lunedì 6 marzo 2017

Vita fragile, cura preziosa


Università del Salento
GIORNATE DI FILOSOFIA MORALE


29 novembre 2016
  
Prof. LUIGI ALICI

Vita fragile, cura preziosa
Ripensare la bioetica

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Caricato da Giovanni Scarafile

(Regia: Roberto Greco), 15 ...

 

Il video





venerdì 3 marzo 2017

Il fragile e il prezioso. Intervista sulla bioetica


Bioetica



‘Il fragile e il prezioso”. Intervista sulla Bioetica a Luigi Alici


Ne parliamo, in questa intervista, con Luigi Alici, già Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, filosofo e docente all’Università di Macerata. Tra le sue numerose pubblicazioni vogliano ricordare il volume, uscito da poco per la casa editrice Morcelliana, ‘Il fragile e il prezioso. Bioetica in punta di piedi”.

Luigi Alici ha anche un blog di dibattito:
https://luigialici.blogspot.it/


Professore, in questi giorni abbiamo assistito,  con un poco di spettacolarizzazione, a fatti che toccano il senso della vita. Ovvero il morire con dignità. Mi riferisco alla vicenda del DJ Fabo, e di altri malati costretti ad andare in Svizzera per porre fine, attraverso il “suicidio assistito”, alle loro immani sofferenze. Straziante è stato l’appello di Fabo perché lo si liberasse dal suo inferno di dolore. Lei è un filosofo morale, che insegna nella sua università Etica della vita, ed è anche un credente. Qual è il suo giudizio su questa vicenda? 
Il giudizio morale su un’azione – doveroso per chi la compie, possibile ma difficile per un osservatore esterno – non deve mai trasformarsi in un giudizio sulla persona. La persona ‘oltrepassa” sempre le proprie azioni e nessuno può attraversare la soglia della coscienza con la pretesa di leggerla ‘in chiaro”. In nessun caso: né per screditare DJ Fabo come ostaggio e vittima di una congiuntura disgraziata fra menomazione fisica e strumentalizzazione politica; né per celebrarlo come profeta coraggioso e militante dell’autodeterminazione… In presenza di una fragilità ferita abbiamo altre risorse rispetto alla nettezza del giudizio (di cui il circo mediatico ha bisogno, per sceneggiare un conflitto tra opposte tifoserie…): le risorse discrete e silenziose della partecipazione, della memoria, della preghiera, che debbono tradursi in impegno solidale verso chi vive situazioni analoghe di sofferenza…
Sul piano etico, in ogni caso, la questione di fondo non si risolve in un ‘tiro alla fune” fra tradizionalisti e progressisti, e meno ancora stilando una graduatoria fra la sanità pubblica in Italia e la sanità privata in Svizzera. Nel dibattito sull’energia nucleare (produrla o comprarla in Paesi vicini), si argomentò giustamente che ciò che conta è dare un giudizio sulla ‘cosa”, a prescindere da quel che accade intorno a noi, altrimenti saremmo sempre schiavi di circostanze esterne.
Per la teologia “tradizionale”  la vita è dono di Dio.  Per alcuni teologi contemporanei, vedi Hans Kung, la vita è certamente dono di Dio ma allo stesso tempo è un compito dell’uomo. E dunque messa a disposizione perché ne faccia un uso responsabile. Questa “messa a disposizione” vale anche per la fase finale della vita.  E’ su questa base, che ho semplificato forse troppo, che si fonda, a determinate rigorose condizioni, il “suicidio assistito”. Le chiedo questa “autodeterminazione” non è coerente, anche per un credente, con una visione responsabile della vita? 
In tutta la tradizione occidentale – non solo cristiana – si è sempre riconosciuto che la vita è insieme dono e compito. La responsabilità, tuttavia, anche etimologicamente, è sempre una risposta, non un inizio. Noi non siamo ‘autori” della nostra vita per il semplice fatto che non ne possediamo l’origine: possiamo, con la procreazione assistita, intervenire sulle modalità di trasmissione della vita, ma non possiamo ‘fabbricarla”; né possiamo, con un suicidio, ‘riprendercela”. Il termine ‘autodeterminazione” è equivoco se confonde autonomia morale (di cui abbiamo bisogno per esercitare la responsabilità) e autonomia ontologica, che non è invece nelle nostre disponibilità. Il ‘mio” essere non è mai assolutamente mio: dal concepimento fino alla morte. Chi ha vissuto la tragedia del terremoto lo capisce benissimo, ma non per questo deve farsi paralizzare dal fatalismo…
