sabato 20 gennaio 2018

Quando la PACE si dice in molti sensi: attualità di AGOSTINO


L’11 settembre del mondo antico

Alarico, re dei Visigoti, era giunto alle porte di Roma nel novembre del 408. Per due anni la pressione sulla città era stata estenuante. L’imperatore Onorio, sicuro nel suo rifugio di Ravenna, poteva permettersi di negare concessioni politiche, ma la simbologia del potere e soprattutto la vera ricchezza erano ancora concentrate a Roma. Inizialmente il Senato cercò di tacitare gli appetiti di Alarico con un contributo enorme, superiore persino alle spese, già inimmaginabili, destinate ai ludi circensi. Inutilmente: il 24 agosto del 410 le truppe di Alarico entrarono a Roma, scatenandosi in un saccheggio inesorabile. «Tre giorni dopo, quando i barbari lasciarono Roma – scrive Brown –, le statue dorate del Foro erano scomparse ed enormi carichi di piastre d’oro e d’argento erano stati portati via dalla città. Fra le tante altre ricchezze, il loro bottino comprendeva anche la grande cupola d’argento posta da Costantino sulla vasca battesimale adiacente alla basilica Lateranense, pesante da sola una tonnellata di argento massiccio».
In realtà, in quegli anni le ricchezze di Roma erano paradossalmente minacciate da due pericoli opposti, la cui connessione avrebbe avuto effetti devastanti: oltre ai barbari che volevano impadronirsene, c’erano anche i romani convertiti al cristianesimo che volevano disfarsene. Piniano e Melania la Giovane, ad esempio, entrambi appartenenti a famiglie molto facoltose, si erano sposati con il proponimento di dedicarsi a una vita ascetica; la rapida cessione di tutte le loro immense proprietà causò gravi contraccolpi sulla forza lavoro in agricoltura, mentre gli schiavi, che si sentirono pericolosamente abbandonati a loro stessi, entrarono in rivolta. I due eventi alla fine si ricongiunsero, come ci ricorda ancora Brown: «nel 409, una folla di schiavi abbandonò Roma per unirsi all’esercito di Alarico in avvicinamento. Quegli stessi schiavi, tra l’altro, potevano anche essere dei barbari ridotti in schiavitù come prigionieri di guerra, e molti di loro erano Goti, che non tardarono a mettersi sulla “strada della libertà” che portava all’accampamento dei loro connazionali».
In seguito al saccheggio di Roma, gran parte dell’aristocrazia romana si rifugiò in Africa, soprattutto a Cartagine, non solo perché il mare rappresentava una difesa sicura dalle scorribande dei barbari, ma anche perché i loro latifondi più produttivi erano proprio là, in particolare sull’altopiano della Numidia. Gli stessi Piniano e Melania, insieme a sua madre Albina, avevano intrapreso un lungo viaggio che li avrebbe portati in Africa, prima di approdare finalmente a Gerusalemme, nel 417, dove desideravano rivivere il fervore eroico e la povertà assoluta della prima comunità apostolica, ripetendo l’esperienza che era stata di Melania l’Anziana, madre di Albina.
I due episodi – il sacco di Roma e la scelta di povertà radicale dei cristiani convertiti – hanno indubbiamente una rilevanza diversa, soprattutto sotto il profilo politico, ma non se ne deve sottovalutare l’intreccio né l’eco che arriva direttamente al vescovo di Ippona. Cartagine era ormai una città di esuli romani, una sorta di seconda Roma in esilio, dove per un verso la cerchia più aristocratica intendeva recuperare autonomamente quel senso di innata nobiltà che un imperatore ormai troppo lontano non poteva riconoscere e un rozzo devastatore della città eterna non poteva estorcere.
[…]
Il disastro del saccheggio di Roma provoca un fortissimo shock, culturale prima ancora che politico, trasmesso e amplificato ai confini dell’impero, soprattutto in Africa, dalle famiglie benestanti che avevano abbandonato la città, preferendo l’esilio all’insicurezza. Alcuni sermoni, verosimilmente pronunciati dinanzi a profughi romani, curiosi di conoscere l’Autore ormai famoso delle Confessioni, ne offrono una testimonianza eloquente: «Roma è forse qualcosa di diverso dai Romani? Non si tratta di pietre o travi, di isolati altissimi e mura grandiose. Ciò era stato fatto in modo che un giorno sarebbe andato in rovina. L'uomo, quando costruisce, pone pietra su pietra; l'uomo, quando distrugge, rimuove una pietra dopo l'altra. L'uomo lo ha fatto, l'uomo lo ha distrutto. Dire che Roma cade è forse un’ingiuria?». Parole giudicate come eccessivamente severe, al punto che il vescovo ne viene a conoscenza, tornando a parlarne nel sermone per la festa dei santi Pietro e Paolo, del 29 giugno 411: «”
Non ci venga a parlare di Roma”, è stato detto a proposito di me: ”Oh se tacesse riguardo a Roma!”, come se io fossi qui a far della polemica e non piuttosto a pregare il Signore e, sia pure indegnamente, a esortarvi». E non manca il sarcasmo contro l’impotenza degli dèi pagani, che anticipa pagine famose del De civitate Dei: «In qual modo allora avrebbero potuto custodire le vostre case dal momento che non furono in grado di conservare le proprie statue?».
In una certa misura, siamo dinanzi a un evento che può considerarsi come una sorta di “11 settembre” del mondo tardoantico: il caput mundi, baluardo del potere politico e della civiltà giuridica, ritenuto inespugnabile, viene violato e umiliato da “barbari”, nel senso originario del termine: persone che parlano una lingua rozza e primitiva, che non conoscono e non rispettano la legge, che sovvertono i fondamenti della convivenza civile. I “poteri forti”, che ancora resistevano a Roma, cinicamente abituati a scaricare fuori di sé conflitti, tensioni e ingiustizie, come forme di instabilità sociale tipiche di popoli e culture “inferiori”, o addirittura da strumentalizzare per le proprie mire imperialistiche, in ossequio al principio divide et impera, si accorgono che il mondo di colpo era cambiato. E come di solito accade quando mancano le categorie storiche per interpretare la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, monta una reazione sociale in cui la rabbia prende il posto della ragione.

