martedì 26 giugno 2012

I cattolici e il paese: la premessa

In un intervento, apparso sul "Corriere della sera" dell'11 giugno, Dario Antiseri ha riproposto, con la consueta passione e chiarezza, il problema della rilevanza politica del cattolicesimo italiano: «La diaspora politica dei cattolici, seguita vent'anni fa al collasso della Dc, li ha resi presenti ovunque e inefficaci dappertutto». A differenza del ministro Andrea Riccardi, che, in alternativa al "partito dei cattolici", preferisce parlare di «condensazioni» e di «credenti che saranno una rete radicata tra la gente», ad Antiseri «appare sempre più necessario un partito di cattolici liberali, un partito sturziano di cattolici liberali e solidali sotto il segno della Dottrina sociale della Chiesa». La sua conclusione è molto esplicita: «Certo, in politica si può perdere, ma è meglio perdere con truppe fedeli che vincere in funzione di mercenari magari beneficati e comunque sempre irrisi».
Ne è seguito un dibattito interessante, che qui non è possibile riassumere. Posso ricordare, però, l'articolo di fondo di Ernesto Galli della Loggia, sempre sul "Corriere" del 24 giugno. La tesi di fondo può essere espressa con la sue parole: «se il sistema politico non ha bisogno di un partito cattolico, viceversa di una voce cristiana, e dunque anche cattolica, di un'iniziativa politica alta che rechi il segno di quell'ispirazione, l'Italia ha sicuramente bisogno». Quella dei cattolici, secondo Galli Della Loggia, è un'irrilevanza prima di tutto d'opinione e di idee. Mancano, a suo giudizio, approfondimenti significativi, punti di vista forti, effettive volontà di mobilitazione: «Si tratta di contribuire alla costruzione di una cultura civica, di rafforzare un insieme di valori pubblici, di costruire disposizioni d'animo collettivo orientate al bene comune. Ma insieme di ricercare le possibili vie d'uscita dalle strettoie in cui si trova immobilizzata da anni la società italiana».
La provocazione è forte, in entrambi i casi: i cattolici non possono continuare a restare rintanati nella retorica dell'impegno, della partecipazione e del bene comune, senza avere il coraggio di fare un passo avanti. L'alternativa è proprio tra lo stallo, mascherato di buone intenzioni, e il passo avanti. Ma un passo avanti verso dove? Verso il partito dei cattolici o verso una nuova capacità di proposta e di progetto, non intollerante o nostalgica, ma nemmeno evasiva e inconcludente?
Vorrei provare a raccogliere soprattutto il versante culturale di questa sfida che è tutta politica, pur riconoscendo che il versante partitico ha una sua legittimità e urgenza. Poiché i passi avanti da fare sono certamente più di uno, dal modo in cui s'imposta il primo passo può dipendere anche il modo in cui si realizza (o non si realizza) il secondo.
Confesso di aver dato vita a questo blog quasi per gioco, bloccato a casa da una nevicata incredibile, sottovalutando l'impegno che stavo assumendo con i miei lettori; lettori che hanno superato ogni più ottimistica aspettativa: circa 20.000 contatti in sei mesi! Sento ora di non potermi sottrarre a questa sfida: sul futuro di tutti noi non si può giocare.
Proverò allora ad abbozzare una specie di agenda in 10 punti. Senza nessuna pretesa, mi pare ovvio. Un piccolo, semplice contributo alla riflessione.
Il primo di questi punti, al quale dedicherò il prossimo post, riguarda il ruolo dei cattolici - dei laici cattolici, ovviamente - in questo scenario: irrilevanza che sa di latitanza? Supplenza a livello pastorale o nella galassia del volontariato, ma sempre a distanza dal servizio alle istituzioni pubbliche? E poi, laici davvero liberi nella sfera dell'impegno temporale? Pastori davvero interessati a favorire tale impegno?
Chiedo ai lettori che vorranno seguirmi di lasciare un commento, in modo che quest'agenda possa essere costruita in modo davvero cooperativo.
A presto

1 commento:

  1. Buona sera professore,come nella buona tradizione accademica di questo anno,vengo a "rompere il ghiaccio". Da Cattolico credente e praticante oltrechè da giovane, sento il bisogno che si trasforma in necessità di un partito che rispecchi il mio orientamento non solo spirituale ma anche sociale che però allo stesso tempo abbia una propria identità e forza. Nel primo caso credo nell'intransigenza di alcuni valori cristiani come la sacralità della vita ed altri che non possono,pena la dissoluzione dello stesso partito, essere piegati a necessità elettorali. Per la forza intendo un partito unico (stile Dc) e non la scelta di divisione attuata nella seconda Repubblica,che svolga un ruolo deciso nella scena politica anche a rischio di non avere seguito o consenso,come disse un grande statista,forse il più grande,si deve pensare alle prossime generazioni e non alla prossime elezioni.
    Finora in questo commento,scritto un pò di getto e quindi mancante,a volte, di rigore e chiarezza,ho parlato di Partito ma come insegna il suo illustre collega Gatti nella parte finale del Manuale di Filosofia Politica forse la crisi dei partiti apre nuove forme di partecipazioni ma anche qui quali?. Vengo da una domenica di fraternità con l'Unitalsi dove a servizio dei disabili ho visto una ventina di giovani anche al di sotto di ventanno. Allora mi sono chiesto ma questa non è la società civile? e questi non gli stessi giovani che sono antipolitici?o forse è la politica che deve fare un passo verso di loro?.

    Inoltre proprio per aiutare la riflessione invito a leggere l'ultimo libro di Messa "DC,Il partito che fece l'Italia" a mio modo di vedere un valido contributo storico sulla questione. Su questo ultima parte mi taccio,sperando di aver dato il mio "obolo della Vedova" alla discussione e felice che finalmente questa questione venga affrontata non in modo strumentale ma serio e "di petto" senza nascondersi dietro ad un dito,prendendosi le responsabilità del essere cattolici anche li dove sembra più difficile.

    Paride Petrocchi

    RispondiElimina