L’autodeterminazione è incoerente con una visione responsabile della vita quando assolutizza l’autonomia individuale e ignora il contesto storico e comunitario delle nostre scelte. La cultura ambientalista, ad esempio, denuncia l’autodeterminazione come un pericoloso eccesso antropocentrico, all’origine dell’aggressione sistematica alla biosfera… D’altro canto, non possiamo immaginare che una scelta soggettiva possa prescindere completamente dall’età (come ritengono i difensori dell’eutanasia infantile) o da condizionamenti psico-sociali, patologie invalidanti, biografia personale… Un’autodeterminazione astratta e ‘allo stato puro” semplicemente non esiste. Per questo, dobbiamo distinguere il malato grave che dichiara, essendo ormai prossimo alla fine della vita, di voler morire (che spesso significa: ‘Non voglio soffrire, non voglio essere solo…”), rispetto a chi invece pronuncia la stessa frase perché non accetta la propria condizione esistenziale (non solo un handicappato, ma forse anche un ergastolano al quale è impedito il suicidio, che considera la perdita della libertà peggio del dolore o dell’invalidità). Non possiamo confondere un’ammissione di impotenza, spesso frutto di una patologia atroce, con una volontà di potenza teorizzata a tavolino. Dobbiamo imparare a fare un elogio della vita che non suoni irrispettoso per chi soffre, mentre incoraggiare l’ammissione di impotenza per legittimare il paradigma individualistico della volontà di potenza è la cosa peggiore, una strumentalizzazione deplorevole.
Una Chiesa che predica il Vangelo della Misericordia potrebbe aprirsi verso chi compie un gesto di autodeterminazione?
La misericordia nella tradizione cristiana – da Agostino a Tommaso – non ha limiti, in quanto attesta che l’amore di Dio è infinitamente ‘più esagerato” di ogni abisso della miseria umana. In questo senso, essa è il nome e il volto di Dio, non un espediente retorico di papa Francesco per riavvicinare la chiesa alla vita della gente! La diffidenza nei confronti di un ‘eccesso di misericordia” tecnicamente è una bestemmia contro Dio e dimentica che il peccato contro l’amore è sempre per difetto, mai per eccesso.
In questo senso la misericordia si apre a chiunque accetti di lasciarsi abbracciare, accogliere e perdonare; essa non incentiva il male e non avalla alcuna forma di complicità con esso, perché è un’alternativa radicale alla miseria, non una sua equivoca compagna. Aprirsi alla misericordia non significa quindi essere confermati nella propria condizione; significa entrare in una relazione che rigenera, responsabilizza e quindi mobilita la risorse positive della gratitudine, aiutando a risolvere ogni rivendicazione individualistica entro un processo aperto – e sofferto – di reciprocità: l’autodeterminazione diventa responsabilità.
Per lei il vero conflitto, sui temi di bioetica, è tra bioetica ideologica e bioetica critica. Un conflitto che va al di là della dicotomia “credenti e non credenti”. E propone una bioetica  dialogica. Cosa vuol dire?
L’irrigidimento ideologico è un pericolo che possiamo correre tutti; per una credente potrebbe essere la ‘trave nel proprio occhio” da togliere per prima, per poter vedere la pagliuzza nell’occhio del fratello. Impostare la riflessione intorno alla fragilità della vita umana a partire da una logorante (e sterile) guerra di posizione fra ‘bioetica laica” e bioetica cattolica” significa arrendersi a una deriva ideologica, che alla fine semplifica le questioni, predilige gli slogan, cavalca le intimidazioni mediatiche, riduce il confronto a una questione puramente quantitativa di maggioranze e minoranze. In una società multiculturale, in cui il pluralismo rischia spesso di sfumare nel relativismo, il dialogo non è una strategia per mimetizzare la conquista del consenso: è un atteggiamento etico che prende sul serio la fragilità, cercando di interrogarsi concretamente sul senso profondo dell’etica della cura, attraverso una rigorosa ricognizione dei problemi, resa possibile da un’opera preventiva di ‘ecologia semantica”. Un linguaggio purificato e guarito dalle infiltrazioni dell’approssimazione e del disprezzo non sarà l’ultimo passo, ma dev’essere il primo. Questo vuol dire ‘bioetica in punta di piedi”: inoltrarsi a piedi scalzi, senza elmo né corazza, come Mosè sull’Oreb, nei territori dolenti delle vite malate, senza scambiare l’ascolto con una rinuncia alla verità.