[tratto dall’Introduzione: Quando la pace si dice in molti sensi]


Sommario

Luigi Alici, Quando la pace si dice in molti sensi                                                     5

1. L’11 settembre del mondo antico, 5 - 2. La città di Dio: un’idea che viene da lontano, 15 - 3. «Magnum opus et arduum», 32 - 4. Il libro XIX, 42 - 5. Il messaggio di Agostino, 55 - 5.1. Fede e ricerca, 56 - 5.2. L’essere e il bene, 60 - 5.3. Concordia e vita sociale, 67 - 5.4. Giustizia e amore, 78 - 5.5. La “doppia cittadinanza” del cristiano, 99

Bibliografia                                                                                                                    111
Avvertenza                                                                                                                     120

Agostino, La città di Dio, Libro XIX


I. Il sommo bene: la ricerca dei filosofi in un mondo fragile                            123 
1.1. Il sommo bene e il sommo male, 123 - 1.2. La mappa elaborata da Varrone, 125 - 1.3. Le preferenze di Varrone, 130 - 2. La riduzione a tre scuole filosofiche, 133 - 3.1. Il sommo bene nell’uomo, 135 - 3.2. Vita umana e vita sociale, 138 - 4.1. Sommo bene e vita eterna, 139 - 4.2. Fragilità del bene nella vita mortale, 140 - 4.3. La virtù della temperanza, 142 - 4.4. Le virtù della prudenza, della giustizia e della fortezza, 144 - 4.5. I filosofi e l’infelicità della vita, 147 - 5. Conflittualità nella casa, 150 - 6. Fallibilità della giustizia nella città, 153 - 7. Un mondo diviso dalle lingue e dalle guerre, 156 - 8. Fragilità dell’amicizia, 159 - 9. Amicizia degli angeli o inganno dei demoni?, 161

II. L’ordine della pace: nella creazione 
e nella storia umana                           163

10. La pace nella vita mortale, 163 - 11. La pace nella vita eterna, 164 - 12.1. La pace come aspirazione universale, 166 - 12.2. La pace iniqua dei malvagi, 168 - 12.3. La pace relativa dei corpi, 171 - 13.1. La pace come tranquillità dell’ordine, 173 - 13.2. La natura e il bene, 175 - 14. L’amore della pace, 178 - 15. Schiavitù e peccato, 181 - 16. La pace nella casa, 184 - 17. La pace terrena e le due città, 186 - 18. Le certezze della città di Dio, 190 - 19. Tra otium e negotium, 191 - 20. La pace eterna e perfetta, 194

III. Amore e giustizia: la concordia nella comunità politica e il compimento 
della pace                                                                                                                        195

21.1. La “cosa pubblica” secondo Cicerone, 195 - 21.2. La “cosa pubblica” tra giustizia e ingiustizia, 196 - 22. L’unico, vero Dio, 199 - 23.1. Porfirio: l’oltraggio di Apollo a Cristo, 200 - 23.2. Porfirio: l’oltraggio di Ecate ai cristiani, 202 - 23.3. Un attacco inaccettabile alla fede cristiana, 204 - 23.4. Assurdità del politeismo, 206 - 23. 5. Il vero sacrificio, 208 - 24. La “cosa pubblica” e il primato della concordia, 211 - 25. Vere virtù e vera religione, 212 - 26. La pace comune alle due città, 213 - 27. Pace e beatitudine come sommo bene, 214 - 28. Conflittualità e infelicità come sommo male, 217
Indice dei nomi                                                                                                           219
Indice dei concetti                                                                                                      225 


