domenica 29 aprile 2012

Beato lui! Omaggio a Toniolo

Dentro e oltre la storia. Toniolo maestro di spiritualità laicale


1. Nostalgia di testimoni
«Nella vita degli individui come nella storia della società vi sono momenti nei quali si fa acuta la percezione di un’assenza. Assenza di ideali, di valori, di interiore esperienza della verità, con il conseguente bisogno di certezze sulle quali far riposare l’ansia e lo smarrimento. È in queste, talvolta prolungate, fasi di vuoto spirituale che si va alla ricerca di persone che irradino nelle parole e nei comportamenti la presenza della verità e del senso»[1]. Queste parole, che introducono un’importante riflessione sul profetismo biblico, possono essere estese, credo senza forzature, anche al nostro tempo e alla domanda di testimoni esemplari di fede e di vita, capaci di irradiare anch’essi, a loro modo, la luce della verità e del senso.
Nella sua lungimiranza magisteriale, la Chiesa ha sempre esercitato un discernimento paziente, esigente e graduale, prima di proporre alcune di queste persone all’intera comunità cristiana. A volte, i tempi lunghi di ogni processo di beatificazione possono compiersi in una contingenza storica del tutto particolare, forse solo apparentemente casuale, come per il caso di Giuseppe Toniolo, al punto che nulla oggi ci impedisce di chiederci: Perché proprio lui? Perché proprio adesso?
In questo caso la risposta, forse, non è difficile. Senza spingerci troppo avanti in confronti complessi fra il suo tempo e il nostro, si può però almeno rilevare un’analogia che riguarda soprattutto la divaricazione fra vecchio e nuovo in un mondo in bilico: una divaricazione, oggi particolarmente profonda, che investe, da un lato, una fede religiosa ingessata e statica, divisa fra fondamentalismi identitari e compromissioni mondane, che non ha smarrito il senso di Dio ma forse sta smarrendo il senso della realtà; da un altro lato, la si ritrova in una cultura e un costume che s’illudono di attraversare indenni lo tsunami della globalizzazione oscillando fra un relativismo morbido, che s’illude di neutralizzare in modo indolore i principi della convivenza, e un laicismo aggressivo, che paradossalmente predica uno “Stato etico” al rovescio, in cui c’è spazio soltanto per un nichilismo senza residui e una totale desertificazione dei simboli religiosi sulla scena pubblica.
Tuttavia, rispetto agli anni incandescenti in cui è vissuto Toniolo, dominati da grandi sistemi e da una fervida progettualità, aliena dai compromessi e dalle mezze misure, nel nostro tempo, non a caso definito “postmoderno”, sembra prevalere su tutto il chiaroscuro della stanchezza e del disincanto. In una certa misura, intransigenza e condiscendenza sono ancora i due estremi di un pendolarismo di sempre, che tuttavia oggi ci contamina e ci attraversa da cima a fondo, proiettandoci, in un processo inarrestabile di scomposizione e ricomposizione, in mondi vitali diversi, in cui spesso si fa fatica a cogliere la differenza fra il credere in noi stessi, nelle nostre capacità e nelle nostre ambizioni, e il credere in Dio, in una comunità abitata dalla Parola e dai sacramenti.
In questo tempo non può non crescere l’esigenza d’incontrare, vedere, ascoltare testimoni che sappiano rendere ragione della speranza che è in loro e trasformarla in un progetto di vita creativo e comunicabile; testimoni che sappiano essere anche maestri, lungimiranti e profetici. Dobbiamo dunque scavare a fondo dentro quest’invito, che la Chiesa ci rivolge, a riconoscere Giuseppe Toniolo come un fratello maggiore nella fede. Proprio lui. Proprio adesso.
Un incontro provvidenziale eppure non facile, non dobbiamo nascondercelo. Alla distanza storica s’aggiungono una serie di ostacoli ulteriori, dai quali non dobbiamo farci scoraggiare, a cominciare da quello, apparentemente banale, costituito dalla lingua. Toniolo non parla una lingua così diversa dalla nostra da richiedere una traduzione, ma nemmeno così simile da poter entrare immediatamente in dialogo con noi. Dobbiamo fare uno sforzo di immaginazione creativa, che riesca a farci oltrepassare un eloquio così controllato da sembrare paludato, un vocabolario per noi tanto desueto, un periodare che non corrisponde al nostro gusto più spontaneo e guizzante.
Ma l’ostacolo più arduo riguarda la distanza ecclesiale, marcata da ben due eventi conciliari: il Concilio Vaticano I e, ancor più, il Vaticano II. A proposito di quest’ultimo, Papa Benedetto ha invitato a non esasperare una “ermeneutica della discontinuità”, interpretandolo quasi come uno spartiacque assoluto, una sorta di “anno zero”, che introdurrebbe una cesura nella continuità della tradizione. D’altro canto, la continuità non nega la distanza storica, anzi la presuppone e chiede di impegnarci, con gli strumenti giusti, a riconoscerla e attraversarla. Di conseguenza, non possiamo allontanare troppo da noi l’opera e la testimonianza spirituale di Giuseppe Toniolo, sottoponendole a un’ipoteca di attualità storica del tutto ingiustificata; non possiamo nemmeno, però, illuderci di poterne imitare pedissequamente il comportamento e lo stile di vita.
Per queste ragioni, Toniolo rappresenta per noi oggi, in un certo senso, una sfida duplice: in primo luogo, perché ci chiede di uscire dal cerchio della nostra epoca e dal pregiudizio che ci porta, più o meno consapevolmente, ad assumerla come un metro di giudizio assoluto, rispetto al quale misurare ogni messaggio solo in relazione al grado di vicinanza e compatibiità; in secondo luogo, perché ci chiama a un’opera impegnativa di interpretazione del suo pensiero e della sua opera, che dobbiamo imparare a tradurre senza tradire. Un viaggio di andata e ritorno, insomma, in cui siamo invitati anzitutto a uscire dalla nostra terra per emigrare in un altro paesaggio spirituale, dove entrare in punta di piedi, disponendoci a un ascolto umile e attento, per poter poi tornare a casa con un messaggio alto ed esigente da attualizzare e mettere in circolo.
