giovedì 28 marzo 2013

Mors tua vita mea?

Nel momento in cui provo a scrivere questo post, Papa Francesco sta lavando i piedi di alcuni giovani - ragazzi a ragazze - nel carcere minorile di Casal del Marmo e l'onorevole Pierluigi Bersani si sta recando al Quirinale per riferire sull'esito - presumibilmente fallimentare - delle sue consultazioni per la formazione di un governo. I due eventi sono certamente incommensurabili: non soltanto, però, in quanto si collocano su piani molto diversi, ma anche perché evocano scenari fondati su principi opposti
Lo scenario sociale, culturale e politico del nostro paese, con tutto il potenziale esplosivo sul punto di deflagrare, sembra fondato su unico principio: mors tua vita mea. Da qualche tempo sembra davvero questo il solvente micidiale che sta scorrendo nelle vene profonde del paese. Un solvente che ha vari nomi: sospetto,  opportunismo,  disprezzo, aggressione, volgarità… I suoi antidoti li conosciamo bene: avevano consentito al nostro paese di uscire dalla guerra, riconoscersi in una carta costituzionale e collaborare alla ricostruzione. Eppure oggi stentiamo a riconoscerli: fiducia, lealtà, rispetto, promessa, cooperazione, responsabilità…
Papa Francesco ci ha riportato, ancora una volta, ai fondamentali della fede, ricordandoci semplicemente che il vangelo parla una lingua diversa: mors mea vita tua. Le sue parole e i suoi gesti non cessano ogni giorno di stupirci e da questo stupore si può misurare la tiepida mediocrità della nostra fede, che subisce una scossa provvidenziale ed elettrizzante. Raccolgo tre segni straordinari.
Il primo: nell'intervento tenuto nelle congregazioni dei cardinali che hanno preceduto il conclave, Bergoglio aveva usato un'immagine di una intensità inaudita: «I mali che, nel trascorrere del tempo, affliggono le istituzioni ecclesiastiche hanno una radice nell'autoreferenzialità, in una sorta di narcisismo teologico. Nell'Apocalisse, Gesù dice che Lui sta fuori della porta e bussa per entrare… Però a volte penso che Gesù bussi da dentro, perché lo lasciamo uscire. La Chiesa autoreferenziale pretende di tenere Gesù Cristo dentro di sé e non lo lascia uscire». La Chiesa che tiene prigioniero il suo Signore è qualcosa che fa tremare le vene e i polsi
Il secondo: nella foto che ho riportato si vede Francesco seduto in fondo alla cappella della casa di Santa Marta, dopo aver celebrato la messa insieme ai netturbini e giardinieri dei Vaticano. Di spalle, ultimo tra gli ultimi, in preghiera con la sua gente: è un gesto che vale un'enciclica. La prima enciclica papa Francesco l'ha già scritta.
Il terzo: la scelta di risiedere, almeno finché sarà possibile, nella casa Santa Marta, insieme ai suoi preti e cardinali è un altro gesto di collegialità vissuta, che pesa più di tante parole. Non trasformiamolo in un simbolismo indolore e quasi folcloristico. Il messaggio è sin troppo chiaro: il vescovo di Roma non è un monarca solitario, chiuso nel suo palazzo, dal quale dispensa paternalisticamente pillole di saggezza spirituale. Archiviare discretamente la croce pettorale d'oro può essere per molti vescovi un gesto anche piuttosto facile; seguire il vescovo di Roma su questa scelta di vita è un'altra cosa. 
«Siate pastori con l'odore delle pecore», ha detto papa Francesco al clero di Roma: un'espressione che vale un trattato di ecclesiologia.
A partire da qui la parola comunione potrebbe avere un altro significato.  
Mors mea vita tua: ecco un vero messaggio di resurrezione, per la Chiesa e per il paese.

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