domenica 1 aprile 2012

La catastrofe e il voltafaccia

Il tempo pasquale ripropone un mistero straordinario in cui l'eterno duello tra la vita e la morte è vinto per sempre dall'amore in favore della vita. In una manciata di giorni si consuma il più formidabile concentrato di grazia e di tradimento che la storia abbia mai ricordato. 
A un certo punto, gli eventi precipitano e per il Nazareno arriva la catastrofe: al dono infinito del suo amore, quasi tutti - amici e nemici - rispondono scendendo fino all’ultimo gradino la scala che conduce verso l’abisso diabolico del male. Siamo posti dinanzi al  repertorio peggiore di cui è capace un potere marcio, che detiene in ostaggio i suoi schiavi: insinuazioni, minacce, rivalità. 
I vangeli ci riportano un’intera galleria di dichiarazioni ispirate ad un’ipocrisia indecente: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo» (Gv 18,14);  «Non abbiamo altro re che Cesare» (Gv 19,15); «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui» (Mt 27,42).

Tre voltafaccia, in particolare, mi colpiscono.
 Anzitutto, quello del popolo: basta appena una settimana per passare dagli “Hosanna” al “Crucifige”. Entusiasmo e abiezione sono parenti stretti. Non è la prima volta, una storia che si ripete. Ma un’oscillazione così rapida e profonda non si era mai vista. Il profeta in cui erano state riposte tante speranze merita di prendere il posto di un terrorista.  
Poi il voltafaccia dei suoi amici più fedeli. Erano stati testimoni privilegiati di eventi inimmaginabili, che avevano cambiato completamente la loro vita. Eppure, prima non riescono a condividere l’angoscia del Maestro, rispondendo con il loro sonno allo strazio della sua preghiera. Poi la fuga, nella notte del tradimento e della cattura. 
Infine Pietro che rinnega tutto: una vera e propria sconfessione, che è letteralmente il contrario della confessione di fede, in cui tante volte si era impegnato. Non un atto istintivo, come la fuga, ma qualcosa di ripetuto e di prevedibile dinanzi alla messa in guardia del Maestro.
In terzo luogo, il voltafaccia di Pilato, più diplomatico e sfumato, ma non meno ripugnante. Il suo colloquio con Gesù è come se si svolgesse su piani diversi, lasciando trasparire due modi incompatibili d’intendere l’autorità. Quando vede che il proprio potere è messo sotto pressione, prima di mollare il condannato al suo destino, Pilato cerca invano di rifugiarsi in un neutralismo agnostico («Che cos’è la verità?» [Gv 18,38]) e disimpegnato («Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!» [Mt 27,24]). Egli non si capacita di avere davanti a sé una vittima che non reagisce né con fierezza orgogliosa né con sottomissione servile, come dovrebbe fare chiunque si trovi di fronte al pericolo della pena capitale. Non immagina nemmeno che possa esserci un’autorità superiore al potere di vita o di morte: «Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?» (Gv 19,10).
 
Tre diversi voltafaccia nel momento della catastrofe del Golgota: il primo dettato dalla leggerezza e dalla volubilità; il secondo dettato dalla paura, anzi dal panico; il terzo dettato dal calcolo cinico di cui il potere ha bisogno per potersi mantenere.
L’amore che non arretra e che anzi è disposto a morire per un'umanità capace di tradimenti così odiosi, sempre in bilico fra la crudeltà più perfida e la mediocrità più insignificante, non può che essere infinito.

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