sabato 5 maggio 2012

L'ipocrisia della guerra

«Ormai è deciso: staremo in Afghanistan anche dopo il 2014, dopo il previsto ritiro dei soldati americani…
Viene il sospetto che ancora una volta si ricorra all'ipocrisia per giustificare interventi armati decisi da altri scambiando la coesione con la piaggeria. Così staremo all'infinito in Afghanistan, come in Iraq, in libano e nei Balcani. È dal 1984 che un nostro contingente non rientra avendo concluso la missione affidata. Nel 1994 i nostri soldati e quelli di mezzo mondo si ritirarono dalla Somalia lasciandola in condizioni peggiori di quelle iniziali. Da allora abbiamo preso parte a tutte le guerre mistificate limitandoci ad avvicendare i contingenti senza fare mai un bilancio oggettivo sui risultati, sulle strategie e sui sacrifici compiuti. L'ipocrisia delle operazioni umanitarie, dell'assistenza militare, della costruzione di nuove nazioni e dell'esportazione della democrazia si è affiancata a quella della guerra e molte l'ha sostituita…
L'ipocrisia della guerra è un'arte con i suoi esponenti geniali, mediocri e meschini; nasconde il gusto quasi lascivo di chi ordina la guerra e persino di chi la combatte; ed infine serve a far diventare accettabile e normale tutto ciò che succede in guerra: dall'eroismo alla nefandezza»

Queste parole potrebbero essere molto ovvie, quasi scontate, se a scriverle non fosse il generale di corpo d'armata Fabio Mini, nel suo ultimo libro Perché siamo così ipocriti sulla guerra? (ed. Chiarelettere). 
Mini è stato capo di stato maggiore del Comando Nato per il sud d'Europa, ha guidato il comando interforze nelle operazioni dei Balcani ed è statop capo della forza internazionale di pace in Kossovo. 
Traggo queste informazioni (e l'anticipazione del libro) dal "Corrierere della sera" del 4 maggio 2012, p. 20.

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