Lei ha scritto un libro molto interessante, “Il fragile e il prezioso” è il titolo del saggio, propone di pensare a queste due categorie, al di là dell’opzione relativista e fondamentalista,  come polarità di un’etica della cura. Come si dovrebbe sviluppare questa etica?
Per liberarci dal mito prometeico della libertà assoluta dobbiamo ripartire dalla fragilità, che è limite insuperabile della vita personale, al quale spesso s’aggiunge anche una ferita. La vita umana non è preziosa nonostante la fragilità, ma proprio grazie alla sua fragilità; è preziosa non soltanto perché è unica, ma anche perché è capace di dare e ricevere cura. Oggi abbiamo perso il senso umano fondamentale dalla cura (elaborato dal pensiero antico, prima ancora che cristiano), e ne abbiamo professionalizzato e settorializzato solo aspetti specifici. C’è infatti una cura come pratica specialistica, che risponde a situazioni di particolare bisogno cui il soggetto non può far fronte da solo (la cura medica, ma anche la cura educativa di soggetti svantaggiati, disabili, devianti…), ma prima ancora la cura è una forma fondamentale di relazione tra persone fragili, in cui tutti dobbiamo sentirci coinvolti.
Nell’eclisse di questa frontiera elementare dell’umano, prevalgono le nicchie specialistiche, cui si ‘appaltano” passaggi particolarmente difficili – e solitari – della nostra esistenza. Invece quando le possibilità del curare (to cure) si riducono, lo spettro delle possibilità del prendersi cura (to care) dovrebbe ampliarsi, attraverso i registri della confidenza, dell’ascolto, dell’empatia, dell’accompagnamento. Esistono persone inguaribili, mai incurabili. Quando la fragilità è offesa e le scelte si fanno difficili, allora ci sarebbe bisogno di ‘cellule del buon consiglio” (P. Ricoeur), in cui l’esercizio della libertà sia frutto di una deliberazione condivisa. Il mito individualistico dell’autodeterminazione rischia invece di ridurre gli altri (i parenti, il personale medico e infermieristico, la società nel suo complesso…) a ‘protesi strumentali” delle mie decisioni. Non c’è solo l’autonomia del malato, c’è anche quella di chi gli sta vicino, che deve ‘giocarsi insieme” alla prima, evitando ricatti affettivi, scorciatoie pericolose e strumentalizzazioni reciproche.
La morte del DJ è stato anche un atto di accusa verso lo Stato italiano incapace di munirsi di una legislazione adeguata. Adesso, grazie al caso Fabo, la proposta di legge, finalmente approderà, alla Camera il prossimo 13 marzo. Uno dei punti di contrasto è quello che inserisce la scelta,  per il paziente , di dire no all’alimentazione e idratazione artificiale. come risolvere questo contrasto?
Alimentazione e idratazione non sono, concettualmente, trattamenti sanitari: sono un altro modo, commisurato alle condizioni del paziente e auspicabilmente non troppo invasivo, di aiutarlo a mangiare e bere, accompagnando le funzioni vitali fino al loro esaurimento. Non sono un trattamento sanitario perché non c’è una risposta terapeutica attesa, alla luce della quale commisurarne la reale utilità. La loro sospensione si può quindi configurare come un atto di eutanasia, quando è decisa non sulla base di una inefficacia terapeutica, ma per altri motivi, come metter fine in modo indiretto a un dolore insopportabile.
La riserva riguarda semmai il carattere ‘artificiale” e di strumentalità invasiva di questi supporti vitali. Ma è sempre pericoloso chiedere alla legge di perimetrare questa zona grigia, che dovrebbe essere rimessa alla saggezza di una ‘cellula del buon consiglio”. Non possiamo reagire a un deficit di etica pubblica con un surplus di legislazione. Stranamente, oggi rifiutiamo la crescente invadenza burocratica nella vita privata e poi vorremmo delegare al legislatore soluzioni che esonerino la nostra responsabilità, dimenticando che la legge spesso riflette contingenti rapporti di forza, traducendoli in convenzioni normative: la legge italiana consente di abortire di norma nei primi 90 giorni, ma sappiamo bene che tra un feto di 89 giorni e uno di 91 biologicamente e ontologicamente non c’è alcuna differenza. La Commissione Warnock (1984) ha coniato la nozione strampalata di ‘pre-embrione”, ponendo al 14° giorno il passaggio alla condizione di ‘individuo biologico”, ma si è trattato di un compromesso che fotografava i rapporti di forza in seno alla Commissione stessa. Ci dovremmo ricordare di Einstein: ‘La natura non è divisa in dipartimenti come le università”.


