sabato 24 novembre 2012

10. 2. I tre avverbi del cristiano

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Due poli, due vocazioni «in tensione fraterna nella chiesa: la vocazione del cristiano nella politica laica e quella del cristiano nelle comunità cristiane profetiche» (P. Ricoeur, La logica di Gesù, Qiqajon, Magnano 2009, pp. 130-133). La testimonianza del cristiano nella storia è sempre in tensione tra politica e profezia; tuttavia non si deve trasformare la tensione in un'antinomia, cui forse sembra inclinare anche Ricoeur, in coerenza con la sua confessione protestante. La "tensione fraterna" dev'essere invece mantenuta viva e rimessa continuamente in circolo all'interno della chiesa, in una benefica contaminazione reciproca, senza la quale la comunità cristiana si ridurrebbe ad un'azienda specializzata in una gestione funzionale delle competenze, che cercherebbe di supplire a un deficit di comunione spirituale appaltando ai gruppi più disparati brandelli disorganici di una tradizione ormai sgretolata. 
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Immaginando una doppia articolazione dell'impegno sociale e politico del cristiano, si può dire che il primo livello di tale impegno interpella la comunità cristiana tutta intera; come tale, esso dev'essere considerato parte integrante della sua testimonianza e, prima ancora, di ogni cammino di educazione alla fede. 
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Il compito di riconoscere e promuovere la legittima autonomia delle realtà temporali suppone che la comunità cristiana, in un certa misura, debba essere tutta "laica" nella capacità di discernere, valorizzare, purificare, promuovere il positivo. Ancora Ricoeur, sorprendentemente: «Così come la chiesa battezza dei bambini che non ha messo al mondo, essa battezza anche delle civiltà che promuovono valori appartenenti a un altro piano dell'esistenza umana e della creazione rispetto al disegno di salvezza».
In questo compito basilare di manutenzione morale, i cristiani hanno dunque una responsabilità in più, non certo in meno: responsabilità di partecipazione per la promozione del bene comune, in cui si potrebbe riassumere il senso stesso della politica e la sua giustificazione ultima; responsabilità di fedeltà nella testimonianza della propria fede, che non dev’essere nascosta, ma nemmeno esibita e usata come “corsia preferenziale” per guadagnare un consenso facile e immeritato. 
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Il “valore aggiunto” di tale impegno attivo di "primo livello" in ambito politico nasce essenzialmente dal primato della carità sulla giustizia, che – soprattutto oggi – dovrebbe manifestarsi almeno attraverso tre avverbi:
………Insieme, dentro, oltre: nella manutenzione del pavimento etico comune, che rappresenta la prima articolazione dell'impegno politico, non possono esserci diritti di esonero per nessuno. Meno che mai per i cristiani, che debbono ritrovare spazi comunitari dentro i quali allenarsi in questo esercizio di rimotivazione, discernimento e impegno; spazi istituzionali e associativi che forse esistono e debbono essere profondamente aggiornati, per uscire da un'afasia oggi incomprensibile e forse anche un po' comoda.
Solo praticando questa prima sintassi elementare e irrinunciabile della politica, sarà possibile impegnarsi nel secondo livello, come cercherò di dire nel prossimo e ultimo post, evitando che tutto si riduca (come ormai siamo da tempo abituati a vedere) a un problema di schieramenti, di visibilità e di qualche poltrona.
Tutti i post che hanno composto questo percorso in 10 punti, riveduti e integrati, confluiranno nel libro "I cattolici e il paese" (La Scuola, Brescia), che sarà pubblicato entro gennaio 2013

