sabato 29 giugno 2013

Quali laici

Sono costretto, mio malgrado, a entrare in dialogo a distanza con l'arcivescovo di Trieste, mons. Crepaldi, dopo l'intervista da lui rilasciata al giornale della sua diocesi. Lo faccio malvolentieri: lo stile ecclesiale che preferisco è quello di un dialogo diretto, volto a chiarire eventuali fraintendimenti e incomprensioni. Debbo però fare i conti con la ricaduta mediatica dell'intervista, che mi attribuisce posizioni non corrispondenti allo spirito e alla lettera del mio libro I cattolici e la politica, e che per puro amore di verità debbo chiarire pubblicamente.
Desidero anzitutto precisare che l'affermazione di essere «a favore del riconoscimento delle convivenze tra omosessuali» non corrisponde minimamente al mio pensiero. In passato sono state criticato da associazioni gay per aver coniato l'acronimo OSGM (=organismi sociali geneticamente modificati) a proposito delle convivenze tra omosessuali. Nel libro mi chiedo se sia possibile collocare le unioni civili a un livello più alto di un individualismo atomistico, continuando a riconoscere la differenza sessuale come un dato «che non può essere declassato a pura preferenza soggettiva». Ho aggiunto che «pretendere uguali diritti rispetto a una "famiglia naturale" … equivarrebbe a neutralizzare la differenza sessuale». Non è altresì esatto quanto mons. Crepaldi mi attribuisce: «Secondo lui una coppia di omosessuali non ha diritto ad essere considerata famiglia in quanto non lo è, ma ha diritto ad essere considerata qualcosa di più di due studenti che condividono lo stesso appartamento». Ho scritto invece, cercando di identificare i termini del problema: «Due gay che vogliono vivere insieme non accetterebbero mai di essere posti, in termini di diritti sullo stesso piano di due single o di un gruppo di studenti universitari che condividono per motivi puramente economici lo stesso appartamento». La differenza di attribuzione mi pare sostanziale. 
Riconosco, è vero, l'importanza di convenire su una "logica graduata dei diritti" entro una differenza di fondo tra pubblico e privato (questo è il capitolo in cui affronto la questione), concludendo - in modo a mio giudizio inequivocabile - con queste parole: «Qualcuno vorrà forse rinunciare all'idea della famiglia naturale come culla della vita? Con quale altro modello intende sostituirla? Vorremmo vedere le carte, please». Ammetto invece una differenza di approccio alla questione, ritenendo che un credente debba ricercare dei margini di confronto e di dialogo entro questo intervallo tra pubblico e privato. La stessa citazione del cardinale Martini (che mons. Crepaldi sembra singolarmente contrapporre ai "Vescovi italiani") va in questa direzione: «gerarchia di valori», non «parità di diritti».
A un livello più generale, non mi riconosco in un atteggiamento che consisterebbe nell'«affermare i principi nello stesso momento in cui si aprono fessure per non rispettarli» e mi sento personalmente ferito nel leggere che la mia esposizione sarebbe «sempre volutamente ambigua». Due avverbi che pesano. L'ambiguità può essere il risultato di affermazioni oggettivamente equivoche, ma la pretesa di giudicare in modo così assertorio l'intentio auctoris, senza la benché minima presunzione del dubbio, mi lascia stupito. Non ho nessuna intenzione di essere un apostolo dell'ambiguità e non sto girando «tutta l'Italia»; ho fatto solo cinque o sei presentazioni del libro, tenendole sempre ben distinte da altri interventi, frutto di inviti a livello ecclesiale, in molti casi sollecitati da vescovi, che non sarei propenso a ritenere tutti degli sbadati o peggio sostenitori di un cristianesimo equivoco del "Sì, ma…".
Mons. Crepaldi giustamente mette in guardia contro il pericolo di un'adesione condizionata alla fede, espressa efficacemente nella formula del "Sì, ma…". Personalmente ritengo che l'adesione incondizionata al patrimonio irrinunciabile della tradizione cristiana non solo non escluda ma addirittura richieda, proprio in nome di tale fedeltà, che si cerchi continuamente di purificare tale patrimonio da infiltrazioni improprie. Come credente debbo essere disposto a dire un sì senza riserve - anche a costo della vita - nell'obbedienza alla fede, mentre forse è il caso di continuare a dire dei "ma…" dinanzi a una richiesta diversa di obbedienza: alle cordate, alle consuetudini e ad ogni sovrastruttura disciplinare opinabile che tende fare corpo unico con il depositum fidei (come, ad esempio, le preferenze politiche di un pastore).
Un valore ben più importante hanno invece le parole di mons. Crepaldi sull'Azione Cattolica, che a mio giudizio debbono essere tenute ben distinte da quelle che egli ha ritenuto di dedicare al mio libro. Il profilo istituzionale ed ecclesiale è completamente diverso e sono dispiaciuto che una valutazione su un libro (intenzionalmente non pubblicato con la casa editrice dell'Ac) possa riverberarsi negativamente sull'associazione. In ogni caso, come semplice socio di Azione Cattolica, quale sono ora, m'interroga profondamente il fatto che un vescovo, anziché cercare forme d'interlocuzione diretta nelle sedi più proprie, preferisca rilasciare una intervista pubblica in cui afferma che l'Ac «abbia bisogno di riconsiderare la propria linea e il proprio ruolo»
Infine, come non riconoscere, con mons. Crepaldi, che «questa è l'ora del laicato in modo particolare»? Le sue parole attestano una richiesta di laici "'all'altezza", che c'interpella tutti ma lascia aperta una domanda che non si può eludere: quali laici? Una domanda che dobbiamo altresì contestualizzare: nel frattempo, si dà il caso che nella Chiesa stia accadendo qualcosa. Non possiamo far finta di nulla dinanzi al processo di rigenerazione profonda, iniziato con la rinuncia di papa Benedetto e proseguito con l'elezione di papa Francesco, che segna - com'è ovvio - per noi tutti un "nuovo inizio". Al magistero di papa Francesco, che ci sta richiamando all'essenziale della fede e che non vuole "dogane" improprie sulla strada che collega miseria e misericordia, dobbiamo assicurare tutti un "sì senza se e senza ma". Sono certo che, su questo punto, mons. Crepaldi sia d'accordo con me.