Siamo così rinviati al cuore di una delle verità più enigmatiche e affascinanti della tradizione cristiana: il mistero della comunione dei santi. Se è vero che l’amore di Cristo è più forte della morte, allora il legame spirituale che viene generato nella comunità cristiana dall’amore, inteso in senso proprio e vissuto in modo eroico, non può fermarsi dinanzi alle barriere del tempo e dello spazio. Nel mistero effusivo e diffusivo dell’amore, le distanze dello spazio e del tempo non vengono azzerate, ma possono essere – enigmaticamente e compiutamente – oltrepassate, in quanto abitate da una medesima comunità spirituale che si dilata oltre le frontiere dell’immediato e del visibile.
2. Santità laicale
In questa prospettiva dobbiamo interrogarci intorno al senso e al valore della spiritualità di Giuseppe Toniolo; spiritualità eminentemente laicale, in senso proprio e non estrinseco. Dire “spiritualità laicale” significa evocare un incrocio, sempre problematico e per nulla scontato, fra il sostantivo e l’aggettivo: Toniolo può aiutarci concretamente ad articolare bene proprio quest’incrocio. La spiritualità – termine denso e complesso, che accompagna l’intera storia della tradizione cristiana – considera la vita spirituale essenzialmente come vita secondo lo Spirito, frutto di una sintesi armonica capace di coniugare il “minuscolo” dell’esistenza con il “maiuscolo” della fede, ma nello stesso tempo anche d’innalzarsi da un’esperienza individuale e di per sé irripetibile ad un orizzonte più ampio in cui il “singolare” della testimonianza e il “plurale” della comunione entrano in circolo.
La qualifica “laicale” non indica un sottoprodotto della spiritualità, frutto di uno sbilanciamento verso il mondo delle occupazioni “terrene”, dal quale ogni vocazione di vita spirituale finirebbe per essere fatalmente “sporcata”. Con questo pregiudizio la spiritualità finisce per diventare una sorta di calco estrinseco da calare meccanicamente sulla vita “profana”, come se si trattasse di un vestito con il quale abbellire o riscattare una realtà insignificante e opaca; più che un vestito, in realtà, una camicia di forza. Il fatto che il laico cristiano debba trovare una misura di vita cristiana non “nonostante” il mondo ma dentro, attraverso e oltre il mondo non declassa la sua spiritualità; semplicemente, la identifica e la valorizza.
Spiritualità laicale è disegnare una strada: orientata, esigente, stretta e in salita; ma una strada percorribile anche da altri, dove si possa camminare insieme, nella fede e nella responsabilità. Condividere una medesima spiritualità laicale non significa fare le stesse cose: significa, piuttosto, partecipare al concerto della testimonianza con la passione della sinfonia, imparare ad armonizzare le dissonanze e senza accontentarsi di cantare all’unisono. Lungo questa strada, in cui s’incontrano il “maiuscolo” e il “minuscolo”, il “singolare” e il “plurale”, il laico battezzato plasma la sua vocazione: una vocazione immersa nell’ordine temporale ma non sommersa; capace di tenere insieme due avverbi che solitamente siamo portati a considerare come antagonisti: dentro e oltre.
La comunità cristiana ha compiuto un lungo cammino, a livello teologico, pastorale e magisteriale, per ripensare a fondo l’identità del laico battezzato, mettendo in guardia contro ogni atteggiamento di contempus mundi e contro la tentazione ricorrente di uno spiritualismo disincarnato; nonostante ciò, un equivoco di fondo riemerge di continuo: quello che confonde il puro e l’impuro con interiore e l’esteriore, quindi con lo spirituale e l’immateriale. È un’antica idea gnostica, rispetto alla quale i Padri ci hanno costantemente messo in guardia. Come ci ha insegnato anche Agostino, la radice più profonda e insidiosa del male è sempre interiore e, in una certa misura, spirituale: è dentro di noi, spesso, che la guerra ha il sopravvento sulla pace. La battaglia più dura e decisiva si combatte sempre in interiore homine. Prima che in una dimensione puramente esteriore e spaziale, ci si allontana dallo Spirito in un orizzonte interiore, nel quale si decide il rapporto puro o impuro con il mondo esterno. Il vangelo, su questo punto, è inequivocabile: «Non ciò che entra nella bocca rende impuro l'uomo; ciò che esce dalla bocca, questo rende impuro l'uomo!» (Mt 15,11).
Dobbiamo ancora una volta tornare a meditare il capitolo V della Lumen Gentium, dedicato appunto alla “Universale vocazione alla santità nella Chiesa”: “Per loro vocazione – si legge al n. 31 – è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinate condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità”. Cambiano le modalità e le condizioni di vita dentro le quali s’incarna tale vocazione, ma non certo la misura della santità (“santificazione del mondo”!), vale a dire la pienezza della vita cristiana e la perfezione della carità, alla quale tutti siamo chiamati: “È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano" (LG, n. 40).
Tale insegnamento è stato attualizzato dalla Christifideles laici e più recentemente, nel 2005, rilanciato dalla “Lettera ai fedeli laici”, scritta dalla Commissione episcopale per il laicato, dove ci viene ricordato, ancora una volta, che “nella radice battesimale si colloca il fondamento della novità di vita dei cristiani laici. Da qui scaturisce la chiamata alla santità che li riguarda, in quanto ‘abilitati e impegnati a manifestare la santità del loro essere nella santità di tutto il loro operare’ (Christifideles laici, n. 16), come espressione della loro configurazione a Cristo nella ferialità della vita quotidiana” (Fare di Cristo il cuore del mondo, n. 4). Ogni battezzato si trova inserito in modo vitale in un mistero di comunione che trasfigura l’intera esistenza umana; di conseguenza, continuano i vescovi, “la sequela di Cristo e la vita nel mondo, per il laico cristiano, non sono due strade separate – l’una sacra, l’altra profana – da percorrere in parallelo, come esperienze autosufficienti e impermeabili. Sono invece l’espressione di una medesima chiamata alla santità, in cui ogni momento, collegato agli altri, consente la circolazione benefica di un unico flusso di amore, di grazia e di missione” (n. 11).

