martedì 27 dicembre 2011

Dieci anni di dialoghi


Il primo numero di “Dialoghi” esce nell’aprile del 2001. La Chiesa italiana, dopo il convegno ecclesiale di Palermo (1995), sta aprendo il cantiere del “Progetto culturale cristianamente ispirato” e l’Azione Cattolica Italiana, sotto la guida di Paola Bignardi, vuole offrire con questa rivista, che raccoglie l’eredità di due testate storiche dell’associazione, “Presenza pastorale” e “Orientamenti sociali”, un proprio specifico contributo. La scommessa era impegnativa: non tenere più separati, ma anzi fondere e amalgamare il lessico della fede e quello della vita, facendo confluire attorno a “Dialoghi” un gruppo di persone impegnate in un esercizio costante di confronto, discernimento ed elaborazione culturale. In questo decennio, in cui la rivista ha mosso i primi passi, consolidandosi e crescendo in modo tenace e discreto, si sono avvicendati tre direttori: il sottoscritto, Luciano Caimi (dalla seconda metà del 2005) e Piergiorgio Grassi (dalla fine del 2009).
Dieci anni sono il tempo giusto per tentare un bilancio di questa esperienza: in superficie tale bilancio ha all’attivo una produzione editoriale di tutto rispetto, fatta di circa 5.000 pagine, alimentata in profondità da una rete viva di contatti, amicizie, incontri, seminari, forum. I consuntivi servono per ricordare e ricordare è il modo migliore per progettare: in un albero lo sviluppo della chioma dipende dalla profondità delle radici. Nell’epoca in cui il presente liquido rischia di evaporare, avvertiamo tutti il bisogno di accompagnare il passo avanti della progettualità con il passo indietro della memoria e del discernimento storico. Questo libro vuole offrire un contributo in entrambe le direzioni, quasi per gettare un ponte fra memoria e progetto, riproponendo alcuni testi di straordinaria attualità, attraverso i quali si possono misurare intuizioni, recuperare una visione d’assieme, ritrovare piste e chiavi di lettura, imparare a leggere una mappa per intraprendere nuove esplorazioni.