‘Il fragile e il prezioso”. Intervista sulla Bioetica a Luigi Alici

sabato 25 febbraio 2017

Uomo forte o apparati anonimi? Il falso dilemma


La riflessione sulla "misura" della partecipazione politica viene da lontano. Nel mondo antico il problema era ben presente, forse più che in epoca moderna, quando la lunga battaglia contro l'assolutismo ha portato a pensare che i limiti della democrazia potessero essere soltanto per difetto. Per questo, all'ombra di una battaglia - certamente sacrosanta - per difendere la forma politica democratica sono fiorite progressivamente le rendite di posizione, al punto che l'appellativo "democratico" alla fine è quasi diventato una specie di passe-partout: in nome degli spazi di democrazia si poteva chiedere tutto e il contrario di tutto. È nato così un lungo processo, di cui in una certa misura siamo tutti un po' responsabili, di vero e proprio stravolgimento della partecipazione. La democrazia tradita per eccesso è quasi peggio della democrazia ostacolata per difetto: in quest'ultimo caso il nemico è dichiarato, combatte spesso la sua battaglia alla luce del sole; non si rassegna a delegittimare, contrastare, boicottare, ridicolizzare ogni tentativo di restituire ai cittadini quei diritti di cui sono in realtà i legittimi titolari; nel primo caso, invece, il tradimento proviene dall'interno, è una forma parassitaria, inerziale, la quale s'illude che la forma democratica veicoli automaticamente anche buoni contenuti politici. 
Lo si può fare in buona fede, certamente, come quando ci s'illude che a un allargamento dei diritti di cittadinanza corrisponda sempre e comunque un aumento di responsabilità, di controllo pubblico e persino di efficacia decisionale; lo si può fare, purtroppo, però anche per opportunismo, quando si trasformano i luoghi della rappresentanza in comodi quartieri residenziali, forniti dei migliori servizi, dove alla fine si vive meglio - molto meglio! - che altrove.
Quando arriva una crisi severa come la nostra, gli effetti di questo doppio peccato contro la democrazia - per difetto e per eccesso - vengono rapidamente a galla in modo drammatico. Viene a galla l'anima strutturalmente antidemocratica dei poteri invisibili, che hanno trasformato la dinamica economico-finanziaria in una gigantesca bolla speculativa; ma viene a galla anche l'impotenza di una democrazia paralizzata, burocratizzata, autoreferenziale, schiava di inutili ritualità  teatrali, in molti casi intimamente corrotta
Senza cadere nella tentazione dell'equidistanza, non possiamo trascurare questo secondo pericolo: in sé meno grave del primo, ma più insidioso perché meno evidente e più facilmente mimetizzabile. Uno dei sintomi di questa ipertrofia dei luoghi di rappresentanza è il loro crescere in modo direttamente proporzionale alla distanza dai cittadini: più aumentano gli apparati, più diminuiscono i presidi istituzionali sul territorio e più i cittadini si sentono soli e non rappresentati. 
Il virus del gigantismo commerciale che ha desertificato borghi e centri storici, svuotandoli di botteghe e di quella rete micro-artigianale di cui si nutriva una buona socialità, ha contagiato anche la politica: smobilitano le provincie (andando contro la tradizione storica italiana, fatta di identità municipali multiple), mentre le Regioni ormai stanno replicando i vizi peggiori dei Ministeri; chiudono le Casse di Risparmio e gli istituti di credito più radicati nel territorio e si gonfiano mostruosamente le Banche commerciali; la produzione parla un linguaggio sempre più impersonale e sradicato, che sembra aver smarrito la grammatica elementare del lavoro per la persona. 
In un certo senso, è il trionfo di un mondo artificiale che sta soppiantando quello vero: spazi finti (come le strade e le piazze dei supermercati) e tempi surreali (senza differenze tra il feriale e il festivo), disegnati a tavolino dalla logica assatanata di profitto.
Questa deriva finisce per inchiodare la politica dinanzi a un falso dilemma: o la reazione populista dell'uomo forte oppure l'inesauribile lievitazione burocratica degli apparati anonimi.
Trump e l'Unione Europea potrebbero esemplificare - sia pure con i limiti inevitabili di ogni esempio - questo bivio. Trump, da un lato, vorrebbe limitare la logica della libera circolazione delle merci e delle persone, anche se le sue fortune finanziarie sembrano parlare proprio quella lingua; vorrebbe, soprattutto, scardinare il lessico ipocrita e politicamente sterile del politically correct, assumendo la veste del tribuno della plebe che promette di liberare le istintualità più represse nella pancia del paese, con le quali vanta un feeling che non ha bisogno di troppe legittimazioni parlamentari e di fastidiosi controlli della libera stampa. 
L'Unione Europea, d'altro canto, continua a parlare il linguaggio nobile dell'uguaglianza e dei diritti umani, dell'accoglienza e dell'integrazione, della giustizia sociale e del bene comune, occultando abilmente le fonti valoriali (inclusa la tradizione ebraico-cristiana…) che hanno contribuito a generare quel modello di civiltà e senza spingersi mai troppo avanti nel progetto politico che dovrebbe tradurre le idealità più alte in scelte concrete e partecipate. Il risultato è un susseguirsi di dichiarazioni di principio che, alla prova dei fatti, decadono a patetici orpelli retorici, lasciando che anche da noi i muri - sbandierati da Trump - crescano alla chetichella, mentre i contabili fanno con diligenza il loro lavoro (ovviamente senza vedere la differenza fra mezzi e fini), e la macchina burocratica cerca di coprire la distanza tra il dire e il fare, macinando infaticabilmente regolamenti, direttive, decisioni, raccomandazioni, pareri
Rilevando l'esito drammatico dell'epoca moderna, Hannah Arendt ha affermato: «Ciò che è andato storto è la politica». Forse siamo ancora qui: la falsa alternativa nasconde una grande assente, la Politica.
PS
Se il Partito Democratico (insieme a quanti se ne sono allontanati) volesse accorgersene e riconciliarsi con la Politica, in un momento certamente molto difficile per la storia di tutti, risparmierebbe al Paese - e forse anche all'incerto futuro dell'Unione Europea -, l'ennesima riproposizione di questo falso dilemma. Francamente lo conosciamo già bene, e di un'altra, piccola replica faremmo volentieri a meno.

sabato 11 febbraio 2017

Padre Benedetto e la Chiesa "in uscita"


