domenica 29 gennaio 2012

Onore a Scalfaro...

... non perché è morto, ma perché è stato vivo! 
Mi resta la testimonianza di un uomo libero, credente, al servizio della costituzione e delle istituzioni, senza lasciarsi condizionare da nessuno; proprio per questo, oggetto di una strategia sistematica e immeritata di discredito. 
Nei colloqui avuti con lui ho sempre ricavato l'impressione di un'energia buona e pulita. Forse si può fare politica senza inquinare l'ambiente e senza lasciare scorie radioattive. Non è obbligatorio essere simpatici: è obbligatorio essere competenti, disponibili e onesti.

mercoledì 25 gennaio 2012

L'avverbio… introvabile

In questi giorni un avverbio circola sulla bocca di tutti: altrove. Il problema è altrove, i veri evasori sono altrove, i veri profitti stanno altrove, ci vorrebbe ben altro… Camionisti, tassisti, farmacisti, avvocati, deputati, senatori, benzinai, pescatori, agricoltori… Sono tutti, finalmente, unanimemente, d'accordo: il problema è altrove.  Miracolo italiano!
Questo povero paese ha viaggiato per anni in prima classe con il biglietto di terza: a un certo punto è arrivato il controllore e che si fa? Si potrebbe fare una colletta e pagare il biglietto, ma chi fa il primo passo? Allora non resta che imboccare la strada della recriminazione: noi? Proprio noi? Loro! Loro sì, che dovrebbero pagare! Scatta così un infernale logica vittimistica e recriminatoria, grazie alla quale molti politici si sono ingrassati nella loro inerzia criminale: il paese, in gran parte ancora bloccato secondo un modello di corporazioni medievali, ha visto una politica che si è sindacalizzata. Ha rinunciato, cioè, a tessere la grammatica del bene comune e ha cominciato a sponsorizzare i segmenti, i gruppi organizzati, strizzando l'occhiolino un po' a utti. State tranquilli, finché ci siamo noi le multe per le quote latte non si pagano, l'Ici verrà cancellata, le tasse verranno abolite, i feudi mantenuti.
C'è un solo circolo virtuoso, però, quello del bene comune, che forse abbiamo tutti smarrito. Non resta allora che il circolo vizioso dello scaricabarile: persino attrici e uomini di spettacolo, grandi manager, calciatori strapagati confessano candidamente che i veri sacrifici debbono essere fatti altrove.
L'equivalente latino di quest'avverbio è alibi. Questa volta l'etimologia è implacabile: tutti, troppi stanno cercando un alibi.

domenica 15 gennaio 2012

Il naufragio dell'inaffondabile

L'uomo al timone di una tecnologia inaffondabile fa naufragio e mette in pericolo la vita di tutti: metafora straordinariamente attuale e terribile della nostra fragilità, personale e planetaria. Il naufragio è un archetipo fondamentale della nostra storia: dal significato letterale che ha in Omero fino al senso drammaticamente esistenziale che assume in Jaspers, passando per l'Ulisse cantato da Dante nella "Divina Commedia" e che Primo Levi  cerca di commentare e tradurre per un suo compagno in campo di concentramento, come ci  racconta stupendamente nel libro "Se questo è un uomo" . Da sempre, il naufragio esprime il fallimento di un progetto di viaggio che abbandona la sicurezza della terraferma per attraversare ciò che è instabile e infido per eccellenza, con un atto di coraggio che unisce curiosità, temerarietà, avventura, progetto, slancio in avanti.
“Ma misi me per l'alto mare aperto… infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”: così comincia e finisce il racconto dell'Ulisse dantesco, metafora di una sfida antica e sempre nuova. Non a caso, "inaffondabile" è l’aggettivo più rassicurante, sinonimo di una realtà capace di restare sempre a galla; per lo più accompagnato da un’affermazione altrettanto insincera: “è tutto sotto controllo”. Eppure, nulla è mai veramente inaffondabile e mai veramente sotto controllo: su questo nostro mondo, umano troppo umano, pesa in ogni istante la spada di Damocle del naufragio.

Qui la tecnologia combatte la sua battaglia più impegnativa e si compromette con le garanzie più azzardate: l’ingegneria meccanica e genetica, le reti informatiche, i grandi apparati finanziari… L’elenco dei miti prometeici dell’inaffondabilità potrebbe continuare: poi, però, sopraggiunge un’alluvione che ingoia pezzi di città in pochissimi minuti; esplode un maremoto e uno tsunami colpisce al cuore una centrale nucleare, anch’essa inaffondabile; una nave da crociera si lascia sfregiare da uno scoglio, lasciando l’immagine inquietante e malinconica di un pachiferma ferito e semisommerso da quel mare che era sicura di solcare in modo superbo e invulnerabile.