In dieci anni il panorama sociale, culturale ed ecclesiale ha conosciuto trasformazioni profonde, i cui effetti cominciano oggi a consolidarsi e a lasciare il segno: molte cose sono cambiate – non tutte in meglio – e molte altre si sono purtroppo incancrenite. Il giro di boa del nuovo millennio è stato all’improvviso insanguinato dall’attentato agli Stati Uniti dell’11 settembre, che ha riportato bruscamente in primo piano un nuovo scenario geopolitico, dopo la fine della cosiddetta guerra fredda e il crollo del muro di Berlino; paradossalmente, con il tramonto del marxismo la rivendicazione della libertà, come una delle principali conquiste dalla cultura occidentale, rischia di essere svuotata dall’interno, capovolgendosi nel suo contrario. Nuove parole d’ordine, che non avremmo mai immaginato di dover risentire, hanno cominciato a circolare nella scena pubblica: il timore del nemico e la domanda del pugno forte è stata astutamente cavalcata da nuovi poteri, non sempre visibili; una sorta di ambiguo baratto è all’origine di forme striscianti di “dispotismo morbido”: una delega in bianco alla politica della sicurezza in cambio di una vita privata sdoganata nella sua voglia di spensierato egoismo individuale e assolta da ogni debito di partecipazione civile.
Mentre il sogno europeo, nella latitanza della politica, rischia di essere appaltato alla diligente ottusità della burocrazia, il sogno statunitense, che ha portato all’elezione di Obama, deve fare i conti con un’ingombrante eredità bellica e con un dissesto economico di proporzioni colossali, prodotto dagli spregiudicati giochi speculativi di una finanza irresponsabile. Il baricentro della globalizzazione si sposta, nuovi soggetti economici e politici si affacciano sulla scena mondiale senza troppi riguardi per il vocabolario dei diritti, della partecipazione e della democrazia. Il sogno di libertà, innescato dalle culture moderne e presto egemonizzato dalle ideologie politiche, si rintana nel vissuto privato, ritagliandosi gelosamente una propria nicchia impermeabile di autoaffermazione, dove anche il nascere e il morire, l’amare e il desiderare, il senso e le relazioni diventano prodotti usa e getta, da consumare avidamente, senza rimpianti e senza nostalgie.
In questi dieci anni, dopo il pontificato energico e carismatico di Giovanni Paolo II la comunità cristiana conosce il magistero profondo e meditato di Benedetto XVI, mentre la Chiesa italiana sembra alla ricerca di una nuova capacità espressiva e di una soggettività più articolata e polifonica con cui parlare alle giovani generazioni. Mentre il cammino del Progetto culturale ha fatto emergere la centralità ineludibile della “questione antropologica”, il baricentro della progettualità pastorale si è spostato dalla domanda intorno alla comunicazione della fede in un mondo che cambia alla segnalazione di una sfida educativa che deve riscrivere da cima a fondo, in termini propositivi e non moralistici, la sintassi delle relazioni intergenerazionali. Alcuni eventi continuano a ritmare il cammino della Chiesa postconciliare (convegni ecclesiali, settimane sociali, congressi eucaristici, GMG…); cresce l’efficienza organizzativa e persino l’impatto mediatico, ma si ha come l’impressione che la ricaduta nella vita ordinaria delle persone e nella prassi pastorale ordinaria sia meno incisiva, mentre la spinta profetica della Chiesa conciliare sembra lasciare il passo, in qualche caso, alla tentazione della routine e di un’ordinaria burocrazia, con il rischio di arrendersi a pastorale senz’anima.
Il discernimento comunitario continua a essere una delle espressioni più gettonate, ma la frequenza di tale richiamo appare spesso inversamente proporzionale all’efficacia del suo esercizio. Per alcune delle aggregazioni ecclesiali più giovani, nate contrapponendo il carisma all’istituzione, al fervore delle origini subentra paradossalmente proprio la preoccupazione prioritaria di un consolidamento istituzionale. Le tensioni di un tempo appaiono sopite: in alcuni casi perché sono in atto esercizi di dialogo che lasciano ben sperare, in altri perché qualche gruppo ha ormai una propria casa che si tiene ben stretta, dove non sempre restano aperte porte e finestre. Nelle assemblee si avverte talvolta un divario generazionale rovesciato: molti preti anziani invocano gli orizzonti aperti del Concilio, alcuni preti giovani sono alla ricerca di sicurezze più immediate e a buon mercato.
Intanto il clima sociale si polarizza: ritorno delle religioni e riacutizzazione del laicismo, generosità del volontariato e voglia di antipolitica, overdose massmediale e solitudine metropolitana, ondate giustizialiste e corruzione dilagante… Nell’arco di un decennio il paese è diventato più vecchio e sembra essersi infilato nella spirale perversa della paura del futuro e dello straniero, due virus temibili che purtroppo vanno quasi sempre insieme; il diverso rapporto con la natalità ne è un sintomo eloquente. Dieci anni di ritardo sono un periodo troppo lungo per essere tollerabile, ma forse è proprio così: un ritardo intollerabile della politica, in cui il sistema appare cronicamente in stallo. Life is now: chi ha il coraggio di avviare la semina delle vere riforme, avendo lo sguardo sulle giovani generazioni, sapendo che altri raccoglieranno e che sulla vetrina mediatica non si potranno esporre frutti acerbi e immaturi?
Anche se non abbiamo il coraggio di guardare lontano, non è possibile sottrarsi alla responsabilità del futuro: oggi ce lo ricorda, con un’esplosione impetuosa e del tutto imprevista, lo tsunami dei giovani nordafricani; una massa sterminata di ragazzi che ha cominciato a sventolare – a costo della vita – quella bandiera dei diritti e della dignità che il nostro vecchio mondo avrebbe tanta voglia di ammainare. Ma anche noi siamo proprio sicuri di non avere in casa una bomba sociale a orologeria, che scarica sulle future generazioni le inefficienze di un sistema saldamente in mano a una gerontocrazia, lasciando in eredità un mondo inquinato e indebitato, e negando ai loro progetti di vita una qualsiasi stabilità nel lavoro, negli affetti e forse persino nelle più elementari garanzie previdenziali?

