sabato 14 aprile 2012

Generazioni in dialogo tra “solventi” e “collanti”


Nel suo ultimo libro, significativamente intitolato Insieme (Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, Feltrinelli, 2012), Richard Sennett parla di una dote sociale preziosa, che oggi rischia di essere smarrita: la capacità di collaborare, intendendola come “uno scambio in cui i partecipanti traggono vantaggio dall'essere insieme” (p. 15). La collaborazione suppone sensibilità nei confronti degli altri, capacità di ascolto, applicazione pratica di tale sensibilità nel lavoro e nella collettività. Secondo Sennett, invece, “il desiderio di neutralizzare la differenza, di addomesticarla, nasce... dall'angoscia tutta moderna per la differenza, un'angoscia che si interseca con l'economia della cultura consumistica globalizzata. Uno dei suoi effetti è quello di indebolire l'impulso a collaborare con coloro che rimangono irriducibilmente Altro da noi” (p. 19). Il risultato di tale impoverimento relazionale è il tribalismo, che “abbina la solidarietà per l'altro simile a me con l'aggressività contro il diverso da me” (p. 14).
“Life is now” e “Tutto intorno a te” sono due slogan pubblicitari di grande successo, non a caso orientati a conquistare il “mercato” giovanile, che ammiccano al sogno dell’autonomia assoluta: la vita è una giostra al servizio del nostro narcisismo; un frutto da cogliere e mangiare immediatamente; un prodotto usa-e-getta, effimero e deperibile, che non ci si può attardare a condividere. Introducendo una piccola correzione alla fortunata (e abusata) metafora della liquidità, coniata da Bauman, si potrebbe parlare di questi slogan come di due formidabili “solventi”, a fronte di una capacità di collaborare, e quindi vivere insieme, che dev’essere considerata, al contrario, come un “collante”. Dahrendorf ci ha insegnato a riconoscere e promuovere le “chances di vita” di una società come frutto di un equilibrio ottimale e dinamico fra “legature” e “opzioni”, cioè fra un tessuto storico di legami condivisi e una paniere di inalienabili libertà personali; il bilanciamento fra questi due aspetti è un compito delicato e irrinunciabile: società troppo legate – come quelle antiche – mortificano le libertà individuali, mentre una società troppo slegata – come la nostra – rischia l’anomia. È vero: oggi troppi solventi vengono sistematicamente iniettati nelle vene profonde che alimentano il nostro “essere insieme”.
L’emergenza relativa al tema “Lavoro e generazioni”, segnalata da Pier Luigi Celli, non fa eccezione a questo paradigma culturale che si va affermando. La gloriosa semantica dell’apprendistato, luogo culturale straordinario in cui hanno preso forma le creazioni migliori della tradizione italiana, dall’arte all’artigianato (non casualmente accomunate nell’etimologia), ce lo ricorda: il lavoro ha bisogno di un volano intergenerazionale capace di mediare le differenze, farle incontrare, dialogare, collaborare. Certo, non possiamo riproporre materialmente il modello rinascimentale della “bottega”, ma possiamo riqualificarlo culturalmente: c’è una “bottega” ideale del lavoro che è condizione necessaria (anche se non sufficiente) per ricostituire il paradigma della capacità di collaborare, dove si possa sperimentare giorno dopo giorno, insieme, il senso di una storia condivisa, sempre in bilico fra memoria e progetto, e realizzare un equilibrio buono fra competizione e cooperazione: esattamente il contrario di “Life is now” e “Tutto intorno a te”.
Certamente siamo in presenza di una questione molto complessa, nella quale convergono problemi più generali di ordine non solo congiunturale e – ahimè – si scaricano con perversi effetti sistemici ritardi, inadempienze, miopie. Tuttavia ogni appello alla complessità può avere un effetto paralizzante e produrre un circolo vizioso in cui senso di impotenza e voglia di mollare si potenziano reciprocamente. Non possiamo dimenticare, del resto, che il macro “comincia” sempre nel micro e non dobbiamo permettere che, alla fine, finisca per cannibalizzarlo. Per questo, anche un’iniziativa “micro” come la Fondazione “Lavoroperlapersona”, così coraggiosamente in controtendenza, può rappresentare un contributo prezioso per alimentare la riserva dei “collanti” sociali e riequilibrare l’egemonia micidiale dei “solventi”.

(testo pubblicato online:  http://www.lavoroperlapersona.it/?p=852 )

1 commento:

  1. Ogni volta che la leggo professore,riesce a dare un'analisi ed anche una sintesi quanto mai originale. La nostra non rischia di essere una generazione "liquida" ma quasi "evaporata" o almeno rarefatta rispetto a sè e agli altri,perchè mancante della propria identità.

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