martedì 15 maggio 2012

Cremonini, Pascal e... il futuro dell'Europa

Almeno su un punto credo che Pascal avesse ragione: il "chiaroscuro della politica", in cui la forza si traveste di giustizia e la ragione sperimenta tutta la sua impotenza dinanzi alle dissimulazioni dell'amor proprio, non potrà mai essere definitivamente vinto dalla promessa cartesiana di idee chiare e distinte. La tentazione della semplificazione ideologica, sempre in agguato, rischia di diventare accecante quando le vicende storiche, dalle quali dipende la vita di milioni di persone, si fanno particolarmente drammatiche. Da una parte e dall'altra.
È in ballo il futuro dell'Europa e ci troviamo dinanzi a due visioni del tutto opposte: visioni semplificate, appunto, che si combattono con le armi del potere mediatico e della retorica.

Da una parte c'è la retorica (europea?) del rigore economico: i Greci per anni sono state cicale, i loro governi hanno addirittura truccato sfacciatamente i conti. Hanno chiesto un aiuto, si sono sono presi degli impegni, hanno ricevuto dei soldi. Ora il paese è in balìa di forze che continuano a dare informazioni distorte, imputando i sacrifici all'egemonia dei poteri finanziari forti che dominerebbero in Europa. Pensano di continuare ad andare avanti così, quasi che non siano proprio loro, per primi, ad avere bisogno di sacrifici. Non possono continuare ad esigere crediti alle loro condizioni, pensando - sotto sotto - che non potrà esserci un'Europa senza Omero, la polis, la filosofia e i giochi olimpici. In realtà, con Omero, la polis, la filosofia e le olimpiadi loro non c'entrano più nulla. No, chi si rifiuta di presidiare i conti scambiandoli per una imposizione esterna, deve sbattere con la dura realtà. Solo così potrà capire.

Dall'altra parte c'è la retorica (nazionale?) dell'autonomia della politica: l'Europa nasce da un grande disegno politico, fondato un unico progetto comune; non può essere lasciata in mano ai burocrati, ai ragionieri e ai mercanti. Non si può strozzare il paese più debole per fare gli interessi del paese più forte: è questa l'Europa che vogliamo? Non capite che se mollate la Grecia, comincerete a discendere il primo gradino di una resa alla logica dei mercati, dopo il quale dovrete percorrerli tutti, uno dopo l'altro, fino alla dissoluzione dell'idea stessa di una comunità di popoli e di nazioni? La politica si fonda sulla solidarietà, non sul profitto. Prestare fede alla borsa significa diventarne complici. È giunto il momento che la politica si riprenda i propri spazi: se il quadro elettorale non è chiaro, si torni alle urne finché non emerga una volontà popolare inequivocabile. Il potere spetta al popolo, non ai vincoli di bilancio.
 
In una lettera del 29 luglio 1611 indirizzata a Galileo, Il filosofo averroista Cesare Cremonini motivò così il proprio rifiuto di guardare nel cannocchiale: "quel mirare per quegli occhiali m'imbalordiscon la testa: basta, non ne voglio saper altro". A volte, il rifiuto ideologico di fare i conti (appunto!) con le leggi dell'economia assomiglia un po' all'atteggiamento di Cremonini. SI potrebbe, però, anche rovesciare il discorso: il riifuto di staccare gli occhi dal canocchiale per guardare in faccia le persone e provare a condividere le loro concrete condizioni di vita è, probabilmente, altrettanto, ideologico.
Che fare allora?
Quando la situazione precipita e ci sentiamo un po' tutti angosciati e disorientati, due sono i pericoli più gravi dai quali forse dobbiamo guardarci: illudersi che nello sfacelo generale ognuno si possa salvare facendo i propri interessi e rifugiarsi in qualche ideologia rassicurante e mistificatrice. Al contrario, due potrebbero essere le prime mosse, senza le quali ogni partita è persa in partenza: tornare ad appassionarsi al bene comune e ricominciare a ragionare.


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