Passando in rassegna la produzione decennale di “Dialoghi” (la rivista e i quaderni, che raccolgono i risultati dei forum) e concentrando l’attenzione soprattutto su testi meno legati alla occasionalità, si può ricostruire un percorso orientato da una linea di riflessione che merita di essere esplicitata e rispetto alla quale i testi selezionati e riproposti in questo volume offrono una testimonianza estremamente parziale, anche se esemplare e autorevole. Nei primi anni di vita della rivista l’attenzione è rivolta essenzialmente al futuro: mentre si coglie un rapporto sotterraneo tra crisi culturale e nuove attese mediatiche, si denuncia l’eclisse di futuro e si avverte il bisogno – anticipando il IV convegno ecclesiale nazionale di Verona –, di un varco tra speranze umane e Speranza cristiana (2001). In tale tensione prospettica occorre però fare i conti con l’oltraggio estremo del male e con una domanda di riconciliazione, che è un dono e insieme un compito, in cui nuova prossimità e pace con il creato s’incontrano (2002). Il problema della mediazione della distanza s’incontra a questo punto con il piano pastorale della Chiesa italiana: è il tema della comunicazione, che si misura con le sfide del dialogo intergenerazionale e della fragilità dei rapporti corti, interrogandosi intorno alle opportunità e ai rischi della deriva mediatica e impostando una riflessione sul rapporto tra comunicare il Vangelo e comunicare nella Chiesa (2003).
A partire dal 2004 l’attenzione si sposta gradualmente sull’intreccio fra libertà e bene, da cui scaturiscono approfondimenti importanti sulla testimonianza e sulle virtù. L’invito ad assumere e tradurre in positivo il “rischio” della libertà, a livello personale, politico e religioso (2004) non può prescindere da una ricognizione intorno alle forme della vita buona, che possono essere riconosciute e condivise nello spazio pubblico ponendo una distinzione fondamentale fra neutralità e laicità, a livelli diversi: etico, educativo, politico e scientifico (2005). Il passo successivo va quindi nella direzione di una rilettura della testimonianza, nelle sue luci e ombre, chiamata all’arduo compito di incarnare l’infinito nel quotidiano (2006), attraverso la mediazione delle virtù, di cui si offre una ricognizione articolata, nel quadro di una vita umana da riconsiderare e rieducare nel volume integrale delle sue potenzialità (2007).
Questi temi preludono, in una certa misura, a quella che si potrebbe considerare una terza fase nella vita della rivista, nella quale la cosiddetta “questione antropologica” acquista una rilevanza crescente, nella riflessione culturale e nel cammino della stessa comunità cristiana. Più che essere coltivata in astratto, tale attenzione viene declinata soprattutto sul versante della vita di relazione, sempre più insidiata da una deriva atomistica. Nel 2008, infatti, appare in primo piano il tema del bene comune, in sintonia con il cammino delle “Settimane sociali”; un bene comune da perseguire insieme, coniugando il richiamo ai beni di tutti con un’apertura alla mondialità e alla responsabilità educativa. Tale compito ripropone un’interrogazione fondamentale intorno alla vocazione umana, tra antiche domande e nuove sfide, invitando a riconsiderare le coordinate di fondo che consentono di tenere insieme promozione personale e sviluppo sociale (2009). A partire da qui, lo sguardo del 2010 si è infine allargato sulla tenuta e la qualità dei legami che garantiscono la sfera pubblica: dal legame religioso nell’epoca postsecolare al legame storico, nel centocinquantesimo dell’unità d’Italia, passando per l’agenda sociale che interpella i cattolici nell’Italia di oggi.
In questo percorso, solo sommariamente evocato, alcune attenzioni costanti attraversano i diversi problemi di volta in volta affrontati, grazie alle quali la linea della rivista emerge in modo ancor più evidente: il quadro antropologico, che rintraccia nei “fondamentali” dell’umano le radici di una vocazione infinita; le forme della vita di relazione, all’incrocio fra etica privata ed etica pubblica; lo spessore storico e comunitario dell’esperienza cristiana, generata a partire dal dono straordinario di una Rivelazione che ci trascende e ci abbraccia; la ricerca di un equilibrio – difficile ma irrinunciabile – fra fede e storia, fra identità e dialogo, che trova nel mistero  dell’Incarnazione la cifra inconfondibile di un incontro sempre possibile fra finito e infinito, fra tempo ed eternità.