3. “Soprattutto la sintesi”
La figura di Giuseppe Toniolo, per un verso, è illuminata da questo cammino di crescita di autocoscienza della Chiesa nel valorizzare lo stato di santità laicale; per altro verso, ha contribuito non poco ad accelerare e accreditare questo stesso cammino. In “un tempo terribile e confortante”, com’egli stesso lo definisce, Toniolo ha mostrato nei fatti che “la sequela di Cristo e la vita nel mondo… non sono due strade separate”, consentendo con la limpida coerenza della sua vita quella “circolazione benefica”, come scrivono i vescovi, che riversa le azioni buone di tutti i battezzati nell’unico letto in cui scorre il fiume della fede nella storia. Lo ha fatto non in maniera astratta e senza entrare in una discussione teologica intorno allo statuto del laico, ma testimoniando un equilibrio di fede e vita in cui la sintesi è così alta e contagiosa da trasformarsi in una via percorribile anche da altri. Dentro e oltre la storia.
Riletta in questa prospettiva, la spiritualità laicale di Giuseppe Toniolo ci appare ancor più incisiva e profetica proprio perché vissuta nella ricerca della sintesi, che è una costante della sua vita (“avere in vista soprattutto la sintesi”). Sintesi, prima di tutto, fra azione e contemplazione: banco di prova non solo per una spiritualità monastica (come non ricordare il benedettino ora et labora?), ma anche per un’autentica spiritualità laicale. Ne ha particolarmente bisogno un’epoca come la nostra segnata dalla frammentazione, in cui la testimonianza pubblica della fede oscilla fra atteggiamenti opposti: dalla reazione identitaria, che coltiva disegni di sacralità anacronistica, alla fuga verso un devozionalismo disincarnato, pago di chiudersi in una nicchia protetta, insapore e incolore. Due atteggiamenti contrari e simmetrici, frutto della difficoltà di trovare un equilibrio armonico proprio fra azione e contemplazione: l’azione senza contemplazione produce un attivismo senz’anima, che si lascia prendere la mano dal démone della visibilità e della presenza, finendo per propugnare una sorta di religione senza fede (che è all’origine di innumerevoli conflitti religiosi); la contemplazione senza azione alimenta, al contrario, forme non meno distorte di spiritualismo evasivo e di dualismo quasi schizofrenico fra “interno” ed esterno”, esigenti nelle pratiche di culto e sterili, se non accomodanti nella vita “mondana”.
Giuseppe Toniolo ne era ben consapevole, come emerge in modo chiaro dalle pagine di questo Diario spirituale: “Invano l’azione esteriore torna ordinata e feconda (giusta i disegni della Provvidenza) senza che la preceda e accompagni costantemente la vita interiore, l’esercizio cioè delle virtù intime nella quotidiana riforma di sé”. La sintesi esige un metodo, uno stile, una misura che plasmi dall’interno la vita quotidiana e che in Toniolo sembra riassumersi nella capacità di coniugare in modo vigile e costante il verbo “ordinare”. Un termine non a caso centrale nel lessico conciliare; basterebbe ricordare l’affermazione centrale di Apostolicam Actuositatem: “È compito di tutta la Chiesa aiutare gli uomini affinché siano resi capaci di ben costruire tutto l'ordine temporale e di ordinarlo a Dio per mezzo di Cristo” (n. 7).
Al centro di questa sintesi sta la ricerca di un ordine spirituale, interiore ed esteriore. L’ordine interiore è il risultato di un equilibrio vivo fra vita spirituale e vita morale: la preghiera, personale e comunitaria, trova il suo coronamento nella pratica delle virtù, che Toniolo s’impegna a perseguire “senza limiti assegnabili dal mio volere”; un’espressione di autentica maturità, in quanto riconosce che agli ostacoli prevedibili lungo la vita delle virtù non si debbono aggiungere i limiti che scaturiscono dalla nostra volontà. Nella vita esteriore quest’ordine spirituale si manifesta nella ricerca di un equilibrio secondo “la ragione e la religione”, che aiuti a rispettare una scala di priorità, costruita attraverso il susseguirsi di una serie di cerchi concentrici: dalla famiglia agli allievi, alla Chiesa, al movimento cattolico.
Lo sposo e il padre, come ci ricorda la figlia Teresa, riuniva tutte le domeniche, dopo la Messa, la famiglia insieme alle persone di servizio per ascoltare, insieme alla “spiegazione del Vangelo” anche “una breve meditazione che ci desse il pensiero per tutto il giorno… Alle sei della sera – aggiunge – dovevamo tutti ritirarci in camera per fare un’ora di raccoglimento e di studio; papà ne avrebbe sofferto se non l’avessimo fatto, ed era solito ripeterci: per carità, non vi dissipate”. Meritano di essere particolarmente evidenziati il primato del giorno del Signore e l’invito a temere la dissipazione: l’impegno a plasmare la vita fino a farne il capolavoro dello Spirito non può permettersi l’approssimazione, l’improvvisazione, la casualità. Atteggiamenti che ci guardiamo bene dall’assumere quando ci sta a cuore un risultato materiale e che invece sembrano molto diffusi nella vita spirituale.
Il proposito di operare “nell’ordine interiore ed esteriore con ogni purezza d’intenzione” è esattamente il contrario di una forma di volontarismo: ciò che conta, infatti, è vivere “perfettamente abbandonato nelle braccia del Signore”, a partire da una “confidenza in Dio” che aiuta a conservare “serenità di spirito, anzi allegria, sempre e a qualunque costo”. Tale abbandono è una costante di queste pagine di diario e nasce dal senso dei propri limiti (“Sono un abisso di miseria e di peccati. Questa sola è la mia proprietà: tutto il resto è di Dio”). Un abbandono che diviene obbedienza (“pronta, generosa, cieca, lieta”) alla volontà divina; intesa correttamente, l’obbedienza non è altro un corollario immediato dell’amore (“che cosa è amore, fuorché l’aderire della volontà dell’amante alla volontà dell’amato, sicché di essi due per mezzo della volontà si effettui una ineffabile unione?”).
Un analogo atteggiamento spirituale sorregge quindi l’”ordine degli studi”: è il tema della competenza, che occupa nella regola di vita del cristiano laico la centralità di una vera e propria vocazione. La regola di vita di Giuseppe Toniolo si espande in questa direzione in modo coerente e armonico: “Studiare con semplicità di intelletto e di cuore alla presenza di Dio”, sacrificando i gusti, le curiosità, persino le proprie idee. Oggi questa scala potrebbe essere ulteriormente allungata, soprattutto verso il basso: sacrificare le mire di profitto, le ambizioni, i carrierismi… Toniolo ne è ben consapevole: suoi obiettivi sono la moderazione (“non angustiarmi per la paura del far troppo, per poi finire col far poco o nulla”) e la discrezione (“Dei miei studi compiuti e da compiersi serbare il maggior possibile silenzio”).
E non si può certo dire che questa scelta mortifichi la ricerca scientifica, piegandola a finalità apologetiche improprie. Toniolo consegue la libera docenza misurandosi su un tema di grande attualità: “Dell’elemento etico quale fattore intrinseco delle leggi economiche”. In una cultura economica dominata da forti tendenze liberiste, parlare di un’etica come “intrinseca” all’economia (e non, si potrebbe aggiungere, come una bandiera che l’economia innalza o abbassa a seconda delle convenienze occasionali) suona straordinariamente profetico. È parte di quest’ordine, inoltre, anteporre i “corsi generali di economia” agli “studi speciali”, avendo il massimo riguardo ai “primi principi filosofici”, che vanno sempre accreditati “con fatti storico-statistici e attinenti ad altre scienze, e con una erudizione bibliografica”. Un senso di ordine emana da ogni opera di Toniolo; basterebbe scorrere l’indice del suo Trattato di economia sociale e far tesoro delle parole conclusive dell’introduzione, che presentano “perspicuità, rigore ed ordine” come “testimonianza di verità scientifica”. Insomma, la vocazione battesimale non fa sconti rispetto al dovere della competenza, non assorbe e non sostituisce la vocazione professionale; al contrario, la provoca ad essere esigente e credibile.
Non manca, infine, un’attenzione all’”ordine della vita fisica”, che prevede un sapiente dosaggio fra il tempo del lavoro e quello del riposo, antidoto indispensabile ad ogni forma di stress e di attivismo. Anche su questo punto Toniolo si manifesta molto attento; avverte l’importanza di restare sempre “lieto e scherzoso” e individua un buon mix di doti umane e psicologiche indispensabili per non diventare troppo austeri e scostanti: “zelo, accoppiato a discrezione, a uniformità di carattere, mitezza di forme, giovialità, disinvoltura”.