L'Abbazia dei santi Ruffino e Vitale è una perla preziosa e nascosta (come tutte le vere perle) che spunta quasi all'improvviso, sulla strada che da Fermo sale ad Amandola, verso il Parco nazionale dei Monti Sibillini. La piccola abbazia benedettina, di stile romanico, risale alla seconda meta del secolo XI, edificata sui resti di una cripta del VI secolo (!), che si aggiunge a un ipogeo minuscolo ed enigmatico, variamente interpretato come un luogo di culto pagano, come una sala termale d'epoca romana, oppure come area sepolcrale di un'importante famiglia romana in cui sarebbero state custodite le spoglie di due bambini. Qualcuno ipotizza che la madre potesse essere addirittura la patrizia romana Melania Seniore (o l'Anziana, per distinguerla da Melania la Giovane), vedova di un prefetto romano, che intorno al 365 perde il marito e i due figli mentre è in viaggio verso la Terrasanta, dove fonderà un monastero sul Monte degli ulivi, a Gerusalemme, e incontrerà, visitando il deserto egiziano, il monaco Rufino, che conosciamo come Rufino di Aquileia.
Il complesso di San Ruffino ha conosciuto un importante restauro e risanamento nel 2002, in seguito al terremoto del 1997. Dopo alcuni tentativi di nuovi insediamenti monastici, dal 2009 l'Abbazia era tornata a rifiorire grazie alla presenza di padre Benedetto Tosolini. Sacerdote friulano, missionario in Costa d'Avorio, quindi monaco cistercense presso l'Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, padre Benedetto stava trovando a San Ruffino una nuova "cifra" di vita spirituale, a metà strada fra la sua prima anima missionaria e la sua nuova spiritualità monastica. L'Abbazia aveva riaperto le porte a persone in ricerca e a gruppi di giovani, mentre padre Benedetto si aggirava instancabile fra loro e le piccole parrocchie dei borghi vicini, senza mai dimenticare il suo asinello e qualche animale di cortile. Per alcuni spirito intelligente e libero, per altri uomo troppo esigente e stravagante. In ogni caso, attorno alla sua figura si era andato costituendo un circuito di persone alla ricerca di un rapporto nuovo e meno ingessato con la Parola: una Parola da vivere ed esplorare con rigore e passione, per ritrovare veramente noi stessi. Perché noi non ci conosciamo mai fino in fondo, amava ripetere, illuminando spesso il suo sguardo profondo con un sorriso estasiato; abbiamo bisogno di essere rivelati a noi stessi, per evitare di continuare a rovinarci con le nostre stesse mani!
Lo hanno trovato ieri, in tarda mattinata, riverso accanto al fienile, ormai morto. Aveva sessantanove anni; un soccorso competente e immediato, chissà, forse lo avrebbe potuto salvare. Ci ha lasciato in punta di piedi, proprio come in punta di piedi era arrivato.
Parto insieme a mia moglie verso San Rufino, per l'ultimo saluto, in una mattinata umida e piovosa. Man mano che si sale, compaiono mucchietti sporchi e anneriti di neve, mentre ai lati della strada si materalizza lo spettacolo deprimente e sgraziato di alberi e arbusti troncati in malo modo, sfregiati, quasi fracassati e lasciati così, nel loro disordine scomposto, dalla neve o dalle ruspe, o da entrambe le cose.
Le scosse di questi ultimi tempi hanno ferito a morte ancora una volta l'Abbazia: la chiesa è chiusa, le celebrazioni sono state spostate in un'ala più sicura. Troviamo la salma in una stanza adattata alla bell'e meglio, vegliata da qualcuno del luogo e da altre persone venute da lontano e abbandonate a un pianto senza pudore, che vale ancora di più quando non nasce da una parentela diretta. 
Ho capito meglio, stamattina, che cosa voglia dire papa Francesco quando parla di "Chiesa in uscita" e di "periferie". Forse nessuna parrocchia pigramente aggrappata alle proprie abitudini e ai propri "giri", avrebbe mai raggiunto quelle persone, avrebbe mai toccato il loro cuore, le avrebbe mai fatte piangere per la perdita di un maestro spirituale. Perché si può essere "in uscita" anche restando nello stesso posto e si può essere fermi anche girando come trottole dal mattino alla sera.
Il terremoto, da questo punto di vista, è un test devastante e implacabile, che aggrava vieppiù le distanze: tra i ricchi e i poveri, tra i fortunati e gli sfigati, tra i creativi e gli opportunisti, tra le seconde e le terze case (rimaste com'erano) e l'unica casupola che non esiste più (finora coperta solo di promesse…).
Il test del terremoto vale ugualmente - anzi dieci, cento volte di più… - per le comunità cristiane, aumentando il divario tra gli svegli e gli addormentati. Per le comunità più stanche e "abituate" (come direbbe Péguy) avere una chiesa inagibile può trasformarsi persino in un alibi perfetto per mettere il "pilota automatico", rinchiudersi in una nicchia rassicurante, lasciando che le cose seguano il loro corso. In fondo, che differenza c'è tra una chiesa semivuota e una chiesa chiusa? Dentro questo alibi la routine giustifica il rintanarsi in ambienti raffazzonati e privi di decoro, in attesa di tempi migliori, che forse non meritiamo… 
Al contrario, le comunità più dinamiche e generative capiscono meglio che cosa voglia dire "uscir fuori", incontrare le persone nei luoghi pulsanti della loro vita, condividere il peso di una vera e propria depressione sociale che sta necrotizzando un pezzo sempre più vasto dell'Italia centrale, e riuscire a mostrare che il terreno più fertile dove può fiorire la misericordia è proprio la miseria, non certo i luoghi protetti di ritualità frigide e incapaci di annuncio.
Molto probabilmente padre Benedetto aveva colto questa seconda via, abbracciandola fino in fondo: una via dura, che non ha nulla di romantico, fatta di disagi veri, di freddo, di povertà, di accoglienze difficili, di incontri imprevedibili e che non sei mai tu a scegliere.
Appena ripartiti da san Ruffino, si riaccende ancora di più il contrasto fra il volto pacificato e dormiente di padre Benedetto e le sterpaglie aggrovigliate e maciullate lungo la strada. L'ultima violenza del terremoto potrebbe essere proprio questa: aggravare i contrasti, aumentare le distanze, innalzare i muri… E alla fine, da qualche parte, qualcuno non vedrà più il cielo, ma solo le proprie macerie.

