sabato 26 maggio 2012

La mia Chiesa: deludente e magnifica

Non credo che qualcuno possa rallegrarsi per quanto oggi sta accadendo nella Chiesa. Abbiamo tutti - credo - solo motivi per rattristarci, anche se, come accade in ogni famiglia, i rapporti di prossimità più stretti comportano sempre un grado di coinvolgimento personale molto più grande, per le gioie e per le sofferenze. Poiché da sempre ho considerato la comunità ecclesiale come la mia famiglia, cerco di essere sempre attento a non darle troppi dispiaceri e mi aspetto un analogo comportamento dai fratelli nella fede. So bene che la Chiesa non è primariamente una "comunità etica" e che quanti ne fanno parte non vi sono stati chiamati perché erano i migliori; ci mancherebbe altro! Gesù Cristo ha designato a guidare questa "comunità anomala" una persona che originariamente era davvero poco affidabile; che non ha esitato a mentire e tradirlo, per di più dopo essere stato messo sull'avviso. Scegliendo Pietro - ho sempre pensato - è come se Lui avesse voluto dirmi: nella comunità che io ho fondato c'è posto per tutti (anche se ad alcune condizioni), quindi anche per te!
L'appartenenza cristiana è figlia di una chiamata e di una risposta: una vita esemplare dovrebbe essere parte della risposta, non della chiamata. Il problema è che questa risposta qualche volta c'è e si vede, qualche altra volta - purtroppo - c'è ma non si vede. Fin qui potremmo ritenerci abbastanza soddisfatti. Il problema è che si danno almeno altre due possibilità che feriscono profondamente il nostro cuore: molte volte - soprattutto in passato - la risposta esemplare della vita non c'è e non si vede, qualche volta - soprattutto oggi - non c'è e si vede.
Queste due ipotesi ci portano a considerare la trasparenza come un passo avanti nella maturazione spirituale e istituzionale della Chiesa. È vero, in alcuni casi la trasparenza sembra non tanto voluta, quanto subìta dalle circostanze e dalla pressione dei media. La Chiesa che sogno è quella che non pone riparo alle proprie insufficienze perché vi è costretta dai giornalisti o dall'opinione pubblica o dalla legislazione internazionale. Sogno una Chiesa che arrivi a fare gesti coraggiosi e profetici almeno un minuto prima che la scienza, la cultura, il diritto o semplicemente il buon senso lo richiedano. Sogno una Chiesa che onori sempre, a ogni livello della sua vita straordinaria e ordinaria, il primato della comunione: non solo quando le ferite sono sanguinanti e siamo giustamente tutti chiamati a considerarle come nostre, ma anche quando si prendono decisioni importanti o ci si arrende facilmente alle adulazioni della mediocrità e del carrierismo mascherate di ortodossia.
Mi ha particolarmente colpito, in questi giorni, la riflessione - saggia, quindi rara -  di Giorgio Bernardelli (http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=870) il quale, chiedendosi quale sia veramente la "famiglia del Papa", invita tutti a non perdere l'occasione del prossimo incontro mondiale delle famiglie «per riscoprire che la Chiesa è una famiglia» e a imparare «che, come in famiglia, anche nella Chiesa non può esserci un noi e un loro». Forse la Chiesa può fare a meno di uno Ior, ma non di questa semplice verità.

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