domenica 19 maggio 2013

Infedeltà tragica e solidarietà eroica

Ha scritto Paul-Ludwig Landsberg: «La morte del prossimo… significa infinitamente di più che non la morte dell'altro in generale… Nell'esperienza decisiva della morte del prossimo, vi è qualcosa di affine al sentimento di un'infedeltà tragica». È legittimo considerarci legati al nostro prossimo da un legame di fedeltà: io con te, tu per me, noi insieme… La rottura del legame di fedeltà può essere più o meno superficiale, più o meno definitiva, più o meno dolorosa. Ma è nel caso della morte che l'infedeltà diventa tragica: una tragedia resa ancora più intollerabile dalla violenza; la violenza dell'omicidio, la violenza del suicidio.
Viviamo in una società ormai assediata dall'odore di morte: il clima culturale, la crisi economica, soprattutto la difficoltà a portare il fardello dell'esistere, con il suo corredo di conflittualità laceranti e di promesse mancate, rappresentano molto spesso dei fattori che spingono a compiere un gesto estremo di rivolta contro la vita. Ma la solitudine ne costituisce quasi sempre la premessa inquietante. La solitudine è già in sé una forma di infedeltà: per chi è solo, la distanza prende il posto della prossimità; morire dentro è il primo passo per morire - e far morire - anche fuori.
La cronaca ci pone ogni giorno dinanzi a queste esperienze atroci e insopportabili di infedeltà, rappresentate a volte da storie incredibili.
Civitanova Marche, 5 aprile: un triplice suicidio colpisce al cuore la famiglia, dui coniugi e il fratello di lei. Suicidarsi insieme non è come suicidarsi da soli: qui l'infedeltà diventa paradossalmente reciproca. La reciprocità era nata sulla base di un patto di fedeltà, ora si dissolve su un patto autodistruttivo, di segno contrario. Insieme non ce la facciamo, a chi può interessare il nostro essere ancora insieme?
Roma, 28 aprile 2013: un uomo spara davanti a Palazzo Chigi e ferisce due carabinieri. Uno dei due, ferito gravemente, aveva perso la moglie meno di tre mesi prima. La figlia lascia il lavoro per stare accanto al padre, per rispondere con la sua fedeltà al primo legame che si era interrotto e al secondo che rischiava di essere spezzato.
Milano, 11 maggio 2013: un ragazzo disperato (conta il colore della pelle? Forse no) uccide a picconate tre persone. Qui la violenza è improvvisa, inspiegabile, casuale. Uno dei tre, pensionato, aveva perso la moglie, faceva volontariato, aiutava i malati che aspettavano un pasto. Quella mattina, a quell'ora, stava andando da un'anziana: ecco un esempio in cui l'infedeltà tragica della morte è largamente compensata da una fedeltà eroica. Forse - chissà - Ermanno Masini può essere considerato un martire della solidarietà.
L'infedeltà tragica si riscatta con la solidarietà eroica.

domenica 12 maggio 2013

Madre o zitella?

Qualche giorno fa, rivolgendosi a 800 suore che partecipavano a Roma all'assemblea dell'Unione delle superiori generali, papa Francesco ha usato ancora una volta un'espressione semplice e potente, solo apparentemente "ingenua": «La consacrata è madre, deve essere madre e non "zitella"! Questa gioia della fecondità spirituale animi la vostra esistenza».
Bisogna andare al di là della battuta (come credo si debba fare sempre quando parla papa Bergoglio), per coglierne il profondo significato teologico: frigidità e sterilità vanno di pari passo anche nella vita spirituale. Nello stesso tempo, però, la fecondità spirituale di una persona consacrata a Dio non è mai neutra: non si deve confondere sessualità e genitalità. C'è un modo inconfondibilmente maschile e un modo inconfondibilmente femminile di vivere la vocazione religiosa; non c'è un modo "neutro". È forse neutra la spiritualità di Ildegarda di Bingen o di Caterina da Siena? E quella di Madre Teresa di Calcutta? La sua autentica maternità spirituale è testimoniata da tutta la sua vita, dalle parole e dalle opere. Vorrei segnalare in proposito questa sua splendida preghiera, che attesta quella concreta e sconfinata dedizione che può nascere solo da un cuore di donna quando incontra l'Infinito:


 Signore, quando ho fame,
 dammi qualcuno che ha bisogno di cibo;
quando ho un dispiacere, 
mandami qualcuno da consolare;
quando la mia croce diventa pesante, 
fammi condividere la croce di un altro; 
quando non ho tempo, 
dammi qualcuno che io possa aiutare per qualche momento; 
quando sono umiliato, 
fa' che io abbia qualcuno da lodare;
quando sono scoraggiato, 
mandami qualcuno da incoraggiare;
quando ho bisogno della comprensione degli altri,  
dammi qualcuno che ha bisogno della mia;
quando ho bisogno che ci si occupi di me, 
mandami qualcuno di cui occuparmi;
quando penso solo a me stesso, 
attira la mia attenzione su un'altra persona. 
Rendici degni, Signore, di servire i nostri fratelli,
che in tutto il mondo vivono poveri e affamati.
Da' loro oggi, usando le nostre mani, il loro pane quotidiano,
e da' loro, per mezzo del nostro amore comprensivo, pace e gioia.
Madre Teresa di Calcutta 