domenica 5 febbraio 2017

Péguy e i cristiani dell'abitudine


Charles Péguy (1873-1914) è una figura di primo piano che ha animato attivamente il panorama spirituale e culturale della Parigi a cavallo tra Ottocento e Novecento. Poeta, scrittore e saggista, attraversa un'epoca inquieta, passando dalla fede socialista alla conversione al cristianesimo (1907). Allievo di Bergson, vicino a Maritain, la sua testimonianza brillante e appassionata ha ancora da dire molto alla nostra epoca, soprattutto per la sofferta difesa della fede cristiana, che lo colloca in una scomoda posizione di frontiera, duramente criticato dai socialisti francesi per il suo "tradimento" e dagli ambienti del cattolicesimo più conservatore per il suo antiautoritarismo. 
Nonostante il figlio, per primo, abbia accreditato un'interpretazione tradizionalista del suo pensiero, Péguy scrive pagine intense su un cristianesimo della grazia semplice e coraggioso; pagine addolorate sul declino della fede («abbiamo il dolore di vedere mondi interi, umanità intere vivere e prosperare … senza Gesù») e insieme provocatorie contro un clero aggrappato alle proprie sicurezze abitudinarie e incapace di stupore dinanzi al mistero della grazia: «Perdono continuamente di vista quella precarietà che è per il cristiano la condizione più profonda dell'uomo; perdono di vista quella profonda miseria; e non tengono presente che bisogna sempre ricominciare».
Dopo la conversione, la moglie Charlotte, atea, rifiuta il matrimonio in chiesa e il battesimo dei figli; a quel tempo questo basta a bollare Péguy come "pubblico concubino", di fatto tenendolo lontano dai sacramenti; una condizione che egli accetta con dignità e sofferenza, dinanzi a un atteggiamento che oggi papa Francesco avrebbe chiamato di "doganieri della fede": «Poiché i parroci curano la somministrazione dei sacramenti, essi lasciano credere che non vi sia nient'altro oltre i sacramenti. Dimenticano però di dire che c'è anche la preghiera. Essi detengono i primi, ma noi disponiamo sempre della seconda». Fino ad esprimere un giudizio severissimo su uno stile frigido e apatico: «Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio». 
La sofferenza aumenta quando le opere del suo maestro, Henry Bergson, sono messe all'Indice dalla Chiesa cattolica; il piccolo libro di Péguy, da cui traggo questi testi, è un'autodifesa appassionata del maestro e amico, ebreo, che fra l'altro negli ultimi anni della sua vita scriverà: «Le mie riflessioni mi hanno portato sempre più vicino al cattolicesimo in cui vedo il coronamento completo del giudaismo. Mi sarei convertito se non avessi visto che da anni si preparava la formidabile ondata di antisemitismo che sta per scatenarsi sul mondo. Ho voluto restare tra quelli che domani saranno perseguitati». Bergson muore, praticamente di freddo, nel 1941, in una Parigi invasa dai tedeschi, dove non si trovava più carbone, mentre Péguy era morto - a 41 anni! -, nel 1914, in guerra, durante la battaglia della Marna.
In un blog precedente ho ricordato alcune prese di posizione - ostinate e anacronistiche - della Chiesa su questioni che non toccavano i dogmi della fede, poi lasciate cadere, non senza aver provocato sofferenze inimmaginabili nei credenti.
È interessante per noi, oggi, tornare a meditare le parole di Péguy su un cristianianesimo chiuso e abbarbicato alla proprie false sicurezze. Alla radice c'è la corazza dell'abitudine, che è l'atteggiamento di resistenza più ostinata al miracolo della grazia: «C'è qualcosa di peggio che avere un pensiero cattivo. È avere un pensiero bell'e fatto. C'è qualcosa di peggio che avere un'anima cattiva e anche di farsi un'anima cattiva. È avere un'anima bell'e fatta. C'è qualcosa di peggio che avere un'anima anche perversa. È avere un'anima abituata. Si sono visti i giochi incredibili della grazia e le grazie incredibili della grazia penetrare un'anima cattiva e anche 'un'anima perversa, e si è visto salvare quel che sembrava perso. Ma non si è mai visto bagnare quel che era verniciato, non si è visto attraversare quel che era impermeabile, non si è visto intridere quello che era abituato… sulla corazza inorganica dell'abitudine tutto scivola, ogni spada ha la punta smussata».