E poi c’è l’altro grave naufragio che oggi sta rischiando di sommergerci: il mito dell’inaffondandibilità del mercato, che ci è stato sempre presentato come un transatlantico capace di autoregolarsi e autoripararsi in mare aperto. Invece anche le borse affondano, inclinandosi paurosamente e trascinandosi dietro milioni di vittime. Le vittime appaiono sempre piccole rispetto ai grandi bastimenti e scompaiono del tutto nei grafici dei contabili: per questo dobbiamo vedere nei loro volti feriti e spauriti il lato fragile e rimosso del nostro comune destino di naufraghi. E cominciare a porci le domande giuste: dove sta andando la nostra nave della vita, che fra l’altro ci costa un sacco di soldi; chi è il vero capitano e qual è la rotta migliore per il porto più sicuro. E intanto cominciare a chiedere aiuto a un bravo, anzi bravissimo Maestro di nuoto.



 

mercoledì 11 gennaio 2012

Potere e responsabilità

Marta Nussbaum cita i risultati di una ricerca di Milgram, secondo cui «permettere alle persone di credere di non essere responsabili delle proprie decisioni, perché un'autorità se ne assume l'onere, produce decisioni irresponsabili» (Non per profitto, p. 58). Ma chi l'avrebbe detto?

martedì 10 gennaio 2012

L'eclisse dei profeti e dei testimoni

 «Nella vita degli individui come nella storia della storia della società vi sono momenti nei quali si fa acuta la percezione di un’assenza. Assenza di ideali, di valori, di interiore esperienza della verità, con il conseguente bisogno di certezze sulle quali far riposare l’ansia e lo smarrimento. È in queste, talvolta prolungate, fasi di vuoto spirituale che si va alla ricerca di persone che irradino nelle parole e nei comportamenti la presenza della verità e del senso» (P. Bovati, “Così parla il Signore”. Studi sul profetismo biblico, EDB, Bologna 2008, p. 17). 
Quest'affermazione, che introduce una interessante riflessione sul profetismo biblico, provoca tutti, credenti e non credenti. Inutile girarci intorno: la percezione di un'assenza è acuta, il senso di vuoto spirituale che da qualche anno ci assedia ha bisogno di persone capaci di irradiare verità e trova solo un palcoscenico di terz'ordine, popolato da nani e ballerine. 
Abbiamo bisogno di profeti e testimoni, non c'è dubbio. Perché non li troviamo? Non cerchiamo nei posti giusti? Parlano ormai una lingua che non conosciamo e ci mancano persino gli interpreti per la traduzione simultanea? Oppure sono davvero spariti e siamo rimasti soli? Come mai? Si tratta di una vera e propria sindrome ormai cronica di sterilità profetica? Chi mi aiuta a riflettere su queste domande?

sabato 7 gennaio 2012

I giovani e i vecchi


«Noi dobbiamo custodire i giovani come figli capaci, i giovani saranno pii e in loro ci sarà sempre uno spirito di scienza e di intelligenza»: ecco una perla straordinaria - e per me sconosciuta - dell’Antico Testamento, che appartiene a una parte del libro di Daniele lasciata cadere nell’antica versione greca della Bibbia, detta dei Settanta, perché ritenuta imprecisa e poco fedele all’originale semitico. Debbo questa segnalazione a un giovane biblista, don Marco Settembrini, che insegna Sacra Scrittura alla Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna. Già la storia di Susanna, narrata nel libro di Daniele, non è molto nota, per di più declassata, dopo Lutero, tra i libri apocrifi. L’episodio è inquietante e – ahimè – non raro: due vecchi lussuriosi tentano di sedurre la giovane Susanna, “bella di aspetto” e “delicata”, e dinanzi al suo rifiuto la portano in giudizio, accusandola di adulterio. 
"Susanna e gli anziani" di Théodore Chassériau (1819-1856)
Ma la sua preghiera non resta inascoltata: a salvarla dalla sicura condanna a morte è il giovane Daniele, che irrompe sulla scena, rivendicandone l’innocenza e smascherando i suoi accusatori con un brillante stratagemma alla “Sherlock Holmes”. In un articolo puntuale e interessante sull’argomento, don Marco Settembrini ripesca questo testo, sacrificato da una versione attribuita a Teodozione, che oppone dei vecchi, prigionieri delle proprie passioni, pronti alla violenza e certi dell’impunità, ottenuta con la complicità dei propri simili, allo spirito di sapienza elargito a Daniele. Qui il discorso si allarga, però: i giovani “sono prediletti per la loro generosità, la loro devozione e la perspicacia… sono da stimare perché pronti a offrire e a offrirsi con sincerità”; saranno quindi “oggetto di speciale custodia – commenta sempre Settembrini – perché destinata ad assumere le redini della società”. Il libro si chiude quindi con uno straordinario messaggio di speranza: “la speranza di un abbraccio tra padri e figli… Gli uomini possono giungere alla paralisi del cuore e divenire incapaci di insegnare ma la preghiera dell’umile può ottenere un intervento dal cielo perché il giovane sia ancora una volta investito dall’alto”.
 

