giovedì 22 dicembre 2011

Il terzo escluso

La meraviglia smarrita

Quasi un’introduzione


Nessuna meraviglia, se gli aerei atterrano a migliaia, ogni sera, tuffandosi dentro un reticolo brulicante di tecnologia luminosa. Immergono il loro ventre gonfio e ben inventariato in alveari capienti, diligentemente apprestati dagli umani per smistare il movimento. Una trama fittissima e flessibile, che accoglie e fluidifica senza sosta antichi e nuovi coaguli di senso. Algoritmi in fase di rettifica permanente, nella corrente sconfinata della comunicazione. Il gioco intermittente della sensatezza e dell’insignificanza circola indisturbato nel mondo della vita.
Il magico groviglio di punti luminosi, che s’allarga, laggiù, promettendo una meta ad ogni atterraggio notturno, ne rappresenta la metafora più spettacolare e inquietante: s’insinua ovunque nell’orizzonte di tenebra cupa, alternando sontuosi addensamenti di fulgore con avamposti stentati e palpitanti, che custodiscono a fatica il confine tra l’oscurità e la luce.
Laggiù, a terra, nel serpente di traffico collerico e battagliero, che stenta a guadagnare la strada di casa, nessuno può accorgersi di quella pesante macchina aerea, che sta violando la quiete gelida del cielo; nessuno può incontrare gli occhi incuriositi che spuntano dagli oblò, cercando di scrutare in basso il profilo di un paesaggio familiare e rassicurante.

Molteplici universi di senso si cercano, s’ignorano, s’incontrano e si scontrano, mentre ognuno s’illude di tenere in pugno la sua storia, di gestire con compiaciuta perizia la propria normalità. Il senso come la luce: l’irraggiamento è una via, un sentiero. Senza le strade non ci sarebbero le piazze; la sosta e il viaggio sono compagni inseparabili.
Fra l’immediatezza dell’esserci e l’indeterminatezza dell’orizzonte sta la relazione.

***

Nessuna meraviglia, se quei tralci rinsecchiti e avviticchiati al vecchio muretto, al quale li lega un’antica prossimità, continuano a gonfiare in silenzio, anno dopo anno, nelle giornate gelide e soleggiate di marzo, le solite gemme, pegno deludente di quei pochi acini asprigni, di cui nessuno si accorgerà, quando il tempo dell’attesa sarà stato ormai consumato.
La vecchierella che ne scrutava con occhio esperto e premuroso i primi frutti è scomparsa. La malinconica dignità della sua casetta linda e sbilenca è stata spazzata via con un senso di sollievo. Al suo posto, un cantiere severamente recintato inghiotte un via vai affaccendato di tecnici; numeri e progetti mobilitano camion e materiali, mentre tutt’attorno il saettare forsennato delle automobili piove sotto forma di una polvere grigia e sprezzante su quel lembo estremo e anacronistico di campagna.
Il vecchio e il nuovo si depositano l’uno sull’altro, in una stratificazione inesauribile e stupefacente. Un occhio distratto e professionale cade ogni tanto su quel muretto, ultimo dettaglio insignificante nell’elenco incompleto delle demolizioni. Nessuno ricorda quando la sua ombra era il rifugio magico di tanti occhi bambini e consentiva piccole scalate verso grappoli sempre troppo alti; oppure quando s’ergeva come ultimo profilo impertinente, che impediva allo sguardo di indugiare sul commiato di una mano festosa…

Piccole storie minori, continuamente in bilico fra memoria e oblio, sulle quali incombe, impassibile, la minaccia del nulla.

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Nessuna meraviglia, se gli sguardi di un tempo sono stati stravolti, se quella piccola piega luminosa si è rintanata, giorno dopo giorno, nell’angolo estremo degli occhi, fino a congedarsi in silenzio, sopraffatta dall’umore vitreo della malattia. Le promesse si sono indurite, screpolate come bacche insipide; l’universo delle attese e delle speranze si è progressivamente rattrappito, i confini del mondo ormai sembrano coincidere con i confini del corpo, arretrando fino a quel pulsare umido in una poltiglia biologica ottusa e vacillante. L’amore non accende più vibrazioni metafisiche, non intesse intimità segrete; la sua mortificazione parla ormai l’imperioso linguaggio del bisogno, fatto di servizi elementari e sgradevoli.
I tempi del pudore e della delicatezza sembrano dileguati, le sue parole non fioriscono più come un tempo, quando scivolavano discrete fra il sorriso degli sguardi e quella densità inarrivabile dei silenzi buoni, oltre i quali non si desiderava andare. Un urlo scomposto e inebetito aggredisce furiosamente, giorno dopo giorno, quel legame tanto sospirato e tenacemente mantenuto: il patto è ormai affidato più al dovere della cura, che alla gratuità del dono.
Eppure, quel filo antico che li lega non si è spezzato; mentre l’involucro esterno diventava sempre più ruvido, un’anima inossidabile d’acciaio veniva forgiata al suo interno. La si coglie nel modo in cui lei, da anni, lo accudisce: con una dolcezza ferma e determinata; con una dedizione che ha dovuto percorrere fino in fondo l’arduo tirocinio di una premura necessariamente professionale e distaccata; con un affetto che alla fine è stato costretto a scendere a patti con il suo avversario più odioso: la pazienza.

