppe pretese), "sotto un velo di ignoranza", senza riferimenti immediati a questo o a quello. Ognuno può provare liberamente a riscontrarlo "sul campo", per vedere se e quanto possa funzionare.
Dal mio punto di vista, vorrei segnalare almeno 5 attributi fondamentali:

1. Ideale politico alto e coerente vs pragmatismo cinico e opportunista
Il requisito primo e più importante è costitutito da una visione della vita, della politica e del bene comune esigente, lungimirante, ispirata alla promozione di tutta la persona e di tutte le persone. Esemplificare non è difficile: quale uomo, quale società, quale scenario nazionale e internazionale, quale idea di convivenza pacifica, quale idea di partecipazione e di democrazia, quale rispetto della natura, delle persone e delle istituzioni, quale gerarchia tra etica, politica ed economia, quale idea di tornaconto personale… Le radici della politica come vocazione e come servizio vengono da qui. Quello che ieri era scontato, oggi forse non lo è più, al punto che i discorsi dei politici sembrano tenerne conto sempre di meno, fino a promettere altre cose, in modo più o meno dichiarato: il benessere individuale, l'arrivismo, il rampantismo, il "saperci fare", l'essere "vincentI" a ogni costo…

2. Onestà trasparente vs opacità corruttibile

Questo requisito oggi è balzato in primo piano, diventando per alcune forze politiche la chiave che apre tutte le porte, la bandiera che basta spiegare al vento per avere dei seguaci. La corruzione dilagante, spesso incistata nelle pieghe minime del potere ed esibita con spavalderia e sfrontatezza, giustificano ampiamente l'appello all'onestà. Un tempo questo valore era, in un certo senso, incluso nel precedente, come un corollario immediato; oggi invece abbiamo bisogno di esplicitarlo, rischiando tuttavia di assolutizzarlo. Facciamo fatica a capire che l'onestà è il minimo: ci sono - per fortuna! - moltissime persone che non si metterebbero mai un euro in tasca, eppure sono talmente pasticcione e prive di senso politico che nessuno affiderebbe loro nemmeno l'amministrazione di un picccolo condominio.

3. Visione
strategica e capacità decisionale vs miopia tattica

L'autentico uomo politico, il vero leader è colui che sa decidere guardando lontano. Anzitutto deve avere una visione di ampio respiro dei processi, dei tempi lunghi, senza lasciarsi condizionare dal risentimento e dalla fretta. A De Gasperi è attribuita questa frase: "Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni". Lo sguardo lungo non deve impedire di decidere di fronte a situazioni immediate: l'ottimo, spesso, è nemico del bene. Ciò che conta, tuttavia, è non accontentarsi di tattiche di piccolo cabotaggio, che fanno occupare la scena mediatica con l'ossessione di esserci; esserci sempre in un esibizionismo narcisistico insopportabile, finché non si produce un effetto di rapida saturazione, e viene voglia di dire: Avanti un altro…

4. Competenza sperimentata vs dilettantismo spericolato 
L'arte politica, in una società complessa, non domanda competenze enciclopediche; l'uomo politico che si presenta come un tuttofare, buono per tutte le stagioni, spesso è uno che nella vita non ha mai combinato nulla di buono. Non ci aspettiamo che un politico sia per forza un tecnico: non è detto che un medico sia il migliore Ministro della Salute, o che un professore sia un ottimo Ministro della Pubblica Istruzione. È indispensabile, tuttavia, che ogni uomo politico si sia messo alla prova in un mestiere o in una professione: abbia studiato, lavorato sodo, ottenuto riconoscimenti importanti. Il mitico curriculum, sbandierato da alcune forze politiche, deve valere soprattutto per i capi…  In questo caso, potrà occupare - per poco tempo - grandi responsabilità e tornare, subito dopo, al suo lavoro; se non ha un lavoro, se è uno che non ha mai lavorato, il rischio che si affezioni alla poltrona è un po' più grande. Il dilettantismo spericolato come alternativa al professionismo della politica è, forse, cadere dalla padella nella brace.
 

5. Consapevolezza dei propri limiti e capacità aggregativa vs narcisismo presuntuoso 
Credo che questa qualità sia oggi particolarmente preziosa e, purtroppo, molto rara. L'uomo politico che si circonda di nani e ballerine, sempre pronti a fare i giri di valzer che lui desidera, spesso è una personalità fragile, immatura, invidiosa, scarsamente inclusiva e cooperativa. Con buona pace di tutti i populismi dilaganti, il vero statista non è l'uomo della provvidenza; è chi riconosce i propri limiti, chi sa individuare le competenze giuste, sa valorizzare le persone, sa creare un clima collaborativo, libero e veramente progettuale. Sa fare squadra. Non ha bisogno di essere adulato, non teme di essere contraddetto, sa farsi aiutare, riesce ad ammettere pubblicamente i propri errori. L'umiltà, in questo senso, è un'autentica dote politica, ed è un vero peccato che anche le forze politiche che vogliono presentarsi come nuove parlino in realtà un linguaggio vecchissimo: noi siamo i migliori, noi non sbagliamo mai, noi non abbiamo bisogno di nessuno. Noi siamo diversi: ecco lo slogan che in realtà in politica rende tutti uguali! Con più umiltà nei leader politici, ieri ci sarebbero state meno guerre e meno violenze, oggi ci sarebbe stata meno retorica e soprattutto meno acquiscenza ai poteri forti. Ci sarebbe stata più politica.

