mercoledì 25 gennaio 2012

L'avverbio… introvabile

In questi giorni un avverbio circola sulla bocca di tutti: altrove. Il problema è altrove, i veri evasori sono altrove, i veri profitti stanno altrove, ci vorrebbe ben altro… Camionisti, tassisti, farmacisti, avvocati, deputati, senatori, benzinai, pescatori, agricoltori… Sono tutti, finalmente, unanimemente, d'accordo: il problema è altrove.  Miracolo italiano!
Questo povero paese ha viaggiato per anni in prima classe con il biglietto di terza: a un certo punto è arrivato il controllore e che si fa? Si potrebbe fare una colletta e pagare il biglietto, ma chi fa il primo passo? Allora non resta che imboccare la strada della recriminazione: noi? Proprio noi? Loro! Loro sì, che dovrebbero pagare! Scatta così un infernale logica vittimistica e recriminatoria, grazie alla quale molti politici si sono ingrassati nella loro inerzia criminale: il paese, in gran parte ancora bloccato secondo un modello di corporazioni medievali, ha visto una politica che si è sindacalizzata. Ha rinunciato, cioè, a tessere la grammatica del bene comune e ha cominciato a sponsorizzare i segmenti, i gruppi organizzati, strizzando l'occhiolino un po' a utti. State tranquilli, finché ci siamo noi le multe per le quote latte non si pagano, l'Ici verrà cancellata, le tasse verranno abolite, i feudi mantenuti.
C'è un solo circolo virtuoso, però, quello del bene comune, che forse abbiamo tutti smarrito. Non resta allora che il circolo vizioso dello scaricabarile: persino attrici e uomini di spettacolo, grandi manager, calciatori strapagati confessano candidamente che i veri sacrifici debbono essere fatti altrove.
L'equivalente latino di quest'avverbio è alibi. Questa volta l'etimologia è implacabile: tutti, troppi stanno cercando un alibi.

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