lunedì 26 dicembre 2011

Cielo di plastica

Invito alla lettura

«Chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti»
(Gv 3,31)








«Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento.
Grande, placida, come in un fresco, luminoso oceano di silenzio, gli stava in faccia la Luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
Estatico, cadde a sedere dal suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza, che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore» .
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«Ma soprattutto, fra i grandi ficus, vi era il cielo. C’è una solitudine nella povertà, ma una solitudine che ridà giusto prezzo a ogni cosa. A un certo grado di ricchezza, anche il cielo e la notte piena di stelle sembrano beni naturali. Ma in fondo alla scala, il cielo riacquista tutto il proprio senso: una grazia senza prezzo» .
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«Signore, abbiate pietà del cristiano che dubita, dell’incredulo che vorrebbe credere, del forzato della vita che si imbarca solo, di notte, sotto un firmamento che non è più rischiarato dai consolanti fari dell’antica speranza» .
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«Il dio che si può indicare col dito è un idolo e la religiosità che si può indicare col dito è una forma imperfetta di religiosità» .
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«Mi piace pensare che il divino sia forse il meno visibile più che l’invisibile; il mormorio più che il silenzio; la discrezione più che la catastrofe. Forse le trombe di Gerico saranno soltanto una parola sconvolgente sussurrata al nostro orecchio. L’esplosione del giorno si farà un po’ più viva. Il melo avrà un’aria più felice, la quercia più eterna, e su ogni viso la grazia dei giorni unici diventerà quotidiana» .
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Si potrebbero ricordare molti altri testi, umanamente sospesi – come questi – tra lo stupore dell’infinito e l’invito a non banalizzare il mistero. Un duplice avvertimento da non smarrire, quando ci si mette in viaggio in quella “terra di mezzo” tra finito e infinito che è la nostra vita; un viaggio che anche questo libro vorrebbe intraprendere, sia pure attraverso una strada insolita.
«La filosofia non può darci il paradiso, ma può dirci se ne abbiamo bisogno e dove non dobbiamo cercarlo». Così si concludeva un mio libro precedente , così credo sia giusto incominciare questo.
Oggi assistiamo ad una proliferazione di paradisi artificiali a buon mercato nelle forme e nei luoghi più diversi: nella sfera privata e in quella pubblica; non solo all’esterno, ma addirittura all’interno della vita cristiana; alla periferia esteriore, come anche nella radice interiore e personale della nostra stessa vita.
Mentre continuiamo a pensare, dinanzi al mistero di Dio, che l’umanità possa dividersi semplicemente fra credenti e non credenti, assistiamo al dilagare di una patologia del credere che sembra non risparmiare nessuno.
La vera alternativa, probabilmente, non è tra l’avere o il non avere una fede, ma tra autenticità o inautenticità del credere; tra una fede aperta sulla trascendenza e una fede idolatrica, chiusa su se stessa. Più che negare il cielo, il vero pericolo consiste oggi nella tentazione di ricrearlo sulla terra; una tentazione che possiamo correre tutti: il credere non è una variabile facoltativa, di cui avrebbe il monopolio l’uomo religioso, ma appartiene allo statuto elementare dell’umano, costantemente in bilico fra cielo e terra.
Per questo, soprattutto oggi, dobbiamo cercare di sgonfiare quel cielo di plastica che c’impedisce di allungare lo sguardo e d’interrogarci con coraggio, senza troppi giri di parole, intorno al volto di Dio. Solo alzando la testa verso il cielo possiamo lasciarci sorprendere dalla sua luce. Forse è proprio il senso di questo stupore elementare che non sappiamo più trasmettere ai nostri figli.
Per neutralizzare la seduzione idolatrica che mortifica la vocazione infinita del credere abbiamo bisogno tutti, in misura diversa, di anticorpi. Invitando a rileggere la propria vita con una maggiore vigilanza critica, questo libro vorrebbe almeno aiutare a riconoscere l’urgenza di una salutare scossa anti-idolatrica; un messaggio che può essere rivolto a ognuno di noi: a chi crede di non credere, perché continui a cercare, e a chi vive una fede cristiana pigramente adagiata su se stessa, perché non profani l’altezza dell’infinito con l’arroganza di false sicurezze o con la banalità dell’abitudine.
Il tema centrale è sviluppato attraverso due itinerari distinti, ai quali corrispondono registri stilistici diversi: una prima parte aiuta a rileggere, in chiave narrativa, un tornante decisivo della nostra storia più recente, segnata dal ’68 ad oggi da trasformazioni profonde nella cultura e nel costume; una seconda parte cerca di tracciare, in chiave espositiva, una mappa delle tendenze idolatriche dominanti, con l’intento di suggerire qualche passo – spero utile, certo insufficiente – di un percorso in cui alla caduta degli dèi possa corrispondere la ricerca di una nuova sapienza del cuore.
Nel libro, scaturito dall’incontro con tanti volti e in un certo senso “scritto” da tante mani, vorrei trasformare la consapevolezza di un debito che viene da lontano in un circolo virtuoso di riconoscimento e riconoscenza;  tuttavia la responsabilità del risultato finale è soltanto mia e consente di misurare facilmente lo scarto fra la ricchezza di quel dono e la povertà di questa restituzione.


(Introduzione al libro: Cielo di plastica. L’eclisse dell’infinito nell’epoca delle idolatrie, San Paolo 2009 (Premio “Capri – San Michele”) 


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