sabato 11 agosto 2012

I cattolici e il paese - 5. L’Europa e il futuro degli Stati nazionali

Nazionalismo e rinuncia alla propria identità storica sono due facce della medesima medaglia: il primo è la traduzione aggressiva di un complesso di superiorità, la seconda la traduzione regressiva di un complesso di inferiorità. 



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La crisi degli Stati nazionali, ormai evidente, è dovuta certamente anche a fattori esterni: ormai le istituzioni statuali reggono a fatica la competizione di altre istituzioni non democratiche. Basterebbero pochi dati: nel 2008 le prime 100 multinazionali hanno avuto un fatturato complessivo superiore a 12.000 miliardi di dollari, pari all’incirca a un quinto del prodotto lordo mondiale; sempre nel 2008 in un elenco delle 100 maggiori economie mondiali ben 47 posti sono occupati da multinazionali, che in molti casi superano il PIL di grandi nazioni.
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Non bisogna però alimentare fuorvianti dietrologie. Dietro il potere anonimo dei grandi apparati amministrativi europei non sta un “grande vecchio”: sta semplicemente l’impotenza della politica e l’indifferenza della gente. La burocrazia è l’arma più spuntata e insieme più pericolosa escogitata dalla politica di Stati nazionali agonizzanti per internazionalizzarsi. 

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Assumendo un atteggiamento agnostico intorno alle radici religiose che hanno segnato la sua nascita e la sua identità culturale, l’Europa ha rinunciato alla storia in cambio della neutralità. Ma la neutralità è una pia illusione. Nemmeno l’idea di neutralità è neutra: è figlia dei grandi apparati e dei poteri invisibili, che vorrebbero sospendere idee e valori per fare spazio alla “soffocante tristezza dell’idea di funzione” (G. Marcel).

Tutti i post che hanno composto questo percorso in 10 punti, riveduti e integrati, confluiranno nel libro "I cattolici e il paese" (La Scuola, Brescia), che sarà pubblicato entro gennaio 2013

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