venerdì 28 giugno 2013

Mons. Crepaldi: "Tornino laici cattolici all'altezza"

Pubblico questa intervista dell'arcivescovo di Trieste, contenente affermazioni molto severe sul mio libro "I cattolici e il paese". Non aggiungo alcun commento

Parla l’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi
E’ L’ORA DI FEDELI LAICI ALL’ALTEZZA
DEI PROBLEMI E DEI TEMPI

Nel numero odierno di Vita Nuova, settimanale della diocesi di Trieste, l’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi concede un’intervista sui fedeli laici nel momento presente, le cui riflessioni vanno ben oltre l’ambito triestino. Prendendo criticamente spunto da un recente libro di Luigi Alici, l’Arcivescovo osserva che, purtroppo, la presenza dei fedeli laici non riesce a darsi una configurazione coesa e coerente sul piano pubblico. La stessa Azione Cattolica sembra attardata su una cultura della mediazione che rischia di diventare cultura nel “sì… ma”, spostando continuamente in avanti la soglia del non possumus e così, di fatto, adeguandosi al mondo. Secondo l’Arcivescovo Crepaldi, uno dei motivi di fondo di questa incertezza del laicato cattolico è la sostituzione del compito di ordinare a Dio le cose temporali, come afferma il Concilio, con quello di far funzionare la democrazia e le istituzioni. L’Arcivescovo afferma di essere sostenitore convinto dell’Azione Cattolica e di nutrire grandi aspettative nei suoi confronti. Proprio per questo ritiene che essa dovrebbe rivedere la propria linea e il proprio ruolo. Il testo dell’intervista è disponibile anche in www.vitanuovatrieste.it.
Venerdì, 28 giugno 2013. 