4. Decidere senza recidere
Una vita spirituale che poggia su pilastri così solidi non può non dare frutti abbondanti, aiutando altresì a entrare nella mischia senza lasciarsi imprigionare nelle beghe degli schieramenti e nelle piccole battaglie di retroguardia. Toniolo guarda lontano, elabora progetti ambiziosi, è capace di grandi visioni programmatiche: Dio al culmine della scienza e della vita sociale, come scrive a Olgiati; un nuovo futuro per la tradizione cristiana, come pure per le tradizioni dei popoli e dell’umanità; un diritto internazionale fondato su una legge morale e giuridica superiore al diritto positivo, come condizione per una civiltà veramente universale.
Questa capacità di “pensare in grande” dilata la testimonianza di Toniolo oltre la contingenza storica del suo tempo, facendole assumere un valore di straordinaria attualità. A cominciare dal suo pensiero: la carità non scade a miope assistenzialismo, grazie una rigorosa analisi storica e scientifica; l’etica accompagna l’economia dall’interno, evitando di ridursi a un moralismo fastidioso e inefficace; la questione sociale è disegnata a partire dal primato della società civile e da un’opzione preferenziale a vantaggio delle “classi inferiori”, trasformandosi in una risposta organica e costruttiva al socialismo e al marxismo; la politica non è posta sotto il segno della rivalsa e della riconquista di spazi perduti, ma è vincolata a un’idea non proceduralista di democrazia, identificata come «ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune”. In questo modo la questione sociale si dilata a vera e propria questione culturale, che scavalca le semplificazioni ideologiche, guarda oltre gli steccati e i conflitti, fa sventolare al di sopra di tutto, in modo convincente e appassionato, il vessillo della pace.
Nello stesso tempo, Toniolo è anche uomo d’iniziativa e di proposta. Lo studioso non si lascia paralizzare dal senso della complessità degli eventi, come spesso avviene a chi non riesce ad avere uno sguardo “lungo”, dentro e oltre la storia. Grazie a questo sguardo, può cogliere il “secolare lavorio” che è alla base del divenire storico, riconoscendo che esso rimanda sempre, oltre ogni andamento contrastato e non lineare alla superficie degli eventi, “alla primitiva unione dell’umano e del divino”, che trova in Cristo, Verbo incarnato, il suo fulcro salvifico e il criterio più profondo di comprensione. Questo rimando al mistero dell’origine orienta in modo coerente anche al fine ultimo, che è il graduale “ricongiungimento dell’umanità alla divinità”.
Il coraggio della decisione comincia, ancora una volta, dal rapporto con Dio, che impegna Toniolo a prendere “risoluzioni irrevocabili” e a metterle per iscritto “come patto solenne che stringo con Dio”. La stessa adesione alla volontà divina come unica via verso la santità assume in queste pagine del suo diario un carattere perentorio, ‘senza se e senza ma’, come si direbbe oggi: “adempiere la santissima di lui volontà, e adempierla assolutamente, troncando fin l’ultimo filo che mi trattiene dal compierla, con straordinario fervore, apertamente, senza revoca, e per sempre, e per questa via farmi santo”. La solennità della promessa va di pari passo con un vivo senso di umiltà, che è la condizione indispensabile per conoscere e adempiere la volontà di Dio; una umiltà non cieca e passiva, ma maturata sul piano della fede, della ragione e dell’esperienza (“dalla religione manifestataci in modo espresso, dalla ragione dimostrata conveniente, dalla esperienza comprovata indispensabile”).
La capacità di assumersi precise responsabilità, impegnandosi in prima persona, comincia qui, dove prende corpo l’intero spettro della vita secondo lo Spirito, trasformandosi quindi in una spinta formidabile, capace di alimentare un volume impressionante d’iniziative di cui Toniolo è protagonista, che nascono puntualmente in risposta a bisogni storici concreti. L’autore di queste intense pagine di diario spirituale è la stessa persona che si mette alla testa del laicato organizzato, come Presidente dell’Unione Popolare; è il teorico e l’organizzatore della Settimana Sociale dei Cattolici; colui che scrive programmi, fonda riviste e associazioni, italiane e internazionali, ponendo le premesse per la nascita dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Chi programma e realizza tante attività dev’essere anche chiamato a decidere, cioè letteralmente a tagliare, a compiere scelte che comportano sempre una riduzione drastica del ventaglio delle possibilità che abbiamo davanti. In uno scenario dominato da polarizzazioni estreme, Toniolo compie scelte di campo chiare, senza diventarne schiavo e senza rompere i ponti con un fronte cattolico meno intransigente e più “conciliatorista”, cercando di costruire ponti e non muri tra “questione romana”, movimento cattolico e questione sociale. In questo modo ci viene offerto un altro messaggio fondamentale per la spiritualità del laico impegnato: decidere senza recidere. Cooperando alla edificazione dell’ordine temporale, il cristiano deve assumersi le sue responsabilità senza mai confondere un legittimo pluralismo nella sfera dell’accidentale e il vincolo irrinunciabile della comunione nella sfera dell’essenziale.