(Il testo di M. Settembrini, “Nei giovani ci sarà sempre uno spirito di scienza edi intelligenza” (Dn 13,62B), è stato pubblicato sul n. 61/2010 di “Parola Spirito e Vita”, pp. 67-76).

venerdì 6 gennaio 2012

Luisito Bianchi, il "disarmato"

Così "Avvenire" di venerdì 6 gennaio 2012 annuncia la morte di una figura insolita e davvero straordinaria di prete: operaio, scrittore, testimone discreto e vibrante di una fede vissuta sul campo, con coraggio e coerenza. L'ho incontrato a Roma, qualche anno fa: uno sguardo intenso, lunghi silenzi, poche parole, oltre le quali s'intravedeva un mondo ricco, segreto, affascinante. Prima di quell'incontro avevo letto "La messa dell'uomo disarmato", un lungo romanzo sulla resistenza (circa 850 pagine!), che può considerarsi un vero e proprio caso letterario. Rifiutato da molti editori, soprattutto per la sua mole e l'investimento che richiedeva la pubblicazione, ha cominciato a circolare in forma autofinanziata e  semiclandestina, tra il 1989 e il 1995. Il successo è stato immediato e, quello che è più interessante, veicolato solo da un tam tam di consensi entusiasti dei lettori, finché non viene ripreso e pubblicato dall'editore Sironi nel 2003; in due anni conosce ben cinque edizioni! Se ne interessa la stampa nazionale: il Corriere della sera scrive: "Una rivelazione, davvero. Un capolavoro; sì, un capolavoro" e l'Unità lo descrive come "un romanzo davvero sorprendente nella struttura e nei contenuti".
La storia di una persona non si può certo identificare con la storia di uno dei suoi libri; eppure "La messa dell'uomo disarmato" ci offre una spaccato dell'Italia lacerata dalla guerra fra il 1940 e il 1943, quando l'occupazione nazista spinge a compiere scelte radicali, che coinvolgono un monastero e in particolare un monaco, che abbraccia la via della clandestinità, accanto ai partigiani per celebrare la messa dell'uomo disarmato. Sullo sfondo un'Italia in bilico fra i valori consolidati della famiglia e della fede, e un nuovo mondo che si affaccia e prepara il boom economico. Il modo migliore per onorare la memoria di Luisito Bianchi è rilanciare una grande campagna di diffusione di questo romanzo. Chi non sa cosa regalare a un amico ha un problema in meno e un'opportunità in più.




domenica 1 gennaio 2012

Le idi di marzo

«L'etica conta»: questa è una delle ultime frasi, pronunciata in sottofondo, con cui si chiude lo splendido film di George Clooney, "Le idi di marzo". Uno sguardo amaro e disincantato sui sottofondi torbidi di una politica ormai arresa alle leggi ciniche del mondo dello spettacolo; il contrasto è stridente anche fra la luminosità patinata delle riprese televisive, regno finto del “politically correct”, e gli angoli oscuri e degradati (o i luoghi improbabili, come la cucina di un pub, luccicante di coltelli) in cui avvengono i colloqui confidenziali, lontani da occhi indiscreti, e si prendono le decisioni che contano. Due universi paralleli, che si possono attraversare con ipocrita disinvoltura. «L’etica conta» dice uno dei personaggi moralmente più squalificati, il quale ha capito che questo è uno slogan vincente. Se in una campagna elettorale oggi si vince cavalcando l’etica più che l’economia (non a caso, nei dibattiti prevalgono domande sull’aborto o l’omosessualità), non c’è problema: basta comperare lo “spin doctor” giusto. Non importa se la sua vita sconfesserà clamorosamente le sue strategie comunicative; l’importante è che sia aggressivo, rampante, vincente. Tutto è posto sotto il doppio segno del vincente e del perdente: gli opportunisti vincono, gli idealisti perdono. Gli ingredienti fondamentali ci sono tutti: una democrazia malata, in cui i compromessi sono sdegnosamenti rifiutati finché non servono per conseguire il risultato; il potere come l’idolo più vorace e distruttivo, che finisce per inghiottire tutto; l’infedeltà come un prezzo accettabile da pagare quando è in ballo qualcosa di grosso; persino la figura della ragazza giovane (peggio ancora: stagista) immolata  sull’altare del successo. Le idi di marzo: una ricorrenza della storia romana assunta ad emblema di una congiura di palazzo che sembra essere diventato l’ingrediente ineluttabile della vita politica di sempre. In questo caso, però, non viene sacrificato il condottiero, ma una vittima c’è, anzi due: tra queste, l’ultimo degli ultimi, che non conta nulla, non interessa a nessuno (tranne, forse, a sua madre) ed è solo un ostacolo di cui tutti vogliono sbarazzarsi a ogni costo. Un aborto rapido, indolore, pagando il prezzo giusto e cancellando ogni traccia. Perché alla fine è tutto solo questione di soldi e d’immagine: i soldi per salvare l’immagine, l’immagine per salvare il potere, il potere per salvare che cosa? Non sono sicuro che per l’autore questo sia il messaggio più importante del film, ma una storia, una volta raccontata, cammina sulle sue gambe ed è capace di ricordare a tutti – anche al suo autore – verità dimenticate o sottovalutate o, peggio ancora, sacrificate sull’altare del successo. L’idolatria del successo si può ritorcere anche su quanti, denunciandolo, inseguono un successo più alto.