Attingendo a tale ricco panorama, questo volume (al quale potrebbero seguirne degli altri) ripropone alcuni testi particolarmente significativi e autorevoli – tra i tanti che potevano essere scelti –, organizzati attorno a quattro scenari tematici di fondo. Il primo offre alcune chiavi interpretative del nostro tempo: crisi della speranza e disincanto del mondo (Miano) si possono mettere in relazione a un deficit di futuro (Diamanti) e a una “liquefazione” della prossimità (Bauman); a partire da questo sfondo si segnalano alcune sfide emergenti: il dono della vita (Serra), la vulnerabilità planetaria (Galleni), la domanda di lavoro (Bregantini), l’identità della famiglia (Campanini), la crisi finanziaria (Zamagni).
Un secondo scenario è disegnato dalle due coordinate fondamentali della fede e della vita: rileggere la Chiesa come evento di comunicazione (Canobbio) chiama in causa il rapporto tra religioni e sistema mediatico (Aroldi); la difficile relazione tra l’io e l’altro (Ricci Sindoni) porta a ripensare il senso cristiano della libertà (Brambilla) e quindi a interrogarsi sul compito educativo che ne risulta (Caimi) e sugli abiti virtuosi che richiede (De Simone).
L’attenzione si sposta quindi ai chiaroscuri della politica, che nascono anzitutto da una crisi del suo radicamento comunitario (Viola); la necessità e l’urgenza di sciogliere il nodo delle riforme, in uno spirito di fedeltà democratica (Casavola) e costituzionale (De Martin), non deve impedire di valutare correttamente i segni di novità e di speranza, che pure affiorano nel panorama internazionale (Olivetti). 
L’ultima sezione torna ad intercettare alcuni delle questioni precedenti, proponendo di rileggere il futuro della religione nella società e nella cultura postmoderna e postsecolare; alla difficile applicazione del principio di laicità dello Stato, a livello nazionale (Elia) ed europeo (De Siervo) si collegano nodi cruciali, come l’esposizione di simboli religiosi in luoghi pubblici (Grassi), il difficile bilanciamento tra religione, etica e politica (Gatti), l’urgenza di una nuova generazione di cristiani impegnati nella vita sociale e politica (Martino).
Quando un insieme di idee e di progetti si realizza secondo un percorso coerente e sensato si può già parlare di storia, anche se a livello più o meno esteso e impegnativo, a seconda della sua incidenza nella vita delle persone e dei popoli. In fondo, niente impedisce di affermare che quanto ho provato a raccontare è un sogno che si è realizzato e che sta diventando un pezzo di storia, in cui molte persone possono incontrarsi, riconoscersi, dialogare. Forse ancora per molti anni. Senza avere paura di sognare, perché alcuni sogni sono l’anticamera della speranza e l’anticipazione di una nuova storia. Ha scritto mons. Helder Camara: “Beati coloro che sognano: porteranno speranza a molti cuori e correranno il rischio di vedere il loro sogno realizzato”.

(Introduzione al libro:  Dialogando. Idee, pensieri, proposte per il nostro tempo, a cura di L. Alici, Ave, Roma 2011)

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