(Testo della mia prefazione a: Giuseppe TONIOLO, Voglio farmi santo, Ave, Roma  2012)


[1] P. Bovati, “Così parla il Signore”. Studi sul profetismo biblico, EDB, Bologna 2008, p. 17.

I miscredenti riflettono di più (???)

Sull'inserto culturale del Corriere della sera di domenica 29 aprile ("Letture", p. 8) Massimo Piattelli Palmarini presenta la ricerca dello psicologo cognitivista Shane Frederick, che ha messo a punto un "Test di riflessione cognitiva".
Il test è stato ripreso nell'ultimo numero della rivista "Cognition", dove si sarebbe accertata una correlazione fra le credenze religiose e la tendenza a rispondere impulsivamente - in modo intuitivo ma errato -  al test. 
"Detto molto semplicemente - spiega l'autore dell'articolo - coloro che hanno una spontanea tendenza a verificare sempre tutto prima di credere e a vagliare bene quanto viene affermato, sono restii ad abbracciare una religione, a credere a fenomeni sovrannaturali, ad essere incuriositi dalle manifestazioni cosiddette paranormali". 
L'accostamento fra fenomeni così diversi è davvero strabiliante. Non verrà in mente a qualcuno che una fede critica in un Dio trascedente possa essere qualcosa di leggermente più serio che credere negli Ufo? 
È stato spesso detto che la differenza fra credenti e non credenti starebbe nel punto interrogativo, che i credenti non userebbero mai (?). Che bello! Una volta tanto accade il contrario; all'articolo in questione il giornale ha dato questo titolo: "I miscredenti riflettono di più". Forse qui un bel punto interrogativo ci sarebbe stato proprio bene! (punto esclamativo).

sabato 28 aprile 2012

Pascal

“Com'è ridicola una ragione che un alito di vento smuove in tutte le direzioni!” 
(Pascal)

mercoledì 25 aprile 2012

La ferita che non rimargina

Per una di quelle circostanze che nulla impedisce di considerare provvidenziali, mi sono imbattuto solo ora nel film diretto da Pavel Lounguine "Ostrov"
Sono rimasto senza fiato. 
È necessario liberarsi dalla frenesia che è ormai una compagna quasi inseparabile della nostra vita e addattarsi al ritmo lento e sognante della narrazione cinematografica, per ritrovarsi immersi in uno scenario sospeso tra cielo e terra, di cui una superba fotografia ci restituisce particolari e paesaggi dal fascino splendido ed enigmatico. 
Ostrov è una sperduta e improbabile isoletta del Mar Bianco, dove si consuma una storia assolutamente unica e irripetibile, nella quale tuttavia ognuno di noi potrebbe rispecchiarsi. Un lontano episodio di guerra ha ferito in modo indelebile la vita di un giovane marinaio russo, accolto da una comunità di monaci ortodossi, dove ben presto diventa una figura bizzarra e affascinante di guaritore, cercato da tutti. 
La sua fede forte e semplice è capace di trasmettere straordinari effetti benefici sulla povera gente che si rivolge a lui, ma la sua vita, condotta in solitudine e in povertà estrema, suscita reazioni contrastanti tra i monaci, in bilico tra la riprovazione dichiarata e una malcelata ammirazione. Eppure padre Anatoly porta con sé una ferita che ritiene quasi imperdonabile e che si trasforma negli anni in un macigno che schiaccia il suo cuore, trasformandolo in una persona burbera e scostante. Solo alla fine, quasi d'incanto, il ghiaccio si scioglie e il cammino della vita approda a una felicità del cuore pienamente ritrovata.
Ognuno di noi ha le sue ferite, di cui gli altri vedono soltanto gli effetti distruttivi sulla nostra vita. Ognuno di noi ha una fede da purificare, una felicità da ritrovare, una grazia da meritare. Il "perdono" è certamente un "dono-per" noi che non possiamo darci da soli, che non possiamo pretendere, che dobbiamo umilmente elemosinare. 
Eppure, c'è sempre una porta interna da aprire, di cui solo noi abbiamo una chiave che non possiamo assolutamente perdere. 
L'ultima porta è quella decisiva, l'ultimo passo quello più difficile. Il peggior nemico di noi stessi siamo quasi sempre proprio noi.


