giovedì 15 novembre 2012

I cattolici e il paese - 9.3. La doppia fedeltà del cristiano

«I partiti devono promuovere ciò che, a loro parere, è richiesto dal bene comune; mai però è lecito anteporre il proprio bene a tale bene» (Gaudium et Spes, 75). Questo importante testo conciliare può essere letto insieme a un'altra affermazione, contenuta nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa: «I partiti politici hanno il compito di favorire una partecipazione diffusa e l'accesso di tutti a pubbliche responsabilità» (413). Promozione del bene comune e partecipazione democratica sono due coordinate fondamentali che inquadrano il pensiero sociale cattolico su un punto oggi particolarmente critico e vulnerabile: quello che i partiti debbono fare è proprio quello che non hanno fatto!
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Quello che poteva diventare un tempo delle grandi sintesi e dei grandi progetti sembra essersi interamente consumato tra scandali e  recriminazioni.
Il cosiddetto "mondo cattolico" aveva vissuto la fine della Democrazia Cristiana quasi con un senso di sollievo, trasformatosi pericolosamente in un disimpegno e in una forma di agnosticismo politico. 
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Il risultato lo ha fotografato fedelmente l'indagine IPSOS del settembre 2012, dal titolo "I cattolici nella politica italiana: valori, valutazioni e attese", commissata dalla Acli
(http://www.acli.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=7131:cattolici-e-politica-indagine-ipsos-per-le-acli&Itemid=351): a fronte di una domanda alta di rinnovamento, la disponibilità a partecipare direttamente alla vita politica raggiunge un livello molto basso - il più basso - nei "cattolici impegnati" (15%), i quali hanno altresì manifestato l'intenzione di disertare le urne, a quella data, con una percentuale molto più larga (35%) del totale degli intervistati (27%)! Probabilmente come cattolici abbiamo bisogno di declinare in modo più convinto e aperto il dovere della partecipazione: non solo chiudendoci in ambito intraecclesiale (dove ovviamente tale servizio non può mai venir meno), ma cercando di percorrere all'aria aperta tutta intera la scala dell'impegno civile, dal sociale al politico, senza dimenticare che la politica è la forma più alta della carità, come ci aveva già ricordato il papa Pio XI; un concetto rilanciato da Paolo VI, secondo il quale «l'amore verso la comunità degli uomini fonda la dimensione esigente della carità che è la politica» (Octogesima adveniens, 46 e Populorum progressio, 21).
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La situazione attuale forse ci chiede una diversa interpretazione della comunione ecclesiale: più articolata e dialogica, più libera e profetica, ispirata a una fedeltà creativa alla lezione conciliare. La pluralità dei carismi e dei ministeri deve potersi esprimere in forme diversificate e plurali di impegno e di testimonianza, grazie alle quali la vocazione laicale possa ritrovare quegli spazi di responsabilità pubblica e di relativa autonomia, capaci di corrispondere alla "legittima autonomia delle realtà terrene" di cui parla il Concilio (GS, 36).
L'alternativa al relativismo, che è in sé una forma dogmatica di indifferenza alle differenze, non consiste nell'opporgli una compattezza monolitica, nella nostalgia di una cristianità  che forse non è mai esistita; consiste piuttosto in una capacità fiduciosa e creativa di articolazione plurale delle differenze, in nome di una comunione sperimentata come una profezia dell'essenziale, che ospita, incoraggia e rimette continuamente in circolo una pluralità di testimonianze, progetti e percorsi. La compattezza esteriore è una stampella di cui la comunione non ha bisogno se è autentica.

Tutti i post che hanno composto questo percorso in 10 punti, riveduti e integrati, confluiranno nel libro "I cattolici e il paese" (La Scuola, Brescia), che sarà pubblicato entro gennaio 2013

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