giovedì 2 maggio 2013

Ritratto di un'anima

In un tempo in cui la sfera pubblica è costantemente al centro della scena ed esibisce in modo sfacciato il suo lato peggiore, fatto di convenienze senza fedeltà, è un vero atto di controinformazione onorare una storia privata, esemplare per i valori di fedeltà, tenace e gratuita, che custodisce e comunica. Vito D'Ambrosio è un magistrato prestato alla politica, per un periodo intenso e limitato, come dovrebbe essere. Membro del Consiglio superiore della Magistratura fino al 1990, Presidente della Regione Marche dal 1995 al 2005, successivamente impegnato alla Procura generale presso la Corte di Cassazione. Il 24 settembre 2009, dopo una dura malattia, perde la moglie, Giuliana. Chi, come me, riusciva a partecipare, almeno saltuariamente, alle iniziative del gruppo Meic di Ancona, portate avanti con generosa tenacia da Mimmo Valenza, non può non ricordare la loro presenza, sempre discreta e appassionata. Insieme: ecco un avverbio che oggi suona scandalosamente sovversivo. Insieme fino alla morte, e anche oltre. 
«Abbiamo attraversato il tunnel della malattia tenendoci strettamente per mano, finché lei ha potuto, e poi ho continuato a tenergliela io, quando lei non poteva più stringere. E ancora adesso, dopo più di un anno, sento le sue dita appoggiarsi sulle mie, mentre premo i tasti del computer, per scrivere una storia che non avrei mai voluto finisse così, e che lei, per la sua infinita dicrezione, non avrebbe proprio voluta fosse scritta» (p. 11). Così confessa Vito D'Ambrosio nella premessa di questo libro, di cui si sente curatore più che autore vero e proprio. Si può scrivere un libro "a quattro mani", quando si resta soli? D'Ambrosio ammette che di esser precipitato, con la morte di Giuliana, «in una situazione allucinante», sentendosi «risucchiato… da un vortice distruttivo», pur restando aggrappato alla «fede in un Dio che sentivo "ingiusto" ma che non riuscivo a colpevolizzare» (p. 10). Come scrive V. Jankélévitch, «la morte… non fa comprendere la morte, la morte fa comprendere la vita», nel senso che «l'istante finale illumina qualcosa», cioè la «stessa vita dell'al di qua, di cui è la conclusione. Il rischiaramento è retrogrado, la luce retrospettiva» (La morte, Einaudi, Torino 2009, pp. 360-361). Questa sorta di rivelazione retroattiva pone in una luce nuova la storia di una vita, impedendo che essa possa evaporare nell'insignificanza: «Quel che accade una sola volta nell'esistenza - è ancora Jankélévitch - ha un prezzo infinito, o meglio non ha prezzo; e nemmeno l'esistenza in quanto tale ha prezzo. E ciò che è inestimabile non si rimborsa» (p. 309).
Per questo, la morte della sposa amata genera in Vito D'Ambrosio «un Canto per Giuliana, anzi Il Canto per Giuliana», per onorarne «lo splendore nascosto…, quell'insieme incredibilmente ricco di talenti che aveva speso senza risparmio, per tutta la sua vita, assolutamente conscia della necessità di "ricompensare" il Padre per quanto aveva voluto regalarle» (Canto per Giuliana, p. 11).
Il libro "canta" la storia di una vita insieme, lasciando la parola, di volta in volta, alla sposa scomparsa e allo sposo che ricorda: appunti, scritti, articoli, diari, preghiere, corrispondenza… Uno spaccato di vita dove entrare in punta di piedi, per il timore di profanare la storia di un'anima o di fermarsi alla sua superficie biografica.
Provo a condividere, qui, qualche sprazzo di luce purissima.
GIULIANA, da una Lettera a un angelo custode
«Sei stato davvero il mio angelo custode, in questi mesi pesanti, ma allo stesso tempo così importanti e ricchi per la nostra vicinanza, che c'è da sempre, ma che non è mai stata così intensa e significativa… Chissà se riuscirò finalmente a conciliare dentro di me quelle due parti così mie, e perciò conflittuali: la Maria, fedele contemplativa, serena nella meditazione e nella preghiera, e la Marta tuttofare, aperta e disponibile, ma sempre col timore di non fare mai abbastanza? Chissà!? Il tempo lo dirà. Per ora non ho parole per dirti grazie e per chiederti scusa se sono stata un po' prepotente e ribelle…» (pp. 16-17).
VITO
«Io so che Giuliana è partita per un viaggio che si compie da soli, mentre mi illudevo che sarei stato io a lasciarla in lacrime… Sentro che adesso la porto dentro di me, una presenza "diversa", ma forte, intensa, attenta alle mie debolezze, che conosce bene e che si sforza di trasformare, come ha sempre fatto prima. Signore, nonostante tutto, Giuliana non è solo Tua, ma continua a essere anche mia. E questa piccola luce mi basta. Buona notte, Padre; per la prima volta, da quando scrivo questo diario, faccio io a Te l'augurio della buona notte, l'augurio che questa notte sia la prima della nostra pace, la pace tra me e Te, assai faticosamente raggiunta» (p. 287).

Vito D'Ambrosio, Canto per Giuliana. Ritratto di un'anima, Italic, Ancona 2010, pp. 336.