domenica 12 febbraio 2012

Arriva il disgelo?

Avevo sempre pensato che l'incontro fra il premier italiano e il presidente degli Stati Uniti avrebbe rappresentato un momento di svolta decisivo non solo per la situazione politica italiana, ma addirittura per il futuro dell'Europa e le fibrillazioni dei mercati. Una serie di segnali, piccoli e grandi, sembrerebbero confermare questa previsione, del resto abbastanza facile. Il carattere straordinario dell'evento dipende, paradossalmente, proprio dalla sua normalità: è normale che un presidente del consiglio sia competente, non faccia lo sbruffone promettendo sistematicamente quello che non può mantenere, porti con sé risultati legislativi concreti, non viaggi con una corte come un satrapo orientale, parli un buon inglese. Ma è proprio la normalità che nel nostro paese era diventata merce introvabile. Ovviamente la persona normale può sbagliare, può essere costruttivamente criticata, può essere sostituita con un'altra, purché... normale.
Da questo ritorno alla normalità, qualche mese fa assolutamente impensabile, discendono una serie di conseguenze importanti. 
La prima riguarda la comunità europea: abbiamo assistito negli ultimi anni a un deficit vistoso di leadership, a vari livelli: nel rapporto tra la Commissione e gli stati nazionali, come pure tra burocrati e organi di rappresentanza democratica. È inevitabile che in questo vuoto di potere sia accaduto di tutto: alcuni stati più piccoli si sono fatti prendere da euforia e incoscienza, assecondando spericolate operazioni di spesa pubblica e persino di manipolazione dei bilanci; altri stati più solidi hanno cominciato ad accentuare l'inclinazione ad operare pro domo sua, lasciandosi persino prendere dalla tentazione che la stessa eurozona fosse domus sua. Nel momento in cui abbiamo bisogno più che mai di veri statisti europei, cominciano a latitare persino gli statisti senza aggettivi. In questo contesto, in cui l'Italia era diventata un problema, anzi il problema, nessuno avrebbe immaginato che in pochissime settimane la situazione avrebbe avuto una evoluzione così rapida, fino a capovolgersi. Il nuovo premier italiano si trova ad avere una posizione "terza" che nei momenti di crisi è sempre decisiva: terza non solo in Italia fra i due poli, ma anche fra Francia e Germania, fra Commissione e stati nazionali, fra Europa e Stati Uniti.
Una seconda conseguenza, molto più complessa e indecifrabile, riguarda il rapporto fra mercati internazionali e istituzioni politiche. Dopo il crollo del muro di Berlino Giovanni Paolo II aveva profeticamente messo in guardia contro le illusioni di una crescita economica finalmente data in appalto dalla politica al sistema capitalistico. Senza arrivare alle tesi complottistiche che considerano gli apparati finanziari come un nuovo "stato ombra" che avrebbe iniziato una guerra imperialistica per l'egemonia planetaria, il pericolo resta e dipende in larga misura, ancora una volta, da un deficit di politica: se la politica si serve della finanza per nutrire se stessa, alla fine è inevitabile che ne venga divorata. Stabilizzare l'Europa stabilizzando l'Italia può essere un passo importante per ritrovare una gerarchia, che tuttavia non è completa se politica ed economia non riconoscono un vincolo etico superiore e irrinunciabile. Lo aveva detto Mounier (altro profeta inascoltato!) dopo la crisi del '29, invitando ad anteporre il lavoro al capitale e un'etica dei bisogni a un'economia dei consumi.
La terza conseguenza riguarda casa nostra. Inutile illudersi: dopo questo governo lo scenario politico non sarà più lo stesso. Ormai è diventato evidente a tutti un paradosso incredibile: la politica italiana non riusciva più a risolvere quei grandi problemi che essa stessa, in gran parte, aveva provocato! Nasce da qui un interrogativo molto serio: come può una democrazia malata curare se stessa? Certamente non può farlo sospendendo le regole democratiche: sarebbe un vero e proprio suicidio assistito. Ha una sola strada davanti a sé: riconoscere la fine del professionismo della politica, che scambia le istituzioni per un mestiere a vita (spesso non avendone un altro), che fonda un partitino dopo l'altro, incassando finanziamenti pubblici (nonostante un refendum!) che non sa poi nemmeno come spendere. C'è una società civile che - probabilmente - non è meno democratica e - sicuramente - conosce meglio i problemi del paese e ha le competenze per risolverli. In modo normale. Basta riconoscere che il parlamento è il luogo dove approda una rappresentanza democratica che però nasce altrove. Il parlamento che elegge se stesso, per anni, in modo allegramente spudorato, è una mostruosità che dev'essere denunciata con forza. Ovunque e ad alta voce.
Ma, a questo punto, il problema si sposta: dove attingere una nuova classe dirigente? Leggo che a Washington molti giornalisti americani domandavano del nostro nuovo presidente: è italiano? In effetti ci sono tante Italie: c'è un'Italia sbruffona, opportunista, spendacciona, insofferente alle regole; ma c'è anche un'Italia amante del lavoro e del risparmio, solidale, creativa, rigorosa, affidabile. Bisogna però assolutamente evitare di fare un uso improprio di questa distinzione. Qualche forza politica, in modo incredibilmente rozzo e del tutto inaccettabile, tende a "regionalizzare" queste differenze, intendendole come uno spartiacque tra nord e sud. Un'altra tentazione è di far coincidere questa dicotomia con i due schieramenti che formano l'attuale sistema bipolare italiano. Un errore meno grossolano ma non meno pericoloso: la differenza tra i due poli dev'essere cercata a livello di orientamento politico, di progetti concreti e di persone; non può essere una differenza morale, fra buoni e cattivi: da questo equivoco può derivare solo uno scontro apocalittico di reciproca delegittimazione (almeno sul palcoscenico, dietro le quinte chissà...). Il problema è che questa differenza è assolutamente trasversale, nel senso che attraversa ognuno di noi: ognuno di noi porta dentro di sé due (o tre, o quattro...) modi diversi di essere italiani. C'è un'Italia superficiale, che vuole sognare e non vuole conoscere la verità, da secoli alla ricerca del condottiero pronto a salvarla gratis; questa Italia ha legittimato per decenni il sistema che stava per portarci alla rovina. Com'è stato per il fascismo, anche se a livelli diversi. Non possiamo dimenticarlo. C'è poi un'Italia diversa, lungimirante e generosa, pronta a rimboccarsi le maniche e capace di sacrifici e scatti di reni incredibili. Perché la politica possa rigenerarsi, dovrà scegliere bene in quale società civile andare a cercare i suoi rappresentanti. Ma questa domanda non riguarda "altri", riguarda semplicemente noi stessi.
Il disgelo potrò arrivare se ogni cittadino italiano guarderà onestamente dentro se stesso e sceglierà a quale Italia vuole appartenere e intende dare un futuro, pagando di persona.

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