Agostino, Il libro della pace. La città di Dio, XIX,
a cura di Luigi Alici,
ELS La Scuola, Brescia 2018,
pp. 234, € 17.

lunedì 15 gennaio 2018

I CONFLITTI di VALORE nello spazio PUBBLICO


Con questo volume, che raccoglie i risultati del VII “Colloquio di etica” (Macerata, 19-20 ottobre 2016), il quadro delle questioni affrontate e discusse nei Colloqui precedenti si amplia ulteriormente. Dopo una prima fase, dominata da temi di etica della cura, l’attenzione si è andata progressivamente spostando dalla sfera dei “rapporti corti” a quella dei “rapporti lunghi”, dove le forme dell’abitare e la cura dei conflitti disegnano nuovi e complessi scenari problematici. In tale ampliamento di prospettiva, questo libro intende misurarsi con almeno due paradossi, che oggi sembrano pesare sul presente e sul futuro della convivenza: da un lato, il paradosso dei valori, per un verso intesi come orizzonti di senso alti e moralmente vincolanti, grazie ai quali si plasma il vissuto personale e collettivo (per questo invocati come fonte di ethos condiviso e argine alla logica del più forte), per altro verso ritenuti addirittura un ostacolo sulla via di una coesistenza pacifica; da un altro lato, il paradosso dello spazio pubblico, tradizionalmente considerato come il crocevia aperto e inclusivo in cui prossimità e distanza, “rapporti corti” e “rapporti lunghi” possono trovare un punto di equilibrio nel riconoscimento di un bene che accomuna, e oggi al contrario sospettato di essere ormai un incubatore di conflitti insanabili.

Tali conflitti sono per molti versi una variabile fisiologica nelle crisi congiunturali delle moderne società democratiche, ma possono di fatto degenerare, trasformandosi nell’anticamera di una ostilità dilagante e persino cavalcata da poteri più o meno invisibili, se l’etica pubblica si dichiara per principio incapace di riconoscerli, giudicarli e ordinarli, e se la politica rinuncia a governarli di conseguenza. Il dibattito intorno alla nozione di “spazio pubblico” viene da lontano e nasce da domande che hanno trovato nel pensiero moderno spesso risposte solo parziali e ambivalenti; l’epoca contemporanea si trova a dover gestire tali risposte in molti casi come una eredità ingombrante e tuttavia ineludibile. Molte questioni intorno alla genesi, alla natura, alla “tenuta” civile e istituzionale del “pubblico” si addensano, in effetti, proprio intorno al punto di d’intersezione fra il perimetro del privato e quello del pubblico…



INDICE

Luigi Alici, Invito alla lettura


I. Valori e conflitti

P. Bojanic, Violenza e convivenza. Atti sociali, atti non-sociali (nichtsoziale Akte), azioni negative e a-sociali
G. Fraisse,
Genealogia dell’emancipazione
L. Eusebi,  La colpa e la pena: ripensare la giustizia
F. Falappa, Conflitto e dialogo tra le culture del mondo: una riflessione a partire  da Karl Jaspers
S. Pierosara,
Sfera privata e autonomia personale: valori assoluti o relativi?
P. Monti, Conflitti morali ed etica della riconciliazione: fra deliberazione e danno


II. Prossimità e comunità

F. Botturi, Globalizzazione e istanza di comunità
F. Stoppa, La funzione civile delle istituzioni nella rigenerazione dello spazio pubblico
S. Veluti, An-arché. Note sull’origine plurale dell’agire nel pensiero di R. Schürmann
S. Grigoletto,
Spunti per il superamento del conflitto di valori a partire dal concetto di prossimità
F. Porcheddu, Ripensare il confine. Passando per Nancy



Luigi Alici (a cura di), I conflitti di valore nello spazio pubblico. Tra prossimità e distanza, Aracne, Roma 2017, pp. 161, € 15.

