domenica 15 gennaio 2012

Il naufragio dell'inaffondabile

L'uomo al timone di una tecnologia inaffondabile fa naufragio e mette in pericolo la vita di tutti: metafora straordinariamente attuale e terribile della nostra fragilità, personale e planetaria. Il naufragio è un archetipo fondamentale della nostra storia: dal significato letterale che ha in Omero fino al senso drammaticamente esistenziale che assume in Jaspers, passando per l'Ulisse cantato da Dante nella "Divina Commedia" e che Primo Levi  cerca di commentare e tradurre per un suo compagno in campo di concentramento, come ci  racconta stupendamente nel libro "Se questo è un uomo" . Da sempre, il naufragio esprime il fallimento di un progetto di viaggio che abbandona la sicurezza della terraferma per attraversare ciò che è instabile e infido per eccellenza, con un atto di coraggio che unisce curiosità, temerarietà, avventura, progetto, slancio in avanti.
“Ma misi me per l'alto mare aperto… infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”: così comincia e finisce il racconto dell'Ulisse dantesco, metafora di una sfida antica e sempre nuova. Non a caso, "inaffondabile" è l’aggettivo più rassicurante, sinonimo di una realtà capace di restare sempre a galla; per lo più accompagnato da un’affermazione altrettanto insincera: “è tutto sotto controllo”. Eppure, nulla è mai veramente inaffondabile e mai veramente sotto controllo: su questo nostro mondo, umano troppo umano, pesa in ogni istante la spada di Damocle del naufragio.

Qui la tecnologia combatte la sua battaglia più impegnativa e si compromette con le garanzie più azzardate: l’ingegneria meccanica e genetica, le reti informatiche, i grandi apparati finanziari… L’elenco dei miti prometeici dell’inaffondabilità potrebbe continuare: poi, però, sopraggiunge un’alluvione che ingoia pezzi di città in pochissimi minuti; esplode un maremoto e uno tsunami colpisce al cuore una centrale nucleare, anch’essa inaffondabile; una nave da crociera si lascia sfregiare da uno scoglio, lasciando l’immagine inquietante e malinconica di un pachiferma ferito e semisommerso da quel mare che era sicura di solcare in modo superbo e invulnerabile.

E poi c’è l’altro grave naufragio che oggi sta rischiando di sommergerci: il mito dell’inaffondandibilità del mercato, che ci è stato sempre presentato come un transatlantico capace di autoregolarsi e autoripararsi in mare aperto. Invece anche le borse affondano, inclinandosi paurosamente e trascinandosi dietro milioni di vittime. Le vittime appaiono sempre piccole rispetto ai grandi bastimenti e scompaiono del tutto nei grafici dei contabili: per questo dobbiamo vedere nei loro volti feriti e spauriti il lato fragile e rimosso del nostro comune destino di naufraghi. E cominciare a porci le domande giuste: dove sta andando la nostra nave della vita, che fra l’altro ci costa un sacco di soldi; chi è il vero capitano e qual è la rotta migliore per il porto più sicuro. E intanto cominciare a chiedere aiuto a un bravo, anzi bravissimo Maestro di nuoto.



 

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