sabato 30 marzo 2013

Il macigno nella notte

Un sepolcro nella notte, chiuso da una grande pietra. Bisogna partire da qui per meditare la Pasqua. Ognuno ha un macigno sul cuore, che tende a trasformare la vita in un sepolcro, e prima o poi arriva la notte. Di notte il macigno sul cuore si chiama angoscia, disperazione, abbrutimento. 
Il popolo della notte cerca di sdoganare questo mistero inquietante, inventando antidoti costosi e patetici: le luci accecanti, la musica a palla, la calca, lo sballo… A pensarci bene, un modo per esorcizzare quello che più ci fa paura: il buio totale, il silenzio assoluto, la solitudine estrema, il senso di smarrimento e di paura che ci paralizzano.
Ma questo è esattamente il macigno nella notte: è la notte del cuore che rende paurosa l'altra metà del giorno. Il peso della vita - quando la vita è pesante - diventa particolarmente insopportabile di notte: chi aspetta qualcuno o veglia una persona cara, gravemente malata, sa bene che cosa significa attendere la luce del giorno, guardare continuamente l'orologio. Per altro verso, l'agonia che si conclude con l'esalazione dell'ultimo respiro sembra trovare abbastanza spesso il suo tempo propizio quando l'oscurità comincia a cedere il passo alle prime luci dell'alba. Il sudore freddo, il respiro che si fa sempre più flebile e affannoso, una smorfia del viso appena accennata, una lacrima - l'ultima - che si affaccia su un occhio ormai spento. Silenzio assoluto. Per un momento si ha come la sensazione di toccare con mano il mistero che "comincia" ai confini della vita. Un momento solo. Poi comincia la frenesia degli adempimenti intorno alla salma. Arriva chi sa che cosa si deve fare in questi casi e si mette subito all'opera. E quel corpo, ridotto per poco tempo a un manichino docile e sciolto, ritrova ben presto le sembianze di una salma presentabile. Alle luci dell'alba arrivano le prime visite e il pianto torna irrefrenabile…
La notte resta il grembo che custodisce il mistero della vita. Non la notte delle discoteche: quella è un volgare esorcismo della fragilità e della solitudine, che può solo spostare di poco l'incontro con la notte vera, quella con i suoi macigni che nessun antidoto -  umano troppo umano - riuscirà mai a toglierci dal cuore.
La notte di Pasqua ha a che fare con la notte più profonda e con il macigno più pesante che abbiano mai potuto opprimere la storia. Immaginiamo per un istante di poter "estrarre" tutto il dolore del mondo, il dolore proveniente da tutti i gulag e da tutti gli abissi infernali della violenza, della malattia, del dolore, che hanno straziato bambini innocenti, violentato donne di cui nessuno ha mai tenuto il conto, abbandonato al degrado e all'umiliazione vecchi soli e bisognosi d'aiuto: se si potesse condensare tutto il male del mondo in un unico macigno e farne una sorta di mostruoso concentrato diabolico, ebbene questo macigno finirebbe per racchiudere in sé, come un orrendo buco nero, il senso più radicale del disumano e della notte assoluta, in cui sono esiliati per sempre la luce e la speranza, la gioia e la parola.
O la Pasqua ha a che fare con tutto questo, oppure la notte non ha alternative. Solo Lui - o Lui o nessuno - è capace di rotolare quella pietra gigantesca che racchiude in sé tutto il male del mondo, destinata a murare per sempre l'umanità nel suo sepolcro, che ognuno di noi ha contribuito a scavare con le sue stesse mani. 
È quel macigno di morte a rotolare nella notte di Pasqua. 
Per questo la sua resurrezione è anche la nostra.

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