domenica 18 novembre 2012

10.1 - I cattolici italiani tra guelfi e ghibellini

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Negli anni delle ideologie "forti" il fiume della politica si era allargato moltissimo, fino a sommergere tutti gli spazi del vissuto, pubblico e privato. Poi, gradualmente, le sue acque si sono ritirate, fino a ridursi a un rigagnolo inquinato e quasi in secca. Ieri, quando si proclamava che "tutto è politico", il pubblico si era mangiato il privato; oggi, al contrario, sembra in atto una vera e propria cannibalizzazione narcisistica della sfera pubblica. Abbiamo bisogno di ritrovare una misura equilibrata del rapporto tra pubblico e privato, dalla quale dipende la possibilità di accreditare un'accezione ampia del politico, senza tornare indietro a ideologie totalizzanti e senza ricorrere alla nozione ambigua di "prepolitico", che forse pone più problemi di quanti ne possa risolvere. 
 Per parte mia, tale accezione larga potrebbe essere identificata come lo spazio pubblico disegnato dalle due coordinate fondamentali della promozione del bene comune e della partecipazione democratica. È questo lo spazio fondamentale dell'essere insieme, che trasforma l'individuo in cittadino: uno spazio che ognuno di noi, anzi che "noi tutti" abbiamo il diritto-dovere di abitare in modo attivo e responsabile. 
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La domanda intorno al rapporto tra fede e politica accompagna l’intera tradizione cristiana e solo un deficit di senso storico può autorizzare risposte univoche e semplificate, quasi sempre oscillanti fra nostalgie anacronistiche di regimi di cristianità perduta, al limite del fondamentalismo, e forme di indifferenza e disimpegno sociale, al limite del relativismo. Sarebbe un grave errore separare l’aspetto strutturale e quello congiunturale del problema; se è vero che il “caso italiano” si colloca in una particolare congiuntura storica, che ci chiama a cogliere gli aspetti “nuovi” del problema, è altrettanto vero che non possiamo dimenticarne i fattori più strutturali

Questa, si può dire, è stata la madre di tutti gli equivoci: il bipolarismo, forse in sé poco adatto alla complessa stratificazione della nostra cultura e storia politica, ha conosciuto in Italia un’interpretazione apocalittica e manichea, trasformandosi in uno scontro tra guelfi e ghibellini, che ci si è illusi di combattere senza esclusione di colpi in un piano sospeso dell'edificio politico, finendo progressivamente per consumare e sfondare il pavimento etico comune, che precede e rende possibile il formarsi di schieramenti diversi
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In realtà in un sistema politico dominato dal bipolarismo si richiede a tutti (e in misura maggiore!) una doppia articolazione del proprio impegno, secondo una giusta scala gerarchica: in primo luogo, impegno di partecipazione nella cura e promozione attiva dei valori comuni sui quali si regge la convivenza e che trovano il loro fondamento normativo, a livello di legge naturale e positiva, rispettivamente nell’etica e nella Carta costituzionale; in secondo luogo nell’adesione leale a uno schieramento, motivata con una proposta politica coerente e costruttiva, difesa in nome di una corretta competizione democratica, che in nessun caso può prevedere la delegittimazione degli avversari.
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Tutti i post che hanno composto questo percorso in 10 punti, riveduti e integrati, confluiranno nel libro "I cattolici e il paese" (La Scuola, Brescia), che sarà pubblicato entro gennaio 2013

giovedì 15 novembre 2012

I cattolici e il paese - 9.3. La doppia fedeltà del cristiano

«I partiti devono promuovere ciò che, a loro parere, è richiesto dal bene comune; mai però è lecito anteporre il proprio bene a tale bene» (Gaudium et Spes, 75). Questo importante testo conciliare può essere letto insieme a un'altra affermazione, contenuta nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa: «I partiti politici hanno il compito di favorire una partecipazione diffusa e l'accesso di tutti a pubbliche responsabilità» (413). Promozione del bene comune e partecipazione democratica sono due coordinate fondamentali che inquadrano il pensiero sociale cattolico su un punto oggi particolarmente critico e vulnerabile: quello che i partiti debbono fare è proprio quello che non hanno fatto!
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Quello che poteva diventare un tempo delle grandi sintesi e dei grandi progetti sembra essersi interamente consumato tra scandali e  recriminazioni.
Il cosiddetto "mondo cattolico" aveva vissuto la fine della Democrazia Cristiana quasi con un senso di sollievo, trasformatosi pericolosamente in un disimpegno e in una forma di agnosticismo politico. 
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Il risultato lo ha fotografato fedelmente l'indagine IPSOS del settembre 2012, dal titolo "I cattolici nella politica italiana: valori, valutazioni e attese", commissata dalla Acli
(http://www.acli.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=7131:cattolici-e-politica-indagine-ipsos-per-le-acli&Itemid=351): a fronte di una domanda alta di rinnovamento, la disponibilità a partecipare direttamente alla vita politica raggiunge un livello molto basso - il più basso - nei "cattolici impegnati" (15%), i quali hanno altresì manifestato l'intenzione di disertare le urne, a quella data, con una percentuale molto più larga (35%) del totale degli intervistati (27%)! Probabilmente come cattolici abbiamo bisogno di declinare in modo più convinto e aperto il dovere della partecipazione: non solo chiudendoci in ambito intraecclesiale (dove ovviamente tale servizio non può mai venir meno), ma cercando di percorrere all'aria aperta tutta intera la scala dell'impegno civile, dal sociale al politico, senza dimenticare che la politica è la forma più alta della carità, come ci aveva già ricordato il papa Pio XI; un concetto rilanciato da Paolo VI, secondo il quale «l'amore verso la comunità degli uomini fonda la dimensione esigente della carità che è la politica» (Octogesima adveniens, 46 e Populorum progressio, 21).
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La situazione attuale forse ci chiede una diversa interpretazione della comunione ecclesiale: più articolata e dialogica, più libera e profetica, ispirata a una fedeltà creativa alla lezione conciliare. La pluralità dei carismi e dei ministeri deve potersi esprimere in forme diversificate e plurali di impegno e di testimonianza, grazie alle quali la vocazione laicale possa ritrovare quegli spazi di responsabilità pubblica e di relativa autonomia, capaci di corrispondere alla "legittima autonomia delle realtà terrene" di cui parla il Concilio (GS, 36).
L'alternativa al relativismo, che è in sé una forma dogmatica di indifferenza alle differenze, non consiste nell'opporgli una compattezza monolitica, nella nostalgia di una cristianità  che forse non è mai esistita; consiste piuttosto in una capacità fiduciosa e creativa di articolazione plurale delle differenze, in nome di una comunione sperimentata come una profezia dell'essenziale, che ospita, incoraggia e rimette continuamente in circolo una pluralità di testimonianze, progetti e percorsi. La compattezza esteriore è una stampella di cui la comunione non ha bisogno se è autentica.

