domenica 30 dicembre 2012

Lo Hobbit - Il mito e la realtà

La sequenza a mio giudizio più interessante del film "Lo Hobbit. Un viaggio inaspettato", primo della nuova trilogia de "Il Signore degli anelli", riguarda il dialogo fra Gandalf il Grigio, l'eroe positivo che si mette al servizio di un piccolo manipolo di Nani, intenzionati a riconquistare il regno perduto di Erebor, e Galadriel, l'enigmatica e affascinante dama di Lorien, che promette la sua protezione nella difficile impresa. Nel momento cruciale di tale dialogo, Galadriel, che pure ha il dono di leggere nel pensiero dell'altro, chiede a Gandalf perché mai egli abbia voluto coinvolgere in tale impresa anche Bilbo Baggins, un Hobbit che nell'universo fantasy creato da Tolkien rappresenta una razza simile agli uomini ma molto più piccoli di loro (per questo chiamati "mezzuomini"), tranquilli abitanti della Contea, dove conducono una vita sociale semplice e pacifica, e nessuno sa brandire un'arma.
Gandalf confessa a Galadriel di non sapere nemmeno lui, in definitiva, per quale motivo abbia voluto coinvolgere in un'impresa epica una persona normale, ma lascia intendere che l'ordinario è ciò di cui spesso lo straordinario ha bisogno per non avere paura; soprattutto quando l'eroe deve fronteggiare imprese al limite dell'impossibile. Questa confessione restituisce umanità allo stregone buono, che ha sempre in serbo qualche magia mirabolante per salvare i propri amici in pericolo, e offre una chiave di lettura rivelativa, che purtroppo il film lascia cadere, assecondando fin troppo la ricerca di effetti speciali. Si tratta di un messaggio interessante, che capovolge il modo ordinario d'intendere il rapporto tra mito e realtà: è la schietta, umanissima (e un po' imbranata) "normalità" dello Hobbit che può riscattare il mito dal pericolo di scadere in una prevedibile e scontata prova di forza fra supereroi. Non è il mito che viene in soccorso delle realtà, offrendole una scappatoia evasiva: al contrario, è la realtà che offre al mito quell'aliquota - anche minima - di umanità, che gli consente di proporsi come una storia sensata e appassionante.
Per il resto il film scorre tranquillamente su un doppio binario piuttosto scontato: quello narrativo offerto dall'opera di Tolkien e quello cinematografico che ricalca - peraltro con accresciuta maestria scenografica e narrativa - la cifra stilistica della trilogia precedente. Semmai con un'enfasi eccessiva sugli aspetti formali rispetto a quelli contenutistici: l'impressione è che ormai il cinema sia schiavo di una deriva che lo sta spingendo verso un potenziamento parossistico della presa sensoriale sullo spettatore, per cui occorre continuamente "aumentare la dose" per mantenere la dipendenza; anche la scelta tecnica di "sparare" 48 fotogrammi al secondo fa parte di questa ricerca ossessiva di uno stordimento, che può ottenere però l'effetto contrario: far ritrarre lo spettatore anziché farlo immergere maggiormente nella storia.
A parte alcune (poche) cadute di tono e qualche banalità di troppo, il film punta soprattutto a enfatizzare i punti di forza della trilogia precedente, rischiando a volte di smarrirne l'equilibrio magico: il clima idilliaco della Contea diventa lezioso, gli scenari mozzafiato diventano stucchevoli, gli scontri epici assordanti, mentre gli effetti speciali possono trasformarsi in un inutile virtuosismo esibizionistico. L'epico e il tragico sono parenti stretti del sublime, che è però nemico dichiarato dell'eccesso.
Eppure, al fondo, resta un messaggio positivo, che il film ha il merito indubbio di raccontare, pur sempre in modo incantato e affascinante: perché maghi ed elfi hanno bisogno di un mezzuomo? Forse basta un piccolo Hobbit, leale e insicuro, fragile e fedele, perché il mito possa ritrovare una parvenza di realtà e perché noi possiamo riconoscere che basta un pizzico di autenticità per trasformare anche la nostra storia in una grande avventura.
 


Nessun commento:

Posta un commento