domenica 3 febbraio 2013

Lincoln, l'altra faccia del potere

"Cominciamo con l'uguaglianza: lì è l'origine". Queste parole, pronunciate da Lincoln nel film omonimo diretto da Spielberg (ottima fattura, non c'è che dire), ci danno una chiave di lettura fondamentale sugli ultimi mesi di vita del presidente degli Stati Uniti. La guerra di secessione sta ormai per finire e Lincoln, appena rieletto e al culmine della popolarità, ne sta per cogliere i frutti; nonostante questo, egli decide di impegnare tutto se stesso in una battaglia che sulla carta appariva disperata: far approvare un emendamento alla Costituzione (il XIII°) che aboliva in modo esplicito la schiavitù in tutti gli stati dell'Unione. Su questa strada Lincoln resta solo: i suoi collaboratori, i membri del suo stesso partito, persino la moglie (traumatizzata dalla perdita di un figlio) gli si mettono contro. Perché rischiare di perdere quando si sta per vincere, e basterebbe semplicemente rinunciare a stravincere?
Ma Lincoln, come ogni autentico statista, guarda una spanna più lontano di tutti. Chiudere la guerra può essere certamente un ottimo risultato nell'immediato per chi vince; in realtà, nei tempi lunghi è una sconfitta se non si raggiunge il risultato politico per il quale quella guerra era stata combattuta.
Nel corso della guerra molti schiavi erano stati affrancati (e arruolati nell'esercito nordista) in nome di un discutibile diritto di conquista da parte dei vincitori, ma che ne sarebbe stato dopo? È sufficiente combattere per liberare i padri, rinunciando a liberare i figli, cioè le future generazioni, che sarebbero nate in una società ancora schiavista, che era stata dilaniata da una guerra civile solo per motivi economici? Nel momento cruciale, il suo partito (repubblicano) getta sul piatto della bilancia un argomento cruciale: la possibilità concreta di aprire un negoziato di pace. Che fare? 
È un esempio lacerante di tragic choice: la pace o l'uguaglianza? Lincoln resta solo e fa la sua scelta, guardando più lontano degli altri. Sceglie l'uguaglianza e combatte una personale "guerra sporca" per conseguire il risultato: tiene aperte entrambe le ipotesi, prende tempo, ma porta avanti l'emendamento, compra i voti che gli mancano, si gioca tutto e alla fine vince davvero.
"Io devo prendere decisioni, tu devi prendere decisioni, tutti dobbiamo prendere decisioni e portarne il peso", egli dice a un certo punto del film a sua moglie, mentre rimprovera ai suoi stessi collaboratori l'ottica miope di chi vuole mettere in salvo la propria carriera politica. Quando si riesce a far intravedere grandi traguardi, "un popolo  può sopportare un grande sacrificio e persino unirsi", egli afferma in un altro momento.
Un contributo decisivo per la vittoria Lincoln lo ottiene da Thaddeus Stevens (superba interpretazione di Tommy Lee Jones), il capo della fazione radicale dei repubblicani, che inseguiva traguardi molto più ambiziosi: la radicale uguaglianza delle razze, presupposto per riconoscere ai negri il diritto di voto. Lincoln riporta Stevens al realismo della politica, invitandolo ad accettare una semplice uguaglianza legale, insoddisfacente in linea di principio, ma in quel momento politicamente il massimo che si poteva ottenere. Stevens accetta, rinuncia alle proprie idee radicali e l'operazione riesce. Con conseguenze atroci: la trattativa di pace fallisce e la guerra ha bisogno di un ultimo, spaventoso bagno di sangue.
Daniel Day-Lewis interpreta Lincoln in modo magistrale, mettendone a nudo la personalità complessa: l'umanità e il tormento interiore, la lungimiranza politica e la tensione ideale, che non disdegna con realismo pragmatico anche qualche compromesso sconcertante
Ogni attualizzazione è sempre una forzatura anacronistica, ma i confronti sono inevitabili: quando il potere è ostaggio di opportunismi machiavellici, schiavi del tornaconto personale, e di rigidezze ideologiche, preoccupate unicamente di affermare la propria superiorità, solo un grande leader è capace di restituire alla politica la propria dignità.

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