martedì 9 gennaio 2018

Il SENSO, questo sconosciuto

A volte basta davvero un nonnulla: un episodio minimo, insignificante, che si avvicina alla scala dell'infinitamente piccolo, più che a quella dell'infinitamente grande. 
Una banale influenza (quest'anno, non tanto banale…), che scombussola l'agenda, impone il blackout del telefono, ti toglie non solo la voglia di parlare, ma anche quella di ascoltare e di vedere. E ritrovi di colpo silenzi antichi, rintocchi lontani, sonorità elementari e impensate che la campagna ti restituisce nella loro innocenza verginale e dimenticata.
Oppure una festa, una ricorrenza, una scadenza di calendario, che deve il suo valore alla potenza simbolica celata nella linea di frontiera che custodisce: uno spartiacque intenso e promettente tra passato e futuro, che merita di essere celebrato, festeggiato rumorosamente come una ritualità collettiva, alla quale nessuno deve sottrarsi. Poi ti capita di attraversare l'ultimo dell'anno accanto a una persona ammalata, e di colpo tutto, ma proprio tutto ti appare come una finzione volgare e insopportabile: lo spumante i botti il panorama notturno che si accende di fuochi fatui - sonorità grossolane ed effimere - prima di reimmergersi nella quiete gelida e silente di pochi minuti prima.
Oppure basta una foto - una foto gualcita, nemmeno troppo curata - di una chiesa semidistrutta, dal terremoto o dal peso degli anni. Dentro quelle rovine non s'indovina più lo spazio integro e protetto di un tempo; vi domina l'abbandono desolato a un silenzio innaturale, che non è più il suo silenzio, e cogli di colpo la differenza fra il silenzio pieno e quello vuoto. Una chiesa che non è più una chiesa: troppo falsa per essere vera, troppo spenta per essere viva, troppo chiusa per essere aperta…
Che cosa scopri in questi rari momenti di grazia? Scopri all'improvviso, come per una illuminazione immeritata e benedetta, il grande buco nero che cerchiamo disperatamente di occultare con l'attivismo folcloristico del nulla, di cui trasudano i nostri giorni affannati. 
Il SENSO: il senso del vivere e del morire, del gioire e del piangere, del bello e del buono, dell'amore e della misericordia; il senso dell'intero e delle parti, del filo d'erba e delle galassie, dei parlamenti e degli ospedali, del lavoro e del tempo libero; il senso di me stesso e degli altri, dei simpatici e degli insopportabili, dei sani e dei malati, dei poveri e dei ricchi… 
A malapena riusciamo a conoscere, a trattenere e a comunicare il significato di qualcosa, ma ci è sempre più difficile intravedere un riflesso, un barlume, un riverbero appena accennato, di ciò che dà SENSO a ogni significato!
E allora ti viene voglia di parlare di meno e di ascoltare di più. 
Di fermarti, di contemplare, di adorare. 
Di metterti sulle tracce di quel filone d'oro che può farti veramente ricco, lasciandoti beatamente povero. 
La linea di frontiera che separa l'essenziale dal superfluo, il discreto dall'invadente, lo stupore dall'ovvio comincia ad annunciare il suo vero profilo, così familiare eppure così dimenticato. 
Il resto diventa insopportabilmente ridicolo, oscenamente assurdo. 
Forse un anno veramente nuovo potrebbe cominciare solo così.

sabato 23 dicembre 2017

La vigilia facevamo il presepio…

“Copriti bene, questa scatola ti basta, ogni anno avanza, avanza sempre”. La raccolta del muschio era il primo atto dell’antivigilia di Natale. Sul tavolo di cucina troneggiava un mucchietto rinsecchito di fichi, insieme a zucchero, cacao e altri ingredienti, mentre noi si andava per muschio. Le amicizie erano sospese, ognuno aveva i suoi posti segreti; arrivare in qualche greto umido e inselvatichito, scansare le foglie secche e trovare la terra smossa e messa a nudo, come un corpo spellato, era lo smacco peggiore. “Qui sono già arrivati, proviamo più avanti. Non dovevamo dirglielo, di questo posto”.

Aspetta, aspetta un attimo… Mi senti? MI SENTI? Ecco, sì, ma perché quando ti chiamo io non si sente mai? Guarda prima di finire il giro lo so che hai tanto da fare io sono già sfinita dicevo c'è da comprare il muschio stasera la donna si ferma un'ora e fa questo benedetto presepe all'albero ci penso io. Quanto muschio? Non lo so quanto prendine un po' fa' presto che qui abbiamo la casa sottosopra scusa ricordati il regalo per mia sorella un bel regalo quello che ti pare uffa come sarebbe dire anche mia sorella l'anno scorso abbiamo fatto una figura da cani sì ciao ciao.
Queste luci non funzionano, cinesi di merda… Pronto ancora io prendi anche un po' di luci che queste non funzionano prendine due o tre oggi non mi sono fermata mai non ne posso più che palle natale.

La vigilia facevamo il presepio, un grande presepio. In soffitta avevamo un tavolo sgangherato, a cui ogni anno aggiungevo un pezzo di compensato. L'inizio era chiassoso, materiale: dovevamo spostare il tavolo, scendere le due cassette con i pupazzetti, le case, la carta stellata. Qualche martellata energica era come un suono di campane a festa; anche per i vicini: hanno cominciato a fare il presepio! Poi, poco a poco, il lavoro si faceva più silenzioso e raffinato: le montagne di carta, qualche lucetta, poi il muschio. L'odore pungente annunciava che il lavoro era a buon punto… Quando facevamo le strade, tutto prendeva vita: un reticolo bianco, sottile e tortuoso come una ragnatela magica. Infine i pastori, di anno in anno sempre più scrostati e irriconoscibili; qualche casetta di cartone, tante pecorelle sparse e qualche animale improbabile, come un orso a tre zampe che ringhiava dietro una montagnetta minuscola. All'ultimo atto, mia madre chiedeva sempre di assistere: "Quando metti il Bambinello, chiamami". Arrivava strofinando le mani bagnate nel grembiule… "Bellissimo! Diciamo un'avemaria, ché poi andiamo al forno a ritirare la frittella".