Eccellenza, nella sua omelia per la chiusura della processione del Corpus Domini di domenica 2 giugno, lei ha avuto parole dure circa l’approvazione di leggi che possono «compromettere i capisaldi del nostro vivere umano: la vita, la famiglia e la nostra libertà». Ora, proprio quello dovrebbe essere il campo dell’impegno dei fedeli laici. Il suo discorso era un richiamo anche a loro?
Non c’è dubbio che questa dovrebbe essere l’ora del laicato. Ma purtroppo il laicato cattolico non si fa sentire. Magari lamentando poi che i Vescovi parlano troppo.
Perché, secondo lei, questa è l’ora del laicato?
Certamente ogni ora è l’ora del laicato, perché non c’è un momento in cui il laico non tragga dal suo battesimo il compito di ordinare a Dio le cose temporali. Però questa è l’ora del laicato in modo particolare. La politica e le leggi stanno mettendo mano all’ordine della creazione, alla natura della famiglia e alle relazioni naturali di base, quella tra padre e madre e tra genitori e figli. Si tratta di qualcosa di inedito e sconvolgente che  richiede una presenza particolarmente convinta ed attiva.
Perché dice che il laicato cattolico non si fa sentire?
Sono molti i laici cattolici che nella famiglia, nel lavoro, nella società incarnano con fedeltà la propria fede cristiana. Ciò avviene però soprattutto nella quotidianità. Ciò che manca in modo evidente è una presenza unitaria e coordinata nella società civile e una testimonianza chiara e coerente a livello politico, legislativo e dentro le pubbliche istituzioni.
Eppure esistono vari organismi di rete tra cattolici e in passato sono stati in grado di portare in piazza con il Family Day moltissime persone. Non ci sono più?
Ci sono ancora, però bisogna prendere atto di alcuni mutamenti. Intanto alcune di queste reti si sono costituite ma non si sono consolidate, sono rimaste tali a livello formale di vertice e più di qualche convegno non potranno fare. In secondo luogo, mi sembra che alcune reti un tempo molto attive su questi temi – penso per esempio a Scienza e Vita oppure al Forum delle Associazioni familiari – abbiano un po’ allentato la presa, dirottando l’attenzione verso altre tematiche a mio avviso meno importanti. Infine, vorrei notare che anche dentro le singole associazioni e i singoli movimenti la presa di posizione sui temi che ho sopra richiamato è scarsa sia in sede nazionale che in sede locale.
Può spiegare meglio cosa intende quando parla di “testimonianza coerente a livello politico, legislativo e dentro le pubbliche istituzioni”?.
Nelle amministrazioni pubbliche ci sono cattolici dichiaratamente tali. Ma quando si tratta di affrontare questi temi, essi utilizzano le categorie mentali di tutti gli altri e si fanno scudo della laicità della politica per non prendere una posizione che certamente costerebbe loro sul piano politico, ma che io vedrei come coerente sul piano umano con la fede professata.
Una delle storiche associazioni di fedeli laici è l’Azione cattolica. Cosa mi può dire a riguardo?
Prendo spunto da un recente libro di Luigi Alici dal titolo “I cattolici e il paese. Provocazioni per la politica” edito da La Scuola.
Ma Luigi Alici non è più presidente dell’Azione cattolica…
Però lo è stato a lungo e può dirsi un intellettuale fortemente impegnato nell’associazionismo del laicato cattolico. Recentemente egli ha girato tutta l’Italia – è stato anche in Friuli Venezia Giulia ed anche a Trieste. Certo il suo libro non rappresenta l’Azione cattolica, però può essere indicativo di un modo di pensare, diffuso anche dentro l’associazione.
Ho letto anch’io il libro. Cosa l’ha maggiormente colpita?
Il suo appartenere alla categoria dei libri “Sì, ma …”: affermare i principi nello stesso momento in cui si aprono fessure per non rispettarli. Ho cercato in questo libro le affermazioni di fedeltà al magistero e di adesione ai principi della tutela della vita o della famiglia: li ho trovati. Però l’esposizione è sempre volutamente ambigua, dice, ma nega ed è piena di “tuttavia”.
Può fare un esempio?
Alici ha parole molto belle sulla famiglia, ma poi si dice a favore del riconoscimento delle convivenze tra omosessuali. Si rifà al cardinale Martini, ma non ai Vescovi italiani che, in una Nota del 2007, hanno chiarito la questione, come anche Vita Nuova ha opportunamente ricordato. I diritti per le persone omosessuali vanno affrontati sul piano del diritto privato. Il riconoscimento della convivenza in quanto tale non è accettabile né per le cosiddette coppie di fatto eterosessuali né per quelle omosessuali. Manca il requisito della valenza pubblica.

Quali sono gli argomenti di Luigi Alici a proposito?
Quello della gradualità dei diritti. Secondo lui una coppia di omosessuali non ha diritto ad essere considerata famiglia in quanto non lo è, ma ha diritto ad essere considerata qualcosa di più di due studenti che condividono lo stesso appartamento. Una simile argomentazione non è accettabile: ciò che è sbagliato non può essere fonte di diritti pubblicamente riconosciuti, e non può esserci per esso nessuna gradualità.
Cosa significa questo?
Credo che questo libro esprima bene una certa cultura dentro il mondo cattolico. I laici che vi si ispirano sposteranno sempre più in avanti l’asticella del “non possumus”, adeguandosi al mondo.
Ho notato nel libro di Alici il continuo rifarsi al “paradosso” cristiano che farebbe del fedele laico una persona continuamente combattuta al proprio interno e a cui solo la risposta della propria coscienza potrà indicare la via.
Il paradosso cristiano non va interpretato come un'insanabile contraddizione interna del cristiano, perché la fede e la ragione, come ci insegna la dottrina, vanno insieme e solo il peccato introduce la divisione. Quello di Alici è un modo per far sì che l’agire dei cattolici nella società e nella politica sia lasciato unicamente alla loro autonoma coscienza.
Alici sostiene che c’è un ambito di partecipazione politica non direttamente partitica in cui dovrebbe valere la collaborazione dei cattolici con tutti gli altri e un ambito strettamente partitico in cui vale la competizione. E’ d’accordo?
Non solo tra i partiti, ma anche nella società ci sono oggi antropologie in conflitto. Anzi, oggi si assiste alla competizione tra chi dice che non c’è una antropologia, una vera visione dell’uomo, e chi invece dice che c’è. In questi campi – penso alla cultura, all’animazione sociale, alla formazione dei giovani, alla comunicazione - non può esserci solo collaborazione. Smettiamola una buona volta di continuare a illuderci e a illudere su questo punto. Dialogo e rispetto non devono mancare mai, ma la collaborazione la si fa sulla verità.
Da cosa dipende tutto ciò?
Credo dipenda dall’aver cambiato lo scopo della presenza dei laici cristiani nel mondo. I laici hanno come scopo di ordinare a Dio l’ordine temporale – come dice il Concilio – o, in altre parole, di costruire la società secondo il progetto di Dio. Invece, lo scopo dei fedeli laici è stato ridotto a conseguire il bene comune, a costruire la democrazia, a realizzare la Costituzione, a far funzionare le istituzioni.