mercoledì 13 settembre 2017

Violenze private e pubblica ipocrisia

Chi l'avrebbe mai detto? La violenza - una violenza selvaggia, sanguinaria, disumana - è ormai diventata la compagna inseparabile della nostra vita quotidiana. Un contagio che non riusciamo più a tenere fuori della porta del nostro mondo "civilizzato", ma che s'infiltra spudoratamente anche nelle pieghe di mondi che ritenevamo - a torto o a ragione - più o meno immuni: nei giovani e giovanissimi, nei rapporti affettivi apparentemente più pacifici, nella chiesa, nelle forze dell'ordine…
La violenza più aggressiva, solitamente autorizzata - e addirittura benedetta! - quando assumeva la forma di guerre tra popoli e nazioni, non abita più soltanto l'arena pubblica dei "rapporti lunghi", ma si è infiltrata fin nelle pieghe più intime e invisibili dei "rapporti corti": tra fidanzatini, tra marito e moglie, tra adulti e bambini, tra carabinieri e giovani turiste…
Se ci facciamo caso, per deprecare questa violenza (cercando invano, in questo modo, di immunizzarci da essa), ricorriamo quasi inconsapevolmente al lessico riservato a uno stadio ferino e primitivo dell'umanità, che ormai non usiamo più per gli animali: il branco, una furia selvaggia, un impeto animalesco, una ferocia bestiale, una donna o un bimbo diventati una preda… Ammettiamo così, semplicemente con l'uso di queste parole, che sta accadendo qualcosa: un fenomeno di regressione, una voglia di tornare indietro, rispetto a quel confine elementare fra il civile e l'incivile che abbiamo impiegato secoli per condividere e in qualche modo consacrare. Le conquiste della storia e della cultura non bastano più.
Dichiariamo a parole tali confini come i più alti e invalicabili, ma di fatto li invochiamo solo per "gli altri"; per noi, siamo sempre pronti a chiedere una deroga, un'attenuante, una sorta di franchigia morale. Dentro il castello impenetrabile della privacy ognuno si sente padrone incontrastato e crede di poter fare quello che vuole con i propri feudatari…
"Non ce la facevo più, sono stato uno stupido, ho perso la testa!" Per gli antichi, l'ira faceva parte delle passioni meno nobili dell'umano, che si poneva alla massima distanza dalla luce dell'intelligenza. Oggi l'ira è diventata non solo la giustificazione dei violenti, ma anche il pretesto per accreditare una logica vendicativa di ritorsione a livello sociale, dove la rabbia delle "maggioranze silenziose" non vuole vedere quello che accade e pretende soltanto una escalation inarrestabile delle pene. Siamo arrivati al punto che, con l'istituzione del cosiddetto "omicidio stradale", in autostrada sparare a una persona è diventato meno grave che investirla! In realtà, non esiste alcun rapporto tra aumento della pena e diminuzione dei reati, come ci insegna il percorso esemplare della giustizia riparativa (restorative justice), che vuole rispondere alla colpa con un progetto, non con una riproposizione raffinata e ipocrita della legge del taglione. 
Il problema è che c'illudiamo di toglierci di dosso la marea di "violenza corta" che sta salendo sempre di più, attorno a noi e spesso dentro di noi, con un accanimento giudiziario, inefficace e anch'esso - sia pure a suo modo - un po' "barbaro". Forse c'è una schizofrenia tra pubblico e privato che dobbiamo avere il coraggio di riconoscere e denunciare. La semantica del privato veicolava in origine un'idea di privatezza, quindi di mancanza, di rinuncia (o perdita) della possibilità di trovare il compimento umano nella dimensione civile, in cui il radicamento in una civitas è condizione imprescindibile per partecipare alla edificazione di una civiltà. Oggi invece il privato è diventato un valore "a prescindere", da perimetrare con i paletti della privacy e su cui far sventolare la bandiera dei diritti, strappata dallo spazio pubblico. In realtà i diritti, anche nella cultura illuministica che li ha celebrati, avevano un senso solo sullo sfondo di un'apertura universale, che oltrepassava il recinto individualistico e portava a riconoscere qualcosa di comune oltre le differenze.
Ormai diventati orfani di un mondo pubblico, al quale apparteniamo e grazie al quale diventiamo "civili", il vocabolario dei diritti è usato di fatto per sdoganare il repertorio delle voglie più istintive e indiscutibili, che possono esplodere, in modi più o meno incontrollati, in una terra di nessuno, senza più freni inibitori. Addirittura, senza nemmeno il timore della pena: quando la voglia mi acceca e la società con i suoi valori e le sue leggi è troppo lontana per interessarmi o farmi paura, non mi ferma più nessuno, semplicemente perché io sono solo con me stesso e all'orizzonte non vedo altri che il mio ego. Un animale e la sua preda.
Allora il diritto diventa una pretesa, la convivenza si trasforma in indifferenza, la ragione diventa tutt'al più uno strumento diabolico per fabbricare alibi di ferro o per abbozzare una retorica di autogiustificazione a oltranza.
Se continuiamo a farci male in queste forme barbare e incivili, forse non basta lasciarci illudere dalla logica ipocrita del capro espiatorio, minacciando pene più severe o limitandoci a costruire megacarceri. Forse dobbiamo tornare ad appassionarci alla civitas e magari chiederci se per la formazione dei carabinieri, dei mariti, dei ragazzi, perfino dei preti non ci sia davvero da ricominciare da capo.