domenica 20 gennaio 2013

Uno strano teatro

Questa è una strana storia. 
C'era un gran bel teatro, glorioso e vissuto, reso un po' logoro dagli anni, ma pur sempre carico di fascino. Da qualche tempo ospitava una rappresentazione interminabile, rissosa e inconcludente, che continuava a tenere incollato alle poltrone un pubblico ormai stufo ma incapace di abbandonare lo spettacolo. Nessuno voleva andarsene senza sapere come sarebbe andato a finire.
Sul palco si muovevano da tempo molti attori, quasi sempre gli stessi. Indossavano costumi sgargianti, di colori diversi. Parlavano quasi sempre ad alta voce, litigavano, sgomitavano; si componevano e ricomponevano di continuo in gruppi diversi, ma alla fine s'era capito che al di là di ogni aggregazione momentanea, si potevano raggruppare tutti in cinque compagnie: 
gli incoscienti opportunisti erano quelli che volevano occupare costantemente il centro della scena e avere sempre l'ultima parola, a qualunque prezzo, anche a costo di corrompere qualcuno, di tradire la parola data, di cambiare le carte in tavola. 
Poi c'erano i puristi arrabbiati, quelli che dividevano il mondo sempre in due categorie, che non si volevano mischiare agli altri, non sapevano e non volevano collaborare, ma avevano un bisogno disperato dei primi per poter dimostrare di essere diversi. 
Un terzo gruppo era formato dai parassiti divertiti, che andavano in giro fotografando, intervistando, cercando di raccontare quello che accadeva; avevano bisogno anche loro del conflitto, spesso lo andavano a cercare, lo provocavano. Sembravano comparse, in realtà erano i padroni della scena. 
I frastornati arresi componevano il quarto gruppo: all'inizio si aggiravano sulla scena dicendo una parola ora all'uno ora all'altro e cercando di mettere pace, ma ormai sembravano chiaramente spaesati e frustrati; se ne stavano ai quattro angoli senza nemmeno parlarsi tra loro, guardando ogni tanto l'orologio, in attesa che quella sceneggiata prima o poi dovesse finire. 
Del quinto gruppo, per la verità, non era rimasto quasi nessuno: erano i costruttivi responsabili. All'inizio erano molto numerosi, avevano accettato di partecipare pieni di buoni propositi: sapevano che sarebbe stata una breve parentesi, per presentare alcune idee che poi avrebbero dovuto mettere in pratica, insieme a tutti gli altri. Lo spettacolo però non finiva più, ognuno si era messo a gridare frasi ad effetto ma senza senso e nessuno sapeva quando si sarebbe chiuso il sipario per cominciare a mettere in pratica qualcosa. Ormai erano rimasti in pochi, i più se ne erano andati, in attesa di tempi migliori.
La cosa buffa è che in platea, con il tempo si erano ricreati gli stessi gruppi: c'erano incoscienti opportunisti che aspettavano di applaudire al vincitore, sperando di ricavarne qualche beneficio; c'erano i puristi arrabbiati, che sbuffavano, gridavano parolacce, minacciavano di dare fuoco al teatro; non mancavano i parassiti divertiti, che indicavano di volta in volta gli attori più bizzarri, restando attaccati alla sedia, né i frastornati arresi, che continuavano a scuotere la testa e a borbottare scandalizzati. Dei costruttivi responsabili era rimasto solo un ragazzetto, in fondo alla sala, che non aveva voluto seguire i suoi amici. Aspettava il momento giusto, che colse al volo in un rarissimo istante di silenzio, gridando a squarciagola: «Dov'è la via di uscita?». 
Quella domanda attraversò la platea raggiungendo il palco come un fulmine a ciel sereno: un silenzio inatteso gelò il teatro. Istanti interminabili, prima che si levasse dal fondo un brusio diffuso, che crebbe rapidamente, trasformandosi in un vociare sempre più scomposto. Tutti ormai si erano alzati in piedi, ma nessuno sapeva bene che cosa si dovesse fare. Cominciarono a volare alcune monetine contro gli attori, qualcuno voleva prenderli per il collo per riavere indietro i soldi del biglietto, altri si guardavano intorno, disorientati come gli attori. Avevano tutti dimenticato la via d'uscita. 
Quando la situazione stava ormai precipitando, gli amici di quel ragazzetto che erano già fuori riuscirono a spalancare dall'esterno tutte le porte. Uno di loro si affacciò e disse, rivolto agli spettatori: "Venite, abbiamo tante cose da fare".
Il teatro si svuotò in pochi minuti, le luci si spensero, mentre gli attori cercavano a tentoni una via d'uscita. Non sapevano dove andare.

Ogni riferimento alla situazione del paese non è puramente casuale

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