Il pesce quest'anno non è un granché, però la donna è proprio brava, nessuno sa cucinare come lei. Ti piace la mia collana? Me l'ha regalata mio marito, niente di che. Ieri sono stata al nuovo centro commerciale, l'hai visto? Mah, le solite stronzate. Dài, dimmi che cosa ti ha regalato il tuo compagno. No, domani siamo soli, mia padre è là, si lamenta sempre, ma che dobbiamo fare? In questo casino, per lui stare qui sarebbe stato molto peggio. I ragazzi sono già a sciare, partiti da tre o quattro giorni, sinceramente non ricordo dove. Noi non possiamo sempre star lì a inseguirli. Dovremmo sentirci domani per gli auguri. Poi chiamo mio padre e a Santo Stefano saremo finalmente anche noi fuori. Non ne posso più.

La messa di mezzanotte era un'emozione, soprattutto se ci scappava qualche fiocco di neve. Mia madre ci imbacuccava come baccalà e io in chiesa mi addormentavo sempre, finché le note stridule dell'organo mi facevano svegliare di soprassalto… Scusa, il telefono.
"Pronto, finalmente! Sto con il mio amico, stavo raccontando di quando facevo il presepio. Eh, sempre le stesse cose, ma forse per lui non sono nuove. I ragazzi? Come, non sai dove stanno? Tu passi stasera? Non ce la fai? No, non preoccuparti. Vai vai. Ciao. Buon Natale".
No, non riesce a passare. Poverina, bisogna capirla. Dov'era arrivato? No, non ho più voglia, racconta tu.

L'albero, sempre lo stesso, divideva quello stanzone a metà, tra refettorio e soggiorno. Ma avevo quasi l'impressione che le luci, ogni volta che si accendevano, avessero sempre più fretta di spegnersi. Poi arrivò lei, con il suo solito passo, energico e rumoroso: "Su, ragazzi, accendiamo la televisione, oggi devo andare a casa un po' prima".