Tutti i post che hanno composto questo percorso in 10 punti, riveduti e integrati, confluiranno nel libro "I cattolici e il paese" (La Scuola, Brescia), che sarà pubblicato entro gennaio 2013

mercoledì 7 novembre 2012

I cattolici e il paese - 9.2. Partiti e antipartiti

Se la denuncia della degenerazione partitocratica è una strada larga e in discesa, il tentativo di riqualificare i partiti come luoghi della partecipazione democratica è certamente una strada stretta e in salita. 
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Nei nuovi scenari che caratterizzano il quadro politico odierno, non solo italiano, si sperimentano altri tentativi di ripensare il rapporto fra democrazia, potere e consenso, dinanzi ai quali dobbiamo sempre chiederci se si tratti di una nuova strada, che merita di essere esplorata e percorsa, o di una scorciatoia equivoca e pericolosa. Oggi l'alternativa ai partiti tradizionali non si presenta come un altro partito, ma come una lobby, un gruppo di pressione, un movimento, e sembra assumere due forme diverse: o si inseguono obiettivi settoriali con metodi tradizionali oppure obiettivi politici generali con metodi del tutto nuovi. ………
Siamo allora rinviati a una domanda fondamentale: chi media fra il popolo e le istituzioni? La riposta tradizionale era: i partiti, entro un sistema di regole democratiche condivise. Se è vero che l'istituzione garantisce e promuove il bene comune, i partiti (non il  Partito!) non sono interessati a una "parte" del bene comune, ma ne danno una interpretazione consapevolmente "parziale"; interpretano cioè l'interesse generale alla luce di un quadro valoriale di riferimento, di una (sempre inevitabile) semplificazione ideologica, di un giudizio storico concreto, di un ordine di priorità, da cui far scaturire una sintesi politica che si deve trasformare in progetto. 
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È il bene comune il principio - sostanziale, non formale - di legittimazione democratica; i partiti non sono autorizzati né a dimenticarlo nei fatti (a parole quasi tutti se ne ricordano) né ad accaparrarsene un pezzo di cui rivendicare il copyright. Solo accettando un quadro valoriale comune (quindi assumendo anche il patrimonio costituzionale in senso sostanziale e non puramente formale) si è legittimati ad esserne interpreti parziali e disposti ad assumere una comune responsabilità, che vincola in forme diverse, nella competizione democratica, maggioranza e minoranza. 
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Masaniello può essere un modo efficace per scuotere dall'esterno un sistema che non ce la fa ad autoriformarsi, purché il partito anti-partito non si riveli un colpo di grazia per la democrazia.
Tutti i post che hanno composto questo percorso in 10 punti, riveduti e integrati, confluiranno nel libro "I cattolici e il paese" (La Scuola, Brescia), che sarà pubblicato entro gennaio 2013