Ogni riferimento a fatti o persone relativi alla campagna (perché di questo si tratta) orchestrata contro Papa Francesco NON è puramente casuale.


C. Péguy, Bergson e la filosofia bergsoniana, a cura d C. Lardo, Studium, Roma 2012

domenica 29 gennaio 2017

Fuga dalla complessità


«Un tempo l’individuo vedeva nella ragione solo uno strumento dell’io; ora si trova davanti al rovesciamento di questa deificazione dell’io. La macchina ha gettato a terra il conducente, e corre cieca nello spazio». Nessuno avrebbe immaginato che queste parole di Max Horkheimer, scritte in Eclisse della ragione, una delle sue opere più note, dopo settant'anni sarebbero state così straordinariamente profetiche. Horkheimer, esponente di punta della Scuola di Francoforte, denunciava lo squilibrio di una ragione cieca, incapace di interrogarsi sui fini, che stava capovolgendo il rapporto tra scienza e tecnica, trasformandosi in un vero "assoluto terrestre". 
Oggi, a distanza di tanti anni, siamo ormai agli esiti estremi di quel processo: l'"eclisse della ragione" è soltanto l'ingrediente fondamentale di una miscela pervasiva fatta di speculazione finanziaria, di globalizzazione selvaggia, di apparati mediatici, di retorica dell'innovazione, che hanno avallato la nascita di poteri invisibili fioriti (si fa per dire) all'ombra della crisi della politica. Il lato seducente - e per molti versi giustificabile - di tale miscela lo conosciamo bene: arricchimento facile, mobilità sconfinata, risultati immediati, informazione a portata di mano… Oltre questi scopi, il Sistema lascia intravedere astutamente la Grande Promessa: quella di un'autonomia senza limiti, capace di vincere le barriere dello spazio e del tempo. Il mito virtuale della simultaneità va esattamente in questa direzione: tutto e subito, qui e adesso, con chi voglio io, senza transigere… 
La politica si è accorta tardi di questo micidiale dispositivo del desiderio, prodotto e gestito dal mercato, ma da quando sta cercando di correre ai ripari il risultato è veramente disastroso. Consiste nell'aggiungere alla Grande Promessa una Grande Illusione: possiamo lucrare sui benefici della complessità semplicemente illudendoci di coglierne i frutti e scappare. La crescita del mito dell'uomo forte in politica (Putin, Trump e non solo…) sembrerebbe andare proprio in questa direzione: la potenza mondiale degli Stati Uniti non si esercita più accreditandosi sulla scena internazionale con la retorica dei diritti e della democrazia, ma mostrando che, dopo aver spremuto i paesi più poveri, ora possiamo buttarli via, perché non ne abbiamo più bisogno. Dire che il potere torna al popolo, scegliendo una classe dirigente di magnati e nababbi, ha un senso se si promette che è possibile ripudiare un professionismo della politica ormai asfittico e insignificante, tornando alle “cose che contano”: frontiere sicure, società compatta, crescita economica senza freni. I limiti esterni a noi sono solo bufale: l'equilibrio climatico, gli organismi internazionali a difesa della pace, la povertà, l'immigrazione sarebbero i fantasmi agitati dalla vecchia politica per continuare a legittimare se stessa.
La fuga dalla complessità sembra oggi diventare, nello stesso tempo, la Grande Promessa e la Grande Illusione. In realtà, si tratta di fuga da un mondo che noi stessi abbiamo creato, corteggiato e pompato all'inverosimile. Siamo ormai cresciuti nel culto di una autonomia diventata la nostra gabbia e la nostra vera schiavitù. Oggi tutto è estremo, non solo lo sport. Nel pubblico e nel privato: abbiamo trasformato persino il tempo libero in un consumo sfrenato di emozioni, che pretendiamo assolute ma assolutamente senza rischi (magari nei luoghi più fragili e precari, persino a ridosso di una montagna…); vogliamo consumare con voracità compulsiva la nostra vita sessuale, ma senza farci male quando una relazione su cui non abbiamo investito si sfascia; vogliamo stare insieme solo con chi è simile a noi (e persino gli algoritmi di Google promettono di farci trovare solo i dati che ci piacciono…), ma senza mai sentirci soli; vogliamo che la società funzioni, appaltandola a qualche grande mistificatore, ma senza la fatica della corresponsabilità e della partecipazione.
Insomma, vogliamo cogliere i frutti più succosi della complessità, ma senza i suoi effetti collaterali. Vogliamo e insieme non vogliamo il mondo che noi stessi abbiamo lasciato crescere attorno, e soprattutto dentro di noi. E quando qualcuno ci assicura che può fare facilmente per noi questo lavoro sporco di disinfestazione, ci sentiamo sollevati. 
Tutto sarebbe facile in un mondo in bianco e nero, dove non c'è nemmeno il grigio. Il problema è che questo mondo non esiste: noi abbiamo mescolato i colori, negando alla radice persino ogni divario fra bene e male, e ora vorremmo che qualcuno applicasse a posto nostro una differenza fra buoni e cattivi che non siamo nemmeno più capaci di riconoscere.
Come afferma Horkheimer, «la macchina ha gettato a terra il conducente, e corre cieca nello spazio». Forse, al punto in cui siamo, abbiamo anzitutto bisogno di essere liberati dalla nostra spavalderia, ma solo un altro - totalmente Altro – può rendere grande la nostra paura e trasformarla in coraggio.