lunedì 18 dicembre 2017

Il biotestamento, tra legge scritta e legge non scritta

(Joerg Breu il Vecchio, Il suicidio di Lucrezia, 1475)
Il pensiero antico, e la tragedia greca in modo particolare, ci hanno segnalato una tensione drammatica - in un certo senso doppia - tra la vita e la legge: a un primo livello, ci scontriamo con la difficoltà di conciliare bios e nomos, l'immediatezza spontanea del vivere e la severa codificazione della norma; a un secondo livello, una nuova problematicità investe il rapporto tra la "legge scritta", a volte pura esibizione di potere del più forte, e la "legge non scritta", esemplificata dalla figura di Antigone che sceglie di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte.
Questo doppio ordine di questioni appare strettamente intrecciato nel caso del disegno di legge sul biotestamento, appena approvato dal Senato. Su questo testo il mondo cattolico ha espresso valutazioni molto diverse: agli estremi collocherei i toni, forse eccessivamente trionfalistici, di Mario Marazziti  e quelli, forse eccessivamente severi, di qualche vescovo.  
Secondo due illustri filosofi del diritto, come Giampaolo Azzoni e Paolo Becchi, questa legge è inutile e pericolosa, mentre "Aggiornamenti sociali", la rivista dei Gesuiti diretta da p. Giacomo Costa, ha pubblicato un documento, redatto da una équipe molto qualificata di esperti, dai toni prudentemente ma sostanzialmente positivi. Anche se suscettibile di miglioramenti - questa la tesi di fondo -, l'approvazione di tale legge può considerarsi tutto sommato un passo avanti.
Chi spara a zero sulla legge, aggiungerei, dimentica il contesto storico nel quale oggi viviamo, segnato da un accentuato pluralismo culturale e da una debolezza del quadro politico che, probabilmente, non avrebbe consentito di fare di più: è il caso classico delle leggi imperfette, studiate fra l'altro in un bel volume apparso di recente e curato da Luciano Eusebi (Il problema delle «leggi imperfette». Etica della partecipazione all'attività legislativa in democrazia, Morcelliana, Brescia 2017).
Pur condividendo sostanzialmente il tono dialogico del documento elaborato da "Aggiornamenti sociali" e senza entrare nel merito delle tecnicalità della legge, restano tuttavia, a mio giudizio, alcune riserve profonde, che personalmente mi sento di esprimere, in sintonia con la valutazione espressa dall'Azione Cattolica, secondo la quale questa legge è "destinata a creare più problemi di quelli che vorrebbe, in maniera troppo meccanicistica per un ambito in cui i confini sono così labili, tentare di affrontare".
Sono molto vicino al post, intenso e e profondo, di Costanza Miriano, che mette in guardia sulla illusione di poter spingere troppo avanti la pretesa di legiferare e coerentemente si augura che nemmeno la Chiesa scenda sul terreno della casistica spicciola, continuando invece "ad annunciare, prima di tutto, con forza, fino a sgolarsi, che il mistero di ogni vita sofferente è una grazia, un aiuto per continuare a tenere gli occhi fissi sul Mistero".
In questo contesto, vorrei riassumere le mie perplessità collocandole dentro un criterio di ordine generale: ci sono casi di "penombra", agli estremi più complessi e sfumati del vivere e del morire, in cui la responsabilità della coscienza non può essere sostituita dalla luce artificiale del diritto, e non è detto che l'intervento del legislatore sia sempre preferibile a quello del giudice. 
A volte, quando il mito dell'individuo "solo al comando" entra in crisi, in presenza di dilemmi di difficile soluzione, non è vero che l'appello alla legge sia l'unica via d'uscita; possono esserci altre vie, meno impersonali e più affidabili: ad esempio, la via della "cellula del buon consiglio" (P. Ricoeur), fatta di una équipe di aiuto (familiari, medici, personale paramedico, esperti…), che traduce la difficoltà della scelta in esercizio di responsabilità condivisa. L'accanimento normativo sembra essere invece il "deus ex machina" cui appellarsi per risolvere i problemi insuperabili generati dall'individualismo libertario, in una sorta di paradossale e involontaria alleanza.
Per questo, è molto importante valutare sempre una legge all'interno del contesto culturale più ampio di cui essa è espressione. Non si può giudicare il volume di una massa ghiacciata dalla punta dell'iceberg. Una preoccupazione presente anche nell'editoriale di Marco Olivetti, su Avvenire del 18 dicembre.
Se, in altri termini, la legge è espressione di una cultura che assolutizza il principio di autonomia e rifiuta il principio di reciprocità (sul quale si fonda ogni etica della cura degna di questo nome), la sua gestione ordinaria e la sua ermeneutica giurisprudenziale saranno costantemente esposte al pericolo di forzature univoche.
Provo a fare qualche esempio. 
Anzitutto, secondo la legge, nutrizione e idratazione artificiali (NIA) sono inclusi fra i trattamenti che possono essere legittimamente rifiutati: ci sono probabilmente dei casi in cui questi trattamenti, per la complessità della somministrazione, sono equiparabili a interventi medici, che come tali possono essere più o meno proporzionati. Ma se questi casi estremi venissero di fatto assolutizzati nella vulgata corrente, fino a considerare i nutrienti fondamentali come un farmaco, si assisterebbe a una mistificazione inaccettabile. "Imboccare" un malato non è una terapia, e ovviamente non può produrre la remissione di una patologia.
In secondo luogo, se il principio di autonomia venisse usato come una assolutizzazione strisciante dei desideri del paziente, verrebbe meno l'autonomia all'altro capo della relazione di cura: l'autonomia del medico o dei familiari, di fatto soggetti a un ricatto affettivo da parte del paziente. È vero che la legge vorrebbe evitare questa situazione; ma non è meno vero che la volontà del malato non può autorizzare la strumentalizzazione del medico né la sua riduzione a semplice "protesi funzionale" del malato stesso. Poi non ci lamentiamo della disumanizzazione del rapporto medico-paziente!
Infine, c'è un grande nemico che è sempre in agguato in ogni legge, e che diventa potentissimo quando la tensione morale si allenta e la cultura dominante mostra il suo vero volto, fatto di fretta e di opportunismo: questo nemico si chiama routine. Ho visto personalmente far firmare il consenso informato (altra conquista bioetica importante) a pazienti che entrano in ospedale, presentandolo come un semplice adempimento burocratico che serve per il ricovero! Persino la legge italiana sull'aborto, che prevede una serie di cautele e di passaggi molto precisi, volti a verificare attentamente volontà e condizioni della donna, è di fatto ridotta a una sorta di passacarte spiccio e negligente. Anche in questo caso si può rispettare la forma delle legge (solo perché tutte le firme sono nelle caselle giuste) ma non il suo spirito né la sua sostanza.
Perciò, anche dinanzi a questo passaggio delicato, dobbiamo chiederci,
onestamente e senza ipocrisia, che cosa vogliamo davvero, e quale sia la "legge non scritta" che resta nascosta dietro alla "legge scritta": vogliamo ritrovare un rapporto vero con la misura fragile e preziosa della nostra vita, oppure vogliamo un altro cassetto dove stipare pezzi di carta che autorizzino una morte in solitudine, in una società alienata e impersonale, che non riesce a immaginare un morire diverso da come immagina il vivere?