giovedì 19 aprile 2012

Il prezzo della democrazia

Politici di professione decotti, faccendieri spregiudicati, tribuni della plebe assatanati. Questa è una telenovela tutta italiana, che sta ormai avvelenando da qualche decennio la vita politica italiana; quindi anche la vita sociale, economica, personale. Ci manca, certo, la distanza storica, la completezza dell'informazione e la serenità del giudizio per dare una valutazione complessiva di questi ultimi vent'anni, ma non si va molto lontano dal vero se si afferma che dal 1992 ad oggi "tangentopoli" in Italia ha continuato imperterrita e sotto mentite spoglie. 
Ormai il quadro che sta emergendo, dopo il crollo del governo precedente (sarà un caso?), va di gran lunga al di là di qualsiasi immaginazione. Il livello di corruzione è così generalizzato e osceno da lasciare senza fiato. Questa è la crisi di sistema più grave che il nostro Paese sta vivendo dopo la seconda guerra mondiale; più grave, almeno per una serie di motivi: anzitutto perché dimostra che non abbiamo imparato nulla da "Mani pulite", anzi l'abbiamo archiviato allegramente come se si fosse trattato di una parentesi irripetibile; non solo: si è tentato in vari modi di delegittimare quella parte di magistratura che aveva cercato - e sta cercando - di perseguire reati macroscopici e da tempo davanti agli occhi di tutti. 
In secondo luogo, il fenomeno è addirittura cresciuto. Quantitativamente e qualitativamente: non solo è aumentato il volume di affari sporchi, ma è aumentato il giro di soldi pubblici finiti nelle tasche dei privati; basta mettere a confronto gli aministratori dei partiti, finiti nel 1992 nel mirino della magistratura, che si erano prestati a operazioni equivoche per il loro partito, con la tipologia degli amministratori attuali, in molti casi amministratori... solo di se stessi! Il fenomeno poi è cresciuto in tutte le direzioni: nella politica, nello sport, nello spettacolo, nel mondo dei media…
In questa situazione la tentazione più subdola è quella del grande falò purificatore intorno a qualche capro espiatorio, che ci metta la coscienza a posto e ci dia l'illusione che si possa ricominciare da capo, come se niente fosse stato. In realtà, c'è una strada lunga da percorrere, tutti insieme: è quella della moralità e della ricerca del bene comune, della coerenza fra pubblico e privato, dell'educazione, del rilancio delle virtù civili, di una nuova progettualità sociale e politica. Questo Paese deve riaprire un grande dibattito democratico per capire quale futuro desidera, dove vuole andare, con quali strumenti, a quali condizioni.
Una strada lunga e, proprio per questo, da cominciare a percorrere subito. Nel frattempo abbiamo bisogno di bonificare drasticamente la sfera pubblica. 
A livello giudiziario: assicurando alla giustizia i colpevoli di malcostume, in tempi rapidi e con metodi trasparenti.
A livello politico: bonificando tutto il sottobosco verminoso che ha ammorbato l'aria, quasi sempre con la complicità di chi stava in giacca e cravatta in primo piano, lasciando a qualche comparsa il lavoro sporco.
A livello culturale: cominciando a demistificare impietosamente il vuoto di idee (se non addirittura la malafede) di chi ha delegittimato le istituzioni, ostentato e celebrato il guadagno facile, cannibalizzato la sfera pubblica screditando la partecipazione democratica, tollerando (se non incentivando) l'evasione fiscale, strizzando l'occhiolino agli arrivisti più spregiudicati, imbarcando i personaggi più loschi e improbabili pur di continuare a stare a galla.
Dobbiamo mettere fine una volta per tutte all'epoca del politico (im)puro, che occupa per decenni le istituzioni, arrivando alla fine a gestirle come una proprietà privata. Se il diritto di soggiorno per un straniero richiede la garanzia di un lavoro stabile, a maggior ragione il diritto di soggiorno in parlamento non dovrebbe essere ugualmente subordinato a un lavoro che possa essere lasciato solo per brevi periodi.
Non abbiamo altra strada. Se il politico puro diventa sempre, prima o poi, impuro, non resta che operare una rivoluzione copernicana: dalla politica che diventa professione, alla professione che diventa politica. La politica non è una professione, è la serietà della professione che in sé deve avere peso politico.
Dopo tangentopoli abbiamo assistito a una fase in cui sono usciti allo scoperto tutti i faccendieri che prima stavano dietro le quinte. In questo avvicendamento ne abbiamo viste di tutti i colori e purtoppo ci sono voluti vent'anni per capirlo: sfaccendati arrivisti, qualunquisti mitomani, mestatori, profittarori  e ricattatori di tutte le risme. 
Non commettiamo oggi un altro errore: non lasciamo che oggi siano i tribuni della plebe a prendere in mano lo scettro. La storia, ancora una volta, dovrebbe insegnarci qualcosa: tutte le volte che ci siamo affidati a un capopopolo che prometteva la luna screditando la politica, ci siamo ritrovati immancabilmente seduti su un mucchio di macerie.



sabato 14 aprile 2012

Generazioni in dialogo tra “solventi” e “collanti”