venerdì 6 gennaio 2017

Sillabario del tempo

«Quando il vento spazzava gli ultimi acquosi nevischi invernali, succedeva che, non si sa in quale giorno e per quanti, una luce cangiante s'impadronisse del paesaggio. Allora di mattina le case spiombavano, come fossero appena nate, in volumi nitidi e intatti di argille e intonaci rosati; alberi e cespugli inverdivano in grembi di intenso lucore e le ombre si disegnavano sulla terra come sostanze esatte per appoggiare ogni cosa che il giorno lasciasse apparire. Ma l'aria era fredda e la luce poteva a tratti tremare o ritrarsi, per una nuvola di passaggio (oppure semplicemente fuggire). Ma sempre in sassi distinti si scopriva la ghiaia delle strade.
Era quello il tempo instabile di febbraio e conteneva l'odore delle frittelle di carnevale» (p. 57).
Con Guglielmina Rogante, autrice del libro da cui è tratto questo testo, abbiamo attraversato insieme alcune delle esperienze che segnano indelebilmente i primi anni di vita: lei era nata nel mio stesso paese, ma a un tiro di schioppo dal minuscolo centro abitato in cui io sono nato e cresciuto, quanto bastasse per farla sentire in campagna, e per introiettare luci e odori, sogni e paure dell'infanzia, in una confidenza intima con quell'universo agricolo duro e palpitante, che per noi "paesani" era soltanto l'occasione di immersioni episodiche e inconsuete. Dopo la frequenza dello stesso liceo, a Fermo, da pendolari, le nostre strade si sono momentaneamente separate, prima di tornare, oggi, a incrociarsi nuovamente. L'insegnamento a Milano e la collaborazione con un centro di ricerca dell'Università cattolica su "Letteratura e cultura dell'Italia unita" consente a Guglielmina Rogante di frequentare la poesia contemporanea con la leggerezza premurosa con cui si custodiscono i veri tesori. Nello stesso tempo, il matrimonio con Giorgio, originario di Modica, arricchisce il repertorio dei suoi paesaggi dell'anima con uno degli angoli più intensi della Sicilia, in una triangolazione affettiva e simbolica di cui si dà conto nel libro.
Interrompendo momentaneamente i suoi studi critici, Guglielmina Rogante ci dona un piccolo libro, in cui l'alfabeto della memoria si traduce in storie affascinanti di paesaggi e di cibi, restituite con la freschezza di occhi bambini, ma rese adulte da un intreccio originalissimo di gustosa sapienza culinaria e di raffinati rimandi letterari. Come nel testo appena citato, dove il fascino di uno scenario sospeso tra inverno e primavera offre un elegante preludio alle… frittelle di carnevale!
Il libro è ricco di sorprese di questo genere: le croci nei campi di grano, il gioco dei bottoni, uno scavo nei pressi della sua casa colonica che porta alla luce un importante cimitero dei Piceni…
Quando la memoria dei luoghi cede il passo alla memoria dei tempi, allora l'avvicendarsi delle stagioni è descritto e quasi scandito dai piatti semplici e insieme strepitosi della cucina contadina: la peperata, il maiale, il baccalà, la zuppa di uova e pomodori portano in tavola il sillabario dei cibi autunnali e invernali, mentre quello dei cibi primaverili ed estivi parla di "erbe trovate" (come seguendo piste in biblioteca), di carciofi ripieni, di tajolini dell'estate…
Un paesaggio della memoria non disincarnato e astratto, ma evocato con gusto appassionato e insieme con il rammarico lieve - mai troppo amaro - per un mondo scomparso. Come quando si ricorda di donne che «stavano dal mattino alla sera a lavare e sbiancare i rotoli di tela di canapa tessuti in inverno. Curavano le tele bagnandole e ribagnandole, via via che il sole le asciugava sui greti sassosi. Stavano al fiume tutto il giorno. D'estate, mente nei campi maturavano nuovi fusti di canapa e i primi fasci raccolti maceravano nelle vasche, il greto del Tenna albeggiava di teli».
O  quando si racconta di un'apparizione della Madonna: «Pare ancora di sentire mormorare nei crepuscoli di novembre "È passata… È passata" e si vorrebbe che nell'anima del mondo passasse ancora una speranza. Invece nella luce permanente del nostro giorno globale che non abbisogna di madonne azzurrovestite esplodono urla omicide e gemiti stanchi» (p. 85)

G. Rogante, Sillabario del tempo. Storie di paesaggi e di cibi, Il lavoro editoriale, Ancona 2016, pp. 110, € 15.