sabato 25 novembre 2017

IL SESSO TRA LIBERTA' E DIPENDENZA

Oggi, 25 novembre, è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, vertice di una grande mobilitazione dell'opinione pubblica, che sta coinvolgendo un numero sempre più alto di associazioni, istituzioni e singole persone. I dati offerti in Italia dall'Istat e dal Ministero dell Giustizia sono impressionanti. Basterebbe dire che negli ultimi 5 anni si sono verificati 774 casi di omicidio di donne, con una media di 150 l'anno: ogni due giorni circa in Italia viene uccisa una donna. Le donne che nel corso della loro vita hanno subito una qualche forma di violenza sfiorano i 7 milioni!
È giusto - più che giusto, doveroso - farsi carico di questo volume intollerable di violenza, che si annida a volte nei luoghi più ordinari della vita quotidiana. L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è "usare" la violenza per condurre una battaglia corporativa, fatta di distinguo, di donne che provocano, di ritardi nelle denunce e via discorrendo. Molto semplicemente il problema riguarda tutti: donne e uomini, giovani e vecchi, ricchi e poveri, istituzioni e privati cittadini…
Una considerazione simile dovrebbe farsi per la piaga della pedofilia, della tratta, della prostituzione; persino - e forse ancora di più, perché il fenomeno ci appare più tollerabile - di quelle forme di sessualità subìta, patita, banalizzata, mercificata… In questo campo le vittime e i carnefici possono essere ovunque e deve essere l'intero corpo sociale che deve farsene carico, anche se non ci sono testimonial più o meno famosi/e a guidare la protesta.
Allagare lo spettro dell'attenzione non è però semplicemente una questione sociologica: la ricerca in tutte le direzioni delle vittime di violenza sessuale, oltre stereotipi e luoghi comuni,  è solo un primo passo, necessario e insufficiente. 
Il secondo passo comporta una riflessione ancor più radicale sul nostro rapporto con la sessualità (intendendo ovviamente con sessualità una dimensione personale e relazionale ben più estesa e profonda della semplice genitalità…). Appartiene alla nostra cultura la pretesa (l'illusione?) di aver "sdoganato" la sessualità, liberandola da una serie di pregiudizi sociali, educativi e religiosi che vi hanno sempre visto un luogo di perdizione o di sottomissione (nel peggiore dei casi) o semplicemente (nel migliore) una sorta di pedaggio più o meno piacevole da pagare ai fini della riproduzione.
Il '68 ha segnato uno spartiacque importante in proposito; prima ancora, per i credenti, lo è stato il Concilio. La bandiera della libertà, da allora, ha potuto sventolare anche nella vita privata, non solo nella sfera pubblica. Se è vero che la sessualità è il linguaggio dell'amore umano, con tutto il suo repertorio fragile ed esigente di fedeltà, di rispetto, di tenerezza, di affidamento reciproco, dobbiamo ammettere che l'obiettivo della liberazione sessuale non sembra raggiunto; anzi, per molti versi, parrebbe che stiamo rapidamente tornando indietro. Una pericolosa regressione culturale attraversa oggi tutti gli strati sociali, nessuno escluso: la vita sessuale sta ridiventando il terreno in cui sperimentare il gioco pericolosissimo della preda e del predatore. Un gioco selvaggio, animalesco, fatto di agguati sempre possibili, quando meno te l'aspetti: non solo ossessioni pornografiche, ricatti affettivi, aggressività verbali, stalking, ma stupri veri e propri; a volte pianificati persino in branco, ripetutamente, spudoratamente. Da immigrati semianalfeti e disperati, da ricconi sfrontati e irresponsabili. Il cinema ce lo racconta nei minimi particolari, a volte con una crudezza che ci ferisce nel profondo e non ci lascia quasi mai come eravamo prima.
Nell'epoca in cui aumentano le libertà, aumentano anche le dipendenze. Questo è il punto. In ogni campo: nelle droghe, nell'alcool, nei videopoker… Perché non dovrebbe essere così anche nel sesso? Quando le ragazzine vendono la loro verginità per la ricarica di un telefonino, il messaggio - più o meno subliminale - è chiarissimo: se i nostri corpi sono in vendita a prezzi così bassi, vuol dire che valgono davvero poco; perché allora non andare fino in fondo, facendo saltare l'ultimo diaframma fra la tua e la mia libertà? Violare un corpo non significa più profanare un mistero, ma semplicemente spassarsela in un divertimento effimero a costo zero: perché scandalizzarsi tanto? È più che giusto mandare in carcere chi assalta un castello, ma è ipocrita stracciarsi le vesti per chi ruba una caramella. Molte giustificazioni in difesa della pedofilia sono più o meno di questo tipo.
Forse dobbiamo tornare a riscrivere il lessico della sessualità a partire dalla grammatica dell'amore.
Nei suoi Taccuini Albert Camus ha scritto un elogio sorprendente della castità (che è cosa ben diversa dalla verginità e che per questo riguarda tutti coloro ai quali sta a cuore la differenza tra amore ed egoismo); le sue parole, che forse non ci aspetteremmo da lui, c'interrogano profondamente: “C’è un momento in cui la sessualità è una vittoria, quando la si libera dagli imperativi morali. Ma presto diventa una disfatta, e la sola vittoria è quella che si consegue su di essa: la castità”.