Nel suo ultimo libro, significativamente intitolato Insieme (Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, Feltrinelli, 2012), Richard Sennett parla di una dote sociale preziosa, che oggi rischia di essere smarrita: la capacità di collaborare, intendendola come “uno scambio in cui i partecipanti traggono vantaggio dall'essere insieme” (p. 15). La collaborazione suppone sensibilità nei confronti degli altri, capacità di ascolto, applicazione pratica di tale sensibilità nel lavoro e nella collettività. Secondo Sennett, invece, “il desiderio di neutralizzare la differenza, di addomesticarla, nasce... dall'angoscia tutta moderna per la differenza, un'angoscia che si interseca con l'economia della cultura consumistica globalizzata. Uno dei suoi effetti è quello di indebolire l'impulso a collaborare con coloro che rimangono irriducibilmente Altro da noi” (p. 19). Il risultato di tale impoverimento relazionale è il tribalismo, che “abbina la solidarietà per l'altro simile a me con l'aggressività contro il diverso da me” (p. 14).
“Life is now” e “Tutto intorno a te” sono due slogan pubblicitari di grande successo, non a caso orientati a conquistare il “mercato” giovanile, che ammiccano al sogno dell’autonomia assoluta: la vita è una giostra al servizio del nostro narcisismo; un frutto da cogliere e mangiare immediatamente; un prodotto usa-e-getta, effimero e deperibile, che non ci si può attardare a condividere. Introducendo una piccola correzione alla fortunata (e abusata) metafora della liquidità, coniata da Bauman, si potrebbe parlare di questi slogan come di due formidabili “solventi”, a fronte di una capacità di collaborare, e quindi vivere insieme, che dev’essere considerata, al contrario, come un “collante”. Dahrendorf ci ha insegnato a riconoscere e promuovere le “chances di vita” di una società come frutto di un equilibrio ottimale e dinamico fra “legature” e “opzioni”, cioè fra un tessuto storico di legami condivisi e una paniere di inalienabili libertà personali; il bilanciamento fra questi due aspetti è un compito delicato e irrinunciabile: società troppo legate – come quelle antiche – mortificano le libertà individuali, mentre una società troppo slegata – come la nostra – rischia l’anomia. È vero: oggi troppi solventi vengono sistematicamente iniettati nelle vene profonde che alimentano il nostro “essere insieme”.
L’emergenza relativa al tema “Lavoro e generazioni”, segnalata da Pier Luigi Celli, non fa eccezione a questo paradigma culturale che si va affermando. La gloriosa semantica dell’apprendistato, luogo culturale straordinario in cui hanno preso forma le creazioni migliori della tradizione italiana, dall’arte all’artigianato (non casualmente accomunate nell’etimologia), ce lo ricorda: il lavoro ha bisogno di un volano intergenerazionale capace di mediare le differenze, farle incontrare, dialogare, collaborare. Certo, non possiamo riproporre materialmente il modello rinascimentale della “bottega”, ma possiamo riqualificarlo culturalmente: c’è una “bottega” ideale del lavoro che è condizione necessaria (anche se non sufficiente) per ricostituire il paradigma della capacità di collaborare, dove si possa sperimentare giorno dopo giorno, insieme, il senso di una storia condivisa, sempre in bilico fra memoria e progetto, e realizzare un equilibrio buono fra competizione e cooperazione: esattamente il contrario di “Life is now” e “Tutto intorno a te”.
Certamente siamo in presenza di una questione molto complessa, nella quale convergono problemi più generali di ordine non solo congiunturale e – ahimè – si scaricano con perversi effetti sistemici ritardi, inadempienze, miopie. Tuttavia ogni appello alla complessità può avere un effetto paralizzante e produrre un circolo vizioso in cui senso di impotenza e voglia di mollare si potenziano reciprocamente. Non possiamo dimenticare, del resto, che il macro “comincia” sempre nel micro e non dobbiamo permettere che, alla fine, finisca per cannibalizzarlo. Per questo, anche un’iniziativa “micro” come la Fondazione “Lavoroperlapersona”, così coraggiosamente in controtendenza, può rappresentare un contributo prezioso per alimentare la riserva dei “collanti” sociali e riequilibrare l’egemonia micidiale dei “solventi”.

(testo pubblicato online:  http://www.lavoroperlapersona.it/?p=852 )

sabato 7 aprile 2012

La passione del Signore nelle visioni di Anna Katharina Emmerick

«"Fatelo morire! Crocifiggetelo!".
Per imporre il silenzio, e continuare a parlare al popolo, Pilato faceva suonare una tromba. Allora sulla piazza si udivano solo le sue parole, accompagnate dall'orribile sibilo della frusta e dei gemiti del Signore, come anche dalle imprecazioni degli ebbri carnefici.
Particolare commozione suscitavano i belati lamentosi degli agnelli pasquali mentre venivano lavati nella Piscina delle Pecore; il loro innocente belato si confondeva con i lamenti di Gesù» (p. 105)
***
«Il Signore concludeva nelle tenebre più scure la sua missione umana, in intimità di preghiera con il suo Padre celeste. Lo pregava con amore raccomandandogli i suoi nemici, mentre recitava i salmi che andavano compiendosi. Egli patì l'angoscia più profonda, come un povero uomo privato di ogni consolazione umana e divina. Quando la fede, la carità e la speranza restano vuote e spoglie nel deserto della prova, questo dolore è inesprimibile.
Abbandonato completamente nell'oscurità più fitta, Gesù donò se stesso e tutti i suoi infiniti meriti per noi peccatori, affinché non dovessimo più discendere soli nella notte interiore» (p. 157)
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«Tutte le bende che lo avvolgevano caddero da parte, così che le sue piaghe, le infermità e tutti i suoi dolori furono riconosciuti anche esteriormente. A quella vista le anime dei padri furono prese da un'indicibile riverenza, sembravano tremare e piangere di compassione.
In quel momento la roccia del sepolcro tremò. Le tre guardie che vegliavano caddero al suolo e persero conoscenza. Cassio percepì subito l'evento straordinario...» (pp. 183-184)
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(La passione del Signore nelle visioni di Anna Katharina Emmerick, a cura di V. Noja, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004)

