mercoledì 9 maggio 2012

Il buco nero del suicidio





“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”   
(A. Camus)


"Tra noi e l’inferno o il cielo, c’è di mezzo solo la vita, che è la cosa più fragile del mondo" 
(B. Pascal)



In questi giorni postelettorali, persino i suicidi diventano merce di lotta politica, da mimetizzare o sbandierare a seconda delle opportunità. Il modo peggiore per liberarci da qualsiasi senso di colpa, per dire che noi non c'entriamo nulla.
Invece è proprio il caso di guardare in faccia quei volti insanguinati, tumefatti, irriconoscibili. Volti che non potranno più sorridere, mani che non potranno più stringere altre mani. Una biografia spezzata. Una relazione interrotta. Il pianto di chi resta di fronte al silenzio di chi non c'è più.
Un mistero insondabile, che nessuno deve profanare: il mistero di un volo interrotto e insanguinato.
È davvero incredibile: nelle corsie degli ospedali c'è chi combatte una battaglia durissima per strappare alla morte una vita che si è fatta sempre più fragile, un cristallo che sta per spezzarsi. Nello stesso tempo c'è chi decide di farla finita: chi non ce la fa, chi è solo, chi si sente fallito. 
Abbondano le cure per le malattie, scarseggia la Cura per la Vita. 
La questione va al di là del caso singolo e deve suscitare una domanda più profonda, che investe il nostro modo di vivere e di pensare. 
Ci sono almeno tre "categorie" di suicidi (si potrà dire così?) che dovrebbero toglierci il sonno. 

I kamikaze. Quasi sempre giovani, giovanissimi. Gasati da una ideologia che pesa più della vita, che si traduce in un atto di accusa indiscriminato verso gli "altri". Diciamoci la verità: negli attentati terroristici, c'interessa veramente la vita del kamikaze? O piuttosto siamo interessati solo alle "nostre" vittime? Anche a noi, come a lui, non interessano gli "altri".

I malati gravi. È il grande capitolo dell'eutanasia: se debbo morire, perché continuare a vivere? Perché me lo impedite? Perché non mi aiutate? Eppure, quasi sempre,  quel "Voglio morire" suona come un vero e proprio atto di accusa: "Mi avete lasciato solo, non ce la faccio, non voglio soffrire così, non voglio sentirmi un oggetto…"

I disperati. Chi non ce la fa a pagare un debito, chi si sente schiacciato, chi ha perso il gusto del futuro. Vorrebbe gridare la sua protesta, ma non ha megafoni, non ha più voce. Non gli rimane che mettere sul piatto della bilancia tutto quello che gli resta. Era la cosa più preziosa, ma anche la più fragile del mondo.

In tutti e tre i casi non abbiamo a che fare con eventi privati, che non ci riguardano. Con loro muore una parte di noi, viene ferita una radice profonda della nostra comune umanità.
C'è un'ideologia libertaria, sbandierata continuamente nei salotti che contano, secondo la quale la volontà di morire è un atto insindacabile, che dobbiamo sempre rispettare e mai ostacolare. C'è semplicemente un pulsante da schiacciare, perché volete intromettervi? 
Eppure tutti questi suicidi sono il più duro e implacabile atto di accusa nei confronti di quel modo di pensare: semplicistico fino all'insignificanza, individualistico fino alla solitudine, egoistico fino al cinismo. Lui vuole così, perché intromettersi?
Davanti a questi suicidi non riesco ad accettare l'idea che si è semplicemente esercitato un diritto. Sento, piuttosto, che è accaduta una tragedia che si poteva e doveva evitare: qualcuno è stato lasciato solo e ha lanciato l'ultimo grido con quello che gli rimaneva in gola. La cosa più fragile del mondo. Non sento proprio di poter dire che dobbiamo passivamente assistere all'esercizio di un atto di libertà; che addirittura lo dobbiamo teorizzare. 
No. Mi sento complice. Complice di un gigantesco, mostruoso, intollerabile atto di egoismo collettivo. 
Forse molti muoiono così perché tutti noi, in misura diversa, abbiamo cominciato - da tempo - a morire un po' dentro.

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