domenica 1 gennaio 2012

Le idi di marzo

«L'etica conta»: questa è una delle ultime frasi, pronunciata in sottofondo, con cui si chiude lo splendido film di George Clooney, "Le idi di marzo". Uno sguardo amaro e disincantato sui sottofondi torbidi di una politica ormai arresa alle leggi ciniche del mondo dello spettacolo; il contrasto è stridente anche fra la luminosità patinata delle riprese televisive, regno finto del “politically correct”, e gli angoli oscuri e degradati (o i luoghi improbabili, come la cucina di un pub, luccicante di coltelli) in cui avvengono i colloqui confidenziali, lontani da occhi indiscreti, e si prendono le decisioni che contano. Due universi paralleli, che si possono attraversare con ipocrita disinvoltura. «L’etica conta» dice uno dei personaggi moralmente più squalificati, il quale ha capito che questo è uno slogan vincente. Se in una campagna elettorale oggi si vince cavalcando l’etica più che l’economia (non a caso, nei dibattiti prevalgono domande sull’aborto o l’omosessualità), non c’è problema: basta comperare lo “spin doctor” giusto. Non importa se la sua vita sconfesserà clamorosamente le sue strategie comunicative; l’importante è che sia aggressivo, rampante, vincente. Tutto è posto sotto il doppio segno del vincente e del perdente: gli opportunisti vincono, gli idealisti perdono. Gli ingredienti fondamentali ci sono tutti: una democrazia malata, in cui i compromessi sono sdegnosamenti rifiutati finché non servono per conseguire il risultato; il potere come l’idolo più vorace e distruttivo, che finisce per inghiottire tutto; l’infedeltà come un prezzo accettabile da pagare quando è in ballo qualcosa di grosso; persino la figura della ragazza giovane (peggio ancora: stagista) immolata  sull’altare del successo. Le idi di marzo: una ricorrenza della storia romana assunta ad emblema di una congiura di palazzo che sembra essere diventato l’ingrediente ineluttabile della vita politica di sempre. In questo caso, però, non viene sacrificato il condottiero, ma una vittima c’è, anzi due: tra queste, l’ultimo degli ultimi, che non conta nulla, non interessa a nessuno (tranne, forse, a sua madre) ed è solo un ostacolo di cui tutti vogliono sbarazzarsi a ogni costo. Un aborto rapido, indolore, pagando il prezzo giusto e cancellando ogni traccia. Perché alla fine è tutto solo questione di soldi e d’immagine: i soldi per salvare l’immagine, l’immagine per salvare il potere, il potere per salvare che cosa? Non sono sicuro che per l’autore questo sia il messaggio più importante del film, ma una storia, una volta raccontata, cammina sulle sue gambe ed è capace di ricordare a tutti – anche al suo autore – verità dimenticate o sottovalutate o, peggio ancora, sacrificate sull’altare del successo. L’idolatria del successo si può ritorcere anche su quanti, denunciandolo, inseguono un successo più alto.


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