venerdì 6 aprile 2012

Lo tsunami italiano




È ora di fare 1+1+1… Anzi, sarebbe piuttosto tardi. 
Il letame che sta venendo in superficie con lo scandalo dei finanziamenti pubblici (prima la Margherita, poi - cosa molto più grave - la Lega Nord) supera ogni immaginazione, persino la più perfida e pessimistica. Sotto la volgarità esibita e il nulla culturale del partito dei "duri e puri" c'era ancora di peggio: cinismo, arroganza, incoscienza. La presunzione di essere al di sopra della legge, di avere una garanzia di totale impunibilità in cambio di un'alleanza politica inossidabile, è qualcosa che fa rabbrividire. Nemmeno lo sfacelo di una corte da basso impero, forse, era arrivato a tanto.
Sul piano politico è semplicemente sbalorditivo che sui partiti si sia continuato a riversare, nonostante il referendum del 1993 seguito dalla reintroduzione dei rimborsi elettorali nel 1994, una valanga di soldi senza alcun controllo; talmente tanti soldi, da trasformare i tesorieri in veri e propri re Mida, capaci di dar vita al più incredibile repertorio speculativo. Anche senza arrivare alla corruzione, ci sarebbe molto da dire persino sulle leggi varate alla luce del sole (?): ad esempio, per quale recondita ragione gli ex presidenti delle camere debbono godere di una segreteria a vita? Quale uso ne avrà fatto negli ultimi 18 anni la Presidente Pivetti, che si è affrettata ad annunciare un ricorso contro la norma che riduce timidamente a 10 anni tale benefit?
Paradossalmente le forze politiche nate da Tangentopoli si sono rivelate capaci di fare peggio, molto peggio delle precedenti. Dopo tanta insistenza sulla "necessità" di impedire le intercettazione telefoniche, viene il sospetto che forse - non casualmente - solo adesso si può incominciare davvero a scoperchiare la pentola.
Purtroppo, però, se si volge lo sguardo altrove, lo scenario non cambia molto: funzionari corrotti, industriali e professionisti disonesti, calciatori specializzati nel fare autogol; per non parlare del mondo dell'informazione e dello spettacolo… Come se non bastasse, ci si mettono anche alcuni sacerdoti nella Chiesa; pochissimi, per fortuna, ma non è una gran consolazione.
Viene proprio da chiedersi: ma che paese stiamo diventando? È il caso di dire "stiamo", perché un sistema consolidato e pervasivo di corruzione come questo non può stare in piedi senza una complicità sociale, diretta e indiretta. Anche l'indifferenza è una forma di complicità.
Com'è possibile aver legittimato, avallato, osannato per anni una classe politica che si è rivelata una nullità, capace solo di alzare la voce e strappare l'applauso, promettendo cieli nuovi e terra nuova, mentre il loro retrobottega si affollava di nani e ballerine?
Non ci sono i politici senza gli elettori, non ci sono i divi senza i fans, non ci sono i calciatori senza i tifosi.
È questo uno dei rari casi in cui uno tsunami può dirsi davvero provvidenziale. Purché però non serva ad accreditare nuovi tribuni della plebe, che ne approfittino per avere da noi un'altra delega in bianco. Niente più deleghe in bianco. I moduli (e la pazienza) sono finiti.

domenica 1 aprile 2012

La catastrofe e il voltafaccia

Il tempo pasquale ripropone un mistero straordinario in cui l'eterno duello tra la vita e la morte è vinto per sempre dall'amore in favore della vita. In una manciata di giorni si consuma il più formidabile concentrato di grazia e di tradimento che la storia abbia mai ricordato. 
A un certo punto, gli eventi precipitano e per il Nazareno arriva la catastrofe: al dono infinito del suo amore, quasi tutti - amici e nemici - rispondono scendendo fino all’ultimo gradino la scala che conduce verso l’abisso diabolico del male. Siamo posti dinanzi al  repertorio peggiore di cui è capace un potere marcio, che detiene in ostaggio i suoi schiavi: insinuazioni, minacce, rivalità. 
I vangeli ci riportano un’intera galleria di dichiarazioni ispirate ad un’ipocrisia indecente: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo» (Gv 18,14);  «Non abbiamo altro re che Cesare» (Gv 19,15); «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui» (Mt 27,42).

Tre voltafaccia, in particolare, mi colpiscono.
 Anzitutto, quello del popolo: basta appena una settimana per passare dagli “Hosanna” al “Crucifige”. Entusiasmo e abiezione sono parenti stretti. Non è la prima volta, una storia che si ripete. Ma un’oscillazione così rapida e profonda non si era mai vista. Il profeta in cui erano state riposte tante speranze merita di prendere il posto di un terrorista.  
Poi il voltafaccia dei suoi amici più fedeli. Erano stati testimoni privilegiati di eventi inimmaginabili, che avevano cambiato completamente la loro vita. Eppure, prima non riescono a condividere l’angoscia del Maestro, rispondendo con il loro sonno allo strazio della sua preghiera. Poi la fuga, nella notte del tradimento e della cattura. 
Infine Pietro che rinnega tutto: una vera e propria sconfessione, che è letteralmente il contrario della confessione di fede, in cui tante volte si era impegnato. Non un atto istintivo, come la fuga, ma qualcosa di ripetuto e di prevedibile dinanzi alla messa in guardia del Maestro.
In terzo luogo, il voltafaccia di Pilato, più diplomatico e sfumato, ma non meno ripugnante. Il suo colloquio con Gesù è come se si svolgesse su piani diversi, lasciando trasparire due modi incompatibili d’intendere l’autorità. Quando vede che il proprio potere è messo sotto pressione, prima di mollare il condannato al suo destino, Pilato cerca invano di rifugiarsi in un neutralismo agnostico («Che cos’è la verità?» [Gv 18,38]) e disimpegnato («Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!» [Mt 27,24]). Egli non si capacita di avere davanti a sé una vittima che non reagisce né con fierezza orgogliosa né con sottomissione servile, come dovrebbe fare chiunque si trovi di fronte al pericolo della pena capitale. Non immagina nemmeno che possa esserci un’autorità superiore al potere di vita o di morte: «Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?» (Gv 19,10).
 
Tre diversi voltafaccia nel momento della catastrofe del Golgota: il primo dettato dalla leggerezza e dalla volubilità; il secondo dettato dalla paura, anzi dal panico; il terzo dettato dal calcolo cinico di cui il potere ha bisogno per potersi mantenere.
L’amore che non arretra e che anzi è disposto a morire per un'umanità capace di tradimenti così odiosi, sempre in bilico fra la crudeltà più perfida e la mediocrità più insignificante, non può che essere infinito.