giovedì 3 gennaio 2013

Tra "distanza critica" (CL) e "scelta religiosa" (Ac): un contributo alla chiarezza

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«A suo modo l’opzione per “la scelta religiosa” fatta dalla più istituzionale e ufficiale delle associazioni cattoliche agli inizi degli anni Settanta era stata un’operazione geniale. Separate le sfere del privato e del pubblico, la “laicità” intesa come “autonomia” dalla fede, e una fede ridotta a “ispirazione” amica dell’uomo, e di un’amicizia analoga a quella che possiamo avere noi con Adamo ed Eva, tanto cara ai Lazzati e Dossetti, quell’idea di laicità ha attivato per decenni un alibi portentoso. Manteneva i professanti il maritainismo politico nell’aureola mistica, devota, ortodossa verso santa madre chiesa e, al tempo stesso, dava loro mani libere per operare da principi di questo mondo. Quando Paolo VI intuì l’equivoco era tardi. Il suo pontificato volgeva al termine e il proiettarsi dell’ombra cupa di un cristianesimo disincarnato ma fedele segugio delle forze storiche del potere mondano, forse ne affrettò anche la morte. Certo che “un pensiero non cattolico” si stava insinuando dentro la chiesa. Certo che un odore di zolfo (usò proprio quelle parole Paolo VI “fumo di satana”) si andava diffondendo nei sacri palazzi e in quei grandi convegni che nel nome del Vaticano II e dell’aggiornamento e della promozione umana, scardinavano il pensiero cattolico. Ma per trent’anni l’equivoco funzionò.

Ma l’equivoco è andato avanti a lungo, mentre il moralismo clerical-fascista degli anni Cinquanta e Sessanta si trasformava negli anni Ottanta e Novanta in un moralismo eguale anche se di segno opposto. Una volta erano i comandamenti legati al sesso a fare “indignazione”. Adesso, di comandamenti ne è rimasto praticamente solo uno, non rubare. Quelli della scelta religiosa erano gli stessi della Dc di sinistra, quelli del moderno potere bancario al nord e delle sempiterne clientele statali al sud. Il punto di congiunzione più alto fu la Dc demitiana del 1987, sostenuta in chiave anticraxiana dalla Repubblica di Scalfari e poi risparmiata dal repulisti di tangentopoli. D’altronde agli inizi del 1990 perfino Massimo D’Alema era di casa ai convegni della Fuci e la congiunzione astrale tra borrelliani e martiniani fu in certo qual senso provvidenziale, oltre che necessaria. Se Milano era infatti una città da bere, non si può dire che la principale curia lombarda fosse domiciliata su Marte. Ma insomma, il cardinal Martini spedì la sua bella letterina privata alla vedova di Bettino, ma si guardò bene da non seguitare in quella linea di dialogo preferenziale, naturalmente spirituale e apostolico, prima con il partito di cui Enrico Berlinguer aveva dipinto a Scalfari la superiorità antropologica delle “mani pulite” (fu un'intervista del 1981), poi con quella magistratura combattente che sulla base di una ragione molto sociale aprì un’azienda giusto nel tribunale di Milano. Tutto ciò è durato fino al referendum sulla legge 40. Dove la scelta religiosa dei “cattolicissimi” riuscì ancora una volta a scantonarla grazie alla riaffermazione della buona, vecchia, saggia libertà di coscienza. Su cosa ti vanno a cadere? Dove succede l’incidente, adesso? Ma pensa te, succede su questa pinzillacchera del Dico. Su una leggina da ragionieri della partita doppia che, forse fingendo di non capire o forse non capendo proprio la lezione ratzingeriana, crede di cavarsela con il comico escamotage della raccomandata spedita al compagno/a di coppia di fatto e la dichiarazione “contestuale” (non “congiunta”), del piccolo pacs. Eh, sì, ha ragione il direttore di questo giornale. Se è vero che le leggi informano la cultura, è vero anche il contrario. Di qui il sillogismo perfetto: la “legge Bindi” altro non è che figlia più che legittima di una certa cultura cattolica. Che cominciò con la scelta religiosa, passò per la Dc di sinistra, continuò dopo Tangentopoli in quella forma di cesaropapismo che è la religione della Costituzione. E ora compie la sua parabola facendosi assorbire nella religione della secolarizzazione (sia pur moderatamente, si intende, il cattolico è il moderato per antonomasia)…».
Luigi Amicone, Son 30 anni che la Bindi prepara i DICO
Una legge figlia del cattolicesimo democratico e della sua “scelta religiosa”
da il foglio
del 13 febbraio 2007


Nota di Comunione e Liberazione
sulla situazione politica e in vista delle prossime scadenze elettorali

Ufficio stampa di CL Comunicato stampa

02/01/2013

I mezzi di informazione continuano a chiamare in causa il nome di Comunione e Liberazione a proposito delle vicende politiche, paventando divisioni e contrasti all’interno del movimento sulle scelte elettorali dei prossimi mesi.

