giovedì 2 maggio 2013

Ritratto di un'anima

In un tempo in cui la sfera pubblica è costantemente al centro della scena ed esibisce in modo sfacciato il suo lato peggiore, fatto di convenienze senza fedeltà, è un vero atto di controinformazione onorare una storia privata, esemplare per i valori di fedeltà, tenace e gratuita, che custodisce e comunica. Vito D'Ambrosio è un magistrato prestato alla politica, per un periodo intenso e limitato, come dovrebbe essere. Membro del Consiglio superiore della Magistratura fino al 1990, Presidente della Regione Marche dal 1995 al 2005, successivamente impegnato alla Procura generale presso la Corte di Cassazione. Il 24 settembre 2009, dopo una dura malattia, perde la moglie, Giuliana. Chi, come me, riusciva a partecipare, almeno saltuariamente, alle iniziative del gruppo Meic di Ancona, portate avanti con generosa tenacia da Mimmo Valenza, non può non ricordare la loro presenza, sempre discreta e appassionata. Insieme: ecco un avverbio che oggi suona scandalosamente sovversivo. Insieme fino alla morte, e anche oltre. 
«Abbiamo attraversato il tunnel della malattia tenendoci strettamente per mano, finché lei ha potuto, e poi ho continuato a tenergliela io, quando lei non poteva più stringere. E ancora adesso, dopo più di un anno, sento le sue dita appoggiarsi sulle mie, mentre premo i tasti del computer, per scrivere una storia che non avrei mai voluto finisse così, e che lei, per la sua infinita dicrezione, non avrebbe proprio voluta fosse scritta» (p. 11). Così confessa Vito D'Ambrosio nella premessa di questo libro, di cui si sente curatore più che autore vero e proprio. Si può scrivere un libro "a quattro mani", quando si resta soli? D'Ambrosio ammette che di esser precipitato, con la morte di Giuliana, «in una situazione allucinante», sentendosi «risucchiato… da un vortice distruttivo», pur restando aggrappato alla «fede in un Dio che sentivo "ingiusto" ma che non riuscivo a colpevolizzare» (p. 10). Come scrive V. Jankélévitch, «la morte… non fa comprendere la morte, la morte fa comprendere la vita», nel senso che «l'istante finale illumina qualcosa», cioè la «stessa vita dell'al di qua, di cui è la conclusione. Il rischiaramento è retrogrado, la luce retrospettiva» (La morte, Einaudi, Torino 2009, pp. 360-361). Questa sorta di rivelazione retroattiva pone in una luce nuova la storia di una vita, impedendo che essa possa evaporare nell'insignificanza: «Quel che accade una sola volta nell'esistenza - è ancora Jankélévitch - ha un prezzo infinito, o meglio non ha prezzo; e nemmeno l'esistenza in quanto tale ha prezzo. E ciò che è inestimabile non si rimborsa» (p. 309).
Per questo, la morte della sposa amata genera in Vito D'Ambrosio «un Canto per Giuliana, anzi Il Canto per Giuliana», per onorarne «lo splendore nascosto…, quell'insieme incredibilmente ricco di talenti che aveva speso senza risparmio, per tutta la sua vita, assolutamente conscia della necessità di "ricompensare" il Padre per quanto aveva voluto regalarle» (Canto per Giuliana, p. 11).
Il libro "canta" la storia di una vita insieme, lasciando la parola, di volta in volta, alla sposa scomparsa e allo sposo che ricorda: appunti, scritti, articoli, diari, preghiere, corrispondenza… Uno spaccato di vita dove entrare in punta di piedi, per il timore di profanare la storia di un'anima o di fermarsi alla sua superficie biografica.
Provo a condividere, qui, qualche sprazzo di luce purissima.
GIULIANA, da una Lettera a un angelo custode
«Sei stato davvero il mio angelo custode, in questi mesi pesanti, ma allo stesso tempo così importanti e ricchi per la nostra vicinanza, che c'è da sempre, ma che non è mai stata così intensa e significativa… Chissà se riuscirò finalmente a conciliare dentro di me quelle due parti così mie, e perciò conflittuali: la Maria, fedele contemplativa, serena nella meditazione e nella preghiera, e la Marta tuttofare, aperta e disponibile, ma sempre col timore di non fare mai abbastanza? Chissà!? Il tempo lo dirà. Per ora non ho parole per dirti grazie e per chiederti scusa se sono stata un po' prepotente e ribelle…» (pp. 16-17).
VITO
«Io so che Giuliana è partita per un viaggio che si compie da soli, mentre mi illudevo che sarei stato io a lasciarla in lacrime… Sentro che adesso la porto dentro di me, una presenza "diversa", ma forte, intensa, attenta alle mie debolezze, che conosce bene e che si sforza di trasformare, come ha sempre fatto prima. Signore, nonostante tutto, Giuliana non è solo Tua, ma continua a essere anche mia. E questa piccola luce mi basta. Buona notte, Padre; per la prima volta, da quando scrivo questo diario, faccio io a Te l'augurio della buona notte, l'augurio che questa notte sia la prima della nostra pace, la pace tra me e Te, assai faticosamente raggiunta» (p. 287).

Vito D'Ambrosio, Canto per Giuliana. Ritratto di un'anima, Italic, Ancona 2010, pp. 336.

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