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Nessuna meraviglia, se il mondo è attraversato e compaginato dalle relazioni.
Quelle costruite ad arte, dalle quali dipende la complessa architettura tecnologica, che media e regola la scansione sincronica di ogni rapporto, chiedendo allo spazio di ospitare il movimento.
Quelle che si perdono, sospinte impietosamente all’indietro in un incessante processo di stratificazione diacronica, attraverso il quale il tempo ci promette un po’ di futuro, allontanandoci continuamente da noi stessi.
Quelle che si mantengono, nonostante tutto, modulandosi in un intreccio indecifrabile di libertà e necessità, continuamente in bilico tra usura e rigenerazione, in cui la minaccia sorda della routine deve continuamente essere fronteggiata da inesauribili investimenti di generosità, fino all’estremo dell’eroismo.
Una stupefacente trama di senso è l’anima invisibile di ogni evento umano.
Un reticolo friabile e resistente, deludente e magnifico, riflette e insieme costituisce quello che siamo, che possiamo essere e che avremmo potuto diventare.
Rispetto ad ogni altro individuo vivente, l’essere umano non è soltanto capace di adattarsi all’ambiente naturale e, a sua volta, di adattarlo a sé. In questo gioco di azione e reazione, attraverso il quale si è sviluppata sulla terra l’avventura plurimillenaria del genere umano, la persona si è ben presto affermata come l’unico essere in grado di restituire in termini culturali quanto egli ha ricevuto in termini naturali; in questo saldo anomalo tra il ricevere e il dare sta, precisamente, il “valore aggiunto” dello storico rispetto al naturale. Un’emergenza costituita dalla possibilità di dar vita ad un nuovo “ambiente”, oltre (che vuol dire “accanto”, ma anche “contro”) quello naturale: un ambiente fatto non tanto di cose, ma di relazioni.
In fondo, si può vedere nella cultura non soltanto una forma di coltivazione spirituale della natura, ma una vera e propria “seconda natura”, capace di generare un altro habitat, che si edifica come una rete più o meno ordinata di pratiche di vita e di relazioni istituite, socialmente condivise, legittimate da un orizzonte valoriale, stabilizzate dal costume, protette dal diritto.
I rapporti tra gli umani non sono soltanto eventi sfuggenti ed effimeri, dipendenti dalle dinamiche inafferrabili delle pulsioni e dei sentimenti: alimentano anche vicende molto concrete, che si storicizzano nella forma di comportamenti esemplari e di tradizioni consolidate. Le scuole, i parlamenti, i tribunali, le città, le famiglie sono ambienti tipicamente umani, generati da un certo modo di interpretare i rapporti tra le persone.
Questi ambienti relazionali sono come l’impalcatura semisommersa del “paesaggio culturale” che ogni comunità umana si cuce addosso. Non tutte le giunture e gli snodi di questa impalcatura si danno a vedere compiutamente nelle sporgenze visibili della convivenza; non tutte le incrinature e le lesioni più profonde rimbalzano direttamente in superficie.
L’equilibrio funzionale sul quale si regge l’incessante circolarità di questo scambio è certamente più debole e delicato di quello che governa il nostro ecosistema: qui non basta rispettare e proteggere un meccanismo di autoregolazione endogena, proprio di una comunità biologica; occorre implementare continuamente, con innesti creativi, un processo altrimenti destinato, nelle sue ricadute storiche, all’usura e all’entropia.

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Questo libro nasce da una suggestione, dalla quale si vorrebbe ricavare un primo, elementare tentativo di approfondimento: esiste un’emergenza ecologica che investe l’odierno “paesaggio culturale”, non meno preoccupante di quella che minaccia la biosfera e ben più ampiamente disattesa.
Tale emergenza è frutto di una trasformazione profonda e diffusa del nostro ambiente relazionale, che tende a perdere (o comunque ad alterare) quella triangolazione vitale e dinamica fra prima, seconda e terza persona, dalla quale dipende l’edificazione del volume plurale di una convivenza che possa evolvere in termini di autentica reciprocità. Questo vincolo relazionale, che sembra custodire l’enigma della nostra identità più propria, è aperto ad una serie di declinazioni multiformi, che possono mutare il suo equilibrio originario: può essere protetto o trascurato, promosso o mortificato.
L’itinerario che proverò a suggerire si snoda attraverso un percorso di approssimazioni tematiche essenzialmente orientative, appena abbozzate nelle linee di elaborazione e di sviluppo, rischiosamente sperimentali negli accostamenti stilistici, scandite secondo una progressione di impegno teorico-critico, al quale il lettore dev’essere preparato.
Un’esplorazione condotta sul piano fenomenologico-culturale s’intreccia gradualmente con una riflessione motivata da un intento speculativo più ambizioso: cercando di comprendere come cambia l’asse delle relazioni interpersonali nell’epoca dei legami corti, è possibile intravedere qualcosa che va al di là di una mera suggestione paesaggistica, comunque intesa, e che tocca in radice la dinamica stessa dell’esistere e del coesistere.
Ritrovare la meraviglia smarrita dinanzi alla rete delle relazioni, in cui si tesse e si ritesse di continuo la nostra fragile e preziosa identità, può essere un primo passo, non solo per raccontare come e dove viviamo, ma anche per scoprire quello che siamo e che – per grazia o per disgrazia – possiamo, insieme, diventare.

(Introduzione al libro: Il terzo escluso, San Paolo, 2004)


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