Per prima cosa, desideriamo ribadire quanto è da sempre nella natura di CL, ma che in questo momento è particolarmente evidente: l’unità del movimento non è una omologazione politica, tanto meno si identifica con uno schieramento partitico, ma è legata all’esperienza originale di CL (e in questo senso viene prima di qualunque opinione o calcolo pur legittimo): un aiuto a vivere e a testimoniare la fede come pertinente alle esigenze della vita. È con tale esperienza che ogni aderente al movimento ha la possibilità di paragonarsi, qualunque sia il suo posto nella società.

In secondo luogo, alla luce di questa preoccupazione fondamentale, l’impegno politico in senso stretto riguarda la persona e non CL in quanto tale. Per parte sua, il movimento guarda con simpatia chi, tra i suoi aderenti, decide di assumersi il rischio di un tentativo politico; e si augura che dall’educazione ricevuta, e in continuità col magistero ecclesiale, tragga continuamente i criteri ideali per impegnarsi in favore del bene comune, della libertà della Chiesa e del benessere anche materiale del Paese, assicurando con la propria presenza nelle istituzioni le condizioni di una reale democrazia, cioè una libertà espressiva e associativa delle persone e delle formazioni sociali. Si attuerebbe così l’auspicio di Benedetto XVI: «I cristiani non cercano l’egemonia politica o culturale, ma, ovunque si impegnano, sono mossi dalla certezza che Cristo è la pietra angolare di ogni costruzione umana. […] Il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà, chiave di giudizio e di trasformazione» (21 maggio 2010).

A metà degli anni Settanta, in un momento altrettanto problematico per la vita civile italiana, don Giussani formulò alcuni giudizi che possono rappresentare anche oggi un contributo per vivere da cristiani nei vari ambiti della società, fino alla politica:
1. «Il primo livello di incidenza politica di una comunità cristiana viva è la sua stessa esistenza, in quanto questa implica uno spazio e delle possibilità espressive»; essa, «per propria natura, non chiede la libertà di vita e di espressione come solitario privilegio, ma piuttosto di riconoscimento a tutti del diritto di tale libertà. Quindi, per il solo fatto di esistere, se sono autentiche, le comunità cristiane sono appunto garanti e promotrici di democrazia sostanziale». In questo senso, «la moltiplicazione e la dilatazione di comunità cristiane vitali ed autentiche non può che determinare la nascita e lo sviluppo di un movimento il cui influsso sulla società civile tende inevitabilmente ad essere di sempre maggior rilievo; l’esperienza cristiana diventa così uno dei protagonisti della vita civile, in costante dialogo e confronto con tutte le altre forze e le altre presenze di cui questa si compone».
2. «Una comunità cristiana autentica vive in costante rapporto con il resto degli uomini, di cui condivide totalmente i bisogni, ed insieme coi quali sente i problemi. Per la profonda esperienza fraterna che in essa si sviluppa, la comunità cristiana non può non tendere ad avere una sua idea ed un suo metodo d’affronto dei problemi comuni, sia pratici che teorici, da offrire come sua specifica collaborazione a tutto il resto della società in cui è situata».
3. «Quando dalla fase della sollecitazione e dell’animazione politico-culturale si giunge a quella della militanza politica vera e propria, non è più la comunità in quanto tale ad impegnarsi, ma sono le singole persone che a responsabilità propria, anche se formate dalla vita concreta della comunità medesima, si impegnano alla ricerca di strumenti ulteriori di incidenza politica sia teorici che pratici». Perciò, «non è affatto né corretto né leale l’uso, invalso su molti giornali, di definire “candidati di CL”, “consiglieri comunali di CL” quei militanti del nostro movimento che si sono direttamente impegnati nelle campagne elettorali ed in genere nella militanza politica, come pure − e soprattutto − non è affatto corretto definire “leaders di CL” i dirigenti dei gruppi da essi costituiti».
Giussani concludeva, perciò, che «c’è fra noi tutti in quanto CL, ed i nostri amici impegnati nel Movimento Popolare e nella DC, un’irrevocabile distanza critica», in quanto «se non fosse così, se cioè qualsiasi realizzazione per il solo fatto di essere stata promossa da persone di CL […] diventasse meccanicamente “del movimento”, l’esperienza ecclesiale finirebbe per essere strumentalizzata, e le comunità si trasformerebbero in piedistalli ed in coperture di decisioni e di rischi che invece non possono che essere personali» (L. Giussani, Il Movimento di Comunione e Liberazione. Conversazioni con Robi Ronza, Jaca Book, Milano (1976) 1986, pp. 118-121).

Questi spunti, proposti quasi quarant’anni fa da don Giussani, fondatore di CL, ci appaiono quanto mai attuali nel panorama politico italiano di questi mesi e rappresentano, pertanto, ancora il giudizio più lucido e sintetico con cui guardiamo l’evolversi delle iniziative politiche e delle proposte che da esse nasceranno nelle prossime settimane.

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