domenica 4 novembre 2012

Potere senza responsabilità

«Il principe disegnato da Machiavelli oggi ha un nuovo look: si materializza in una miriade di burocrati piccolo-borghesi, ossequiosi fino all’adulazione con i superiori e spietati fino alla crudeltà con i sottoposti. Lo si incontra nel sottobosco della politica, nel mondo delle professioni, dei grandi manager di aziende: invidie, gelosie, tranelli; un repertorio di conflittualità in doppiopetto, che ci si illude di riscattare come una indispensabile strategia per affermarsi…  
Ieri il principe cercava la visibilità con opposte strategie: non soltanto con disegni imperialisti e guerre di conquista, ma anche con il mecenatismo, circondandosi di artisti, scrittori, scienziati che celebrassero la sua gloria imperitura. Oggi l’uomo di potere tende a dissimulare ancora di più la prima strategia e ad esibire la seconda, riducendola – ahimè – ad un’effimera futilità: frequenta gli studi televisi, ha un bisogno famelico di telecamere, di interviste, di servizi.
Il potere teme la reciprocità, ma finge di inseguirla per riaffermare la propria supremazia. Ostentare la reciprocità in molti casi è il modo più ipocrita per negarla. Alcuni uomini politici sono un’icona vivente di questo mix sfrontato di invisibile e visibile: lasciatemi lavorare per il vostro bene, non posso dirvi tutto, forse nemmeno voi volete conoscere davvero la verità, l’importante è che io vi faccia sognare e che voi mi consacriate come il grande affabulatore. Non c’è più bisogno di un papa per consacrare l’imperatore, bastano i sondaggi.
Molti politici venderebbero l’anima, insieme ad attricette sgallettate, a sportivi che non lo fanno per sport, ad intellettuali sulla cresta dell’onda, per un passaggio in una trasmissione televisiva di massimo ascolto, in cui possano essere intervistati, presentare il loro ultimo libro, lasciare il segno con una battuta fulminante. D’altro canto, come non capirli? I grandi network decidono a tavolino chi elevare agli altari e chi gettare nella polvere, chi condannare e chi perdonare. Proprio come Dio».
(L. Alici, Cielo di plastica)
 

giovedì 1 novembre 2012

I cattolici e il paese - 9.1. I partiti sono… partiti?

Nel 1950 viene pubblicato un piccolo libro di Simone Weil, che l'autrice, morta nel 1943 a soli 34 anni, aveva lasciato inedito. La provocazione cominciava nel titolo, Manifesto per la soppressione dei partiti politici. Chi avrebbe immaginato che quel titolo, dal sapore chiaramente antistalinista, oggi sarebbe tornato prepotentemente in primo piano, anche se per motivi opposti? ………
 La conclusione della Weil alla fine è inesorabile: "I partiti sono organismi pubblicamente, ufficialmente costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia".
Chi non si sentirebbe, oggi, di sottoscrivere queste parole? Se in un incontro pubblico si vuole demagogicamente catturare il consenso e strappare l'applauso, basta inserire nel discorso qualche espressione dura contro i partiti. Del resto, chiunque abbia tentato di farsi spazio nell'agone politico, soprattutto dopo la crisi dei partiti tradizionali, esplosa con "tangentopoli", tra il 1992 e il 1994, ha sempre fatto uno slalom lessicale, alla ricerca dei sinonimi più innocui: formazione, aggregazione, movimento, club… Oggi purtroppo, il bilancio di questi anni, spesso identificati con la fine della "prima repubblica" e la nascita di una nuova stagione, è, se possibile, ancora più grave. Per una serie di ragioni: tangentopoli scoperchiò la pentola di una corruzione diffusa nella vita pubblica, che nella maggior parte dei casi era un sistema di finanziamento occulto dei partiti; gli scandali di questi ultimi anni hanno evidenziato che ormai si ruba indecentemente per se stessi, per i propri familiari, i propri amici, il proprio clan. Ieri il finanziamento pubblico dei partiti non bastava, oggi basta e avanza se è vero che se ne può intascare impunemente una fetta consistente. Nei primi anni '90 ci fu una qualche reazione che diede vita a un riassetto del quadro politico, esplorò nuove vie referendarie per la riforma degli assetti istituzionali, credette alla promessa di un ricambio nella classe dirigente. Oggi il senso della fine di una stagione politica non è compensato dalla nascita di scenari nuovi, di modi nuovi di interpretare la partecipazione democratica, a parte alcune pulsioni alternative e anticonformiste, faticosamente alla ricerca di un'identità politica ma tuttora in bilico tra populismo eversivo e desiderio sincero di restituire ai cittadini la soggettività politica di cui sono stati derubati. 
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Tutti i post che hanno composto questo percorso in 10 punti, riveduti e integrati, confluiranno nel libro "I cattolici e il paese" (La Scuola, Brescia), che sarà pubblicato entro gennaio 2013