domenica 17 giugno 2012

Schizofrenia postmoderna



Questa è una storia tipicamente postmoderna, quindi solo apparentemente minimalista: sembra una piccola anomalia, che si può raccontare senza trarne conclusioni troppo impegnative. E invece è una contraddizione bella e buona, di quelle che si diffondono sottotraccia e rendono la nostra vita pericolosamente schizofrenica.
La contraddizione è tra il tutto e la parte, tra il primato dell'individuo e quello del collettivo. 
Nell’orizzonte vicino ci sentiamo tutti insuperabilmente individualisti, autonomi e liberi: l'affermazione di sé è l'unico comandamento che siamo disposti ad accettare in modo incondizionato. I miei bisogni, i miei gusti, le mie voglie, i miei desideri, le mie gratificazioni. “Mio io”: ecco i pronomi che contano. Il problema è che l'espansionismo dei confini del "mio io" è continuamente insidiato da altri espansionismi. Non c'è nulla da fare: il mondo è un arcipelago di "mio io" in lotta continua.
Nell’orizzonte lontano domina invece un paradigma esattamente antitetico, olistico e deterministico: il tutto prevale sulle parti, perché non è la somma delle parti. È molto di più: al fondo c’è un Impersonale che plasma la vita personale. In politica, in economia, in sociologia, in ecologia, in biologia, in neurologia prevale un approccio di questo tipo: il problema è sistemico, che cosa t'illudi tu, povero individuo, di pensare o di cambiare? È la complessità, bellezza!
Prendiamo la politica: sogniamo la personalità carismatica, colui che risolve i nostri problemi e nel quale possiamo proiettare i nostri desideri frustrati e le nostre manie di grandezza. Ma poi ci viene spiegato che il problema è altrove; il problema non è individuale, a decidere sono gli apparati, le burocrazie, i "poteri forti", le leggi dei grandi numeri. La globalizzazione ci fa sentire impotenti e insignificanti: a che cosa serve risparmiare, fare raccolta differenziata, sforzarci di educare i nostri figli, di andare controcorrente, quando è "il sistema", alla fine, che crea una corrente alla quale nessuno può resistere?
Pascal lo aveva capito: se c'innalziamo verso l'infinitamente grande o se ci abbassiamo verso l'infinitamente piccolo, ci scopriamo piccoli e insignificanti.
Ma si può vivere così, cercando di nascondere a noi stessi la nostra irrilevanza? Perché allora continuare a illuderci di essere liberi, autonomi, protagonisti, capaci di cambiare il corso della storia?
Una risposta ce la offre proprio Pascal, insieme ad altri maestri, che sono riusciti a distinguere fra questo tipo di "infinito quantitativo", rispetto al quale rischiamo di scomparire, e un altro Infinito, anzi un Infinito infinitamente altro, personale e qualitativo, con il quale possiamo entrare in rapporto: è solo in questa relazione, paradossale e stupefacente, che l'io ritrova la propria misura infinita e può finalmente entrare in quel tirocinio, sofferto e benedetto, del "noi", cioè dell’essere e del vivere insieme. Quando ci sono solo differenze piccole, l’unico destino che ci rimane da vivere è l’Indifferenza grande.

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