giovedì 19 aprile 2012

Il prezzo della democrazia

Politici di professione decotti, faccendieri spregiudicati, tribuni della plebe assatanati. Questa è una telenovela tutta italiana, che sta ormai avvelenando da qualche decennio la vita politica italiana; quindi anche la vita sociale, economica, personale. Ci manca, certo, la distanza storica, la completezza dell'informazione e la serenità del giudizio per dare una valutazione complessiva di questi ultimi vent'anni, ma non si va molto lontano dal vero se si afferma che dal 1992 ad oggi "tangentopoli" in Italia ha continuato imperterrita e sotto mentite spoglie. 
Ormai il quadro che sta emergendo, dopo il crollo del governo precedente (sarà un caso?), va di gran lunga al di là di qualsiasi immaginazione. Il livello di corruzione è così generalizzato e osceno da lasciare senza fiato. Questa è la crisi di sistema più grave che il nostro Paese sta vivendo dopo la seconda guerra mondiale; più grave, almeno per una serie di motivi: anzitutto perché dimostra che non abbiamo imparato nulla da "Mani pulite", anzi l'abbiamo archiviato allegramente come se si fosse trattato di una parentesi irripetibile; non solo: si è tentato in vari modi di delegittimare quella parte di magistratura che aveva cercato - e sta cercando - di perseguire reati macroscopici e da tempo davanti agli occhi di tutti. 
In secondo luogo, il fenomeno è addirittura cresciuto. Quantitativamente e qualitativamente: non solo è aumentato il volume di affari sporchi, ma è aumentato il giro di soldi pubblici finiti nelle tasche dei privati; basta mettere a confronto gli aministratori dei partiti, finiti nel 1992 nel mirino della magistratura, che si erano prestati a operazioni equivoche per il loro partito, con la tipologia degli amministratori attuali, in molti casi amministratori... solo di se stessi! Il fenomeno poi è cresciuto in tutte le direzioni: nella politica, nello sport, nello spettacolo, nel mondo dei media…
In questa situazione la tentazione più subdola è quella del grande falò purificatore intorno a qualche capro espiatorio, che ci metta la coscienza a posto e ci dia l'illusione che si possa ricominciare da capo, come se niente fosse stato. In realtà, c'è una strada lunga da percorrere, tutti insieme: è quella della moralità e della ricerca del bene comune, della coerenza fra pubblico e privato, dell'educazione, del rilancio delle virtù civili, di una nuova progettualità sociale e politica. Questo Paese deve riaprire un grande dibattito democratico per capire quale futuro desidera, dove vuole andare, con quali strumenti, a quali condizioni.
Una strada lunga e, proprio per questo, da cominciare a percorrere subito. Nel frattempo abbiamo bisogno di bonificare drasticamente la sfera pubblica. 
A livello giudiziario: assicurando alla giustizia i colpevoli di malcostume, in tempi rapidi e con metodi trasparenti.
A livello politico: bonificando tutto il sottobosco verminoso che ha ammorbato l'aria, quasi sempre con la complicità di chi stava in giacca e cravatta in primo piano, lasciando a qualche comparsa il lavoro sporco.
A livello culturale: cominciando a demistificare impietosamente il vuoto di idee (se non addirittura la malafede) di chi ha delegittimato le istituzioni, ostentato e celebrato il guadagno facile, cannibalizzato la sfera pubblica screditando la partecipazione democratica, tollerando (se non incentivando) l'evasione fiscale, strizzando l'occhiolino agli arrivisti più spregiudicati, imbarcando i personaggi più loschi e improbabili pur di continuare a stare a galla.
Dobbiamo mettere fine una volta per tutte all'epoca del politico (im)puro, che occupa per decenni le istituzioni, arrivando alla fine a gestirle come una proprietà privata. Se il diritto di soggiorno per un straniero richiede la garanzia di un lavoro stabile, a maggior ragione il diritto di soggiorno in parlamento non dovrebbe essere ugualmente subordinato a un lavoro che possa essere lasciato solo per brevi periodi.
Non abbiamo altra strada. Se il politico puro diventa sempre, prima o poi, impuro, non resta che operare una rivoluzione copernicana: dalla politica che diventa professione, alla professione che diventa politica. La politica non è una professione, è la serietà della professione che in sé deve avere peso politico.
Dopo tangentopoli abbiamo assistito a una fase in cui sono usciti allo scoperto tutti i faccendieri che prima stavano dietro le quinte. In questo avvicendamento ne abbiamo viste di tutti i colori e purtoppo ci sono voluti vent'anni per capirlo: sfaccendati arrivisti, qualunquisti mitomani, mestatori, profittarori  e ricattatori di tutte le risme. 
Non commettiamo oggi un altro errore: non lasciamo che oggi siano i tribuni della plebe a prendere in mano lo scettro. La storia, ancora una volta, dovrebbe insegnarci qualcosa: tutte le volte che ci siamo affidati a un capopopolo che prometteva la luna screditando la politica, ci siamo ritrovati immancabilmente seduti su un mucchio di macerie.



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