mercoledì 1 novembre 2017

IL SACRO E IL SANTO


«Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più in là degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi assieme»
(A.J.Toynbee)


Il primo novembre i cristiani celebrano la festa di tutti i santi. In passato questa festa ci appariva con contorni sfocati e lontani, fino a confondersi con la commemorazione dei defunti, che cade il giorno seguente e che assegnava all'intero mese di novembre un timbro devozionale particolarmente mesto e accorato. Oggi la "concorrenza" viene dalla festa di Halloween, che alcuni cristiani caricano di sfumature sinistre, quasi fosse un inconsapevole veicolo diabolico da scomunicare senza esitazioni.
No, forse la verità è un'altra, più profonda di quanto possiamo immaginare. Non abbiamo più la fede, le parole, l'immaginario sociale, la cultura per riconoscere la santità. Non sappiamo più, letteralmente, che cosa significhi essere santo. Anche questa festa, come la domenica, ormai serve semplicemente a preservare il perimetro del tempo libero dai ritmi infernali del lavoro; una scatola vuota che la macchina consumistica riempie astutamente di centri commerciali aperti, seduttivi e tristemente festosi, facendoci balenare l'idea alienante che solo un mondo finto (con le sue vie e piazze finte…) può farci dimenticare quello vero. Anche gli atei militanti e diversamente clericali, che danno vita a una controchiesa, fatta di crociate contro tutti i simboli religiosi, si guardano bene dal chiedere l'abolizione della festa di tutti i santi…
Abbiamo scambiato la sacralità con la santità: questo, forse, è il problema. 
Il sacro è una proprietà delle cose. Nel mio, ormai vecchio, libro "Cielo di plastica", avevo scritto così: 
«La purezza separata del sacro è simbolicamente raffigurata da luoghi ben delimitati, da oggetti destinati esclusivamente al culto, da sacerdoti che pagano la separazione dalla collettività con il privilegio di essere insostituibili intermediari con il divino. Tra questi due mondi non sono ammesse contaminazioni: il “sacrilegio” è precisamente una violazione dell’intoccabilità del sacro, che viene “profanato” quando è macchiato con qualcosa di profano. Il “sacrificio”, invece, è quell’atto con il quale s’instaura un qualche rapporto fra i due mondi, attraverso l’offerta di una vittima».
Il santo esprime invece la qualità della relazione personale, che diventa vera e propria comunione con Dio. Il teologo e filosofo israeliano André Neher lo esprime così: «L’uomo incontra Dio: è l’alleanza. L’uomo si sforza di essere a immagine di Dio: è la santità». L'altezza di questa comunione raggiunge un vertice assoluto in Cristo, riconosciuto da un uomo posseduto come «il santo di Dio» (Lc 4,34). La santità di Dio è il fondamento incrollabile dell'Alleanza, che si trasforma per l'umanità in comunione partecipata; una comunione sperimentata nella ferialità e nello stesso tempo, proprio per questo, capace di oltrepassare le barriere dello spazio e del tempo. 
Oggi è la festa dei "santi senza aureola", come scrivono le monache Agostiniane di Rossano; la festa delle persone normali, che sono capaci di guardare oltre. Di credere oltre, di sperare oltre, di amare oltre. È solo l'oltre che può accomunarci davvero, perché non è inquinato da quel mondo idolatrico, fatto di terra, che ci rende così apatici o feroci, a seconda dei casi.
Il fatto che stiamo vivendo tutti nell'epoca del "disincanto del mondo" non deve impedirci di vedere che questa desertificazione spirituale sta producendo un nuovo "reincantamento". Il sacro cacciato dalla porta sta rientrando dalla finestra. Si chiama occultismo, esoterismo, irrazionalismo, consumismo, narcisismo…; insomma, adorazione cieca del nulla. Per questo la vera alternativa al disincanto non è una bella "crociata del sacro": è lasciarsi interpellare dai "santi senza aureola" e cercare nella loro ferialità, così normale e insieme così eroica e benedetta, una scintilla di trascendenza.