domenica 19 agosto 2012

I cattolici e il paese - 5.2-3 Attraverso e oltre le differenze

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5. 2. Le prime ostilità incontrate dalla predicazione e dalla testimonianza cristiana dentro i confini dell’impero romano riguardarono paradossalmente proprio l’idea di nazione: i culti religiosi dovevano essere territoriali, solo l’impero poteva essere sovranazionale. Il vangelo rovesciò – in modo non indolore – questo principio: «Non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna» (Gal 3,28). La vera uguaglianza, che la legge può solo riconoscere, è quella delle creature dinanzi al Creatore; se tale rapporto risulta originariamente creato dall’amore, anche la relazione orizzontale tra le persone e i popoli ne risulta trasfigurata. Il paradigma inarrivabile è offerto dal mistero trinitario, in cui la massima comunione possibile tra persone non abolisce le differenze ma garantisce la relazione.













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L’Europa è una cristalleria e non può permettersi che venga lasciata incustodita o che al suo interno si aggirino elefanti. Richiamandosi all’originaria ispirazione cristiana e ponendosi alla ricerca di un “nuovo federalismo”, Denis de Rougemont ha scritto: «Questa smania di differenziarsi, grazie alla quale ci assomigliamo tutti, rappresenta il nostro male e il nostro bene, bisogna prenderne atto, ed è su questa base che dobbiamo costruire la nostra unione, se vogliamo che essa si meriti il nome Europa» (L’uno e il diverso. Per una nuova definizione del federalismo, EL, Roma 1995, p. 34). Per questo l’Europa non può essere un’«Associazione di misantropi» e solo un autentico federalismo può conservare e promuovere le nostre vere diversità e autonomie: «Allora bisogna riconoscere che lo Stato-nazione non solo è un modello superato, ma che di fatto oggi è incompatibile con i fini dell’Europa e della libertà. Bisogna adottare senza indugio i metodi più idonei a ridurre l’ostruzionismo dei nazional-statalismi, e dedicarsi seriamente al compito di costruire modelli nuovi per una città restituita all’uomo» (p. 42).
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Non siamo all’anno zero. “Il riconoscimento della dignità è intrinseco agli esseri umani, e i diritti uguali e inalienabili di tutti i membri della famiglia umana costituiscono la pietra angolare su cui si fondano libertà, giustizia e pace nel mondo”: così si legge nel preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, firmata a Parigi il 10 dicembre 1948 e promossa dalle Nazioni Unite. Il testo, richiamato nelle Costituzioni e nelle leggi di oltre 90 paesi, è uno dei documenti più citati e tradotti nel mondo ed ha segnato la storia culturale, civile e politica degli ultimi 60 anni.
La Dichiarazione, che elenca in trenta articoli i diritti individuali, civili, politici, economici, sociali, culturali della persona umana, è il punto di arrivo di una tradizione culturale che chiama ancora oggi credenti e non credenti a incontrarsi e collaborare “in un mondo diviso”, secondo la formula di Jacques Maritain, che identifica tale convergenza come un’”opera pratica comune”, che non implica un “minimo teorico o dottrinale comune”. 

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Tutti i post che hanno composto questo percorso in 10 punti, riveduti e integrati, confluiranno nel libro "I cattolici e il paese" (La Scuola, Brescia), che sarà pubblicato entro gennaio 2013

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