Perché l’obiettivo del bene comune non va bene?
Va bene, a patto però che in esso si faccia rientrare anche il rispetto dell’ordine del creato e il benessere spirituale e religioso delle persone. Non c’è vero bene comune quando Dio viene messo tra parentesi e quando a Dio non è riconosciuto un posto nel mondo. 
L’Azione cattolica ha avuto una lunga storia. Qual è stato il suo momento critico secondo lei?
Lascio questo compito agli storici. Posso solo tentare qualche ipotesi. La cosiddetta “scelta religiosa” fu interpretata dagli uomini di Azione cattolica in modo ambiguo. Doveva comportare il concentrarsi sul proprium dell’Azione cattolica, quello che Benedetto XVI ha poi chiamato “il posto di Dio nel mondo”. E’ stata invece vissuta come un apparente disimpegno rispetto ad una presenza visibile e organizzata condannata troppo frettolosamente come preconciliare. Dico “apparente” perché – strano a dirsi! – da allora moltissimi dirigenti dell’Azione cattolica si impegnarono direttamente in politica, prevalentemente nei partiti di sinistra. Ultimo esempio è stato Ernesto Preziosi alle recenti elezioni politiche.
Allora a lei l’Azione cattolica non va bene?
Io credo nell’Azione cattolica, continuo ad esserne un sostenitore convinto e, a parte qualcuno e qualcuna, sono assai grato a quella diocesana per quello che fa e nutro grandi aspettative verso di essa. Credo però che l’Azione cattolica - sto parlando in termini generali - oggi abbia bisogno di riconsiderare la propria linea e il proprio ruolo. Ciò sarebbe di grande vantaggio non solo per la missione pastorale delle nostre Diocesi, ma anche per le altre forme di associazionismo dei fedeli laici.
In che modo?
Si tratta di essere fedeli, in maniera integrale e con generosità spirituale, all’insegnamento del Concilio Vaticano II: essere laici nel mondo per ordinarlo a Dio, mettendo in primo piano l'esigenza e l'urgenza dell'ordinarlo a Dio. Per l'Azione cattolica significa: recuperare la sostanza del proprio passato, anche di quello che oggi si ricorda con un certo inspiegabile disprezzo; recuperare la dottrina sociale della Chiesa in tutti i suoi sostanziali collegamenti con la dottrina cristiana; intendere la laicità nel modo che ci ha insegnato Benedetto XVI, cioè pensare che al mondo non bisogna solo adeguarsi se si vuole veramente servirlo; superare una visione inadeguata del Concilio, recuperandone tutto l’insegnamento dentro la tradizione della Chiesa e non le solite due o tre frasi adoperate in modo retorico; non minimizzare gli attacchi che oggi vengono portati alla natura umana e alla fede cristiana, accusando quanti cercano di reagire di voler ristabilire uno schema mentale integralista proprio del passato. La Chiesa ha un bisogno immenso di un'Azione cattolica così, che riprenda a formare laici capaci di costruire la società secondo il cuore e il progetto di Dio. Per questo continuo a pregare e a sperare...
Stefano Fontana

martedì 25 giugno 2013

Nostalgia del padre


Rabbia e paura, dolore e amore, onestà e fragilità sono forme elementari dell'umano, con le quali Pino Roveredo intreccia una storia aspra e toccante, in bilico tra rimpianto e gratitudine; una gratitudine ferita, certo, ma capace di improvvisi slarghi di luce, senza mai dimenticare la fatica umiliata del vivere e il senso di una lotta che non ammette cedimenti dinanzi alla dignità del lavoro e al dovere della militanza politica, senza rinunciare mai ad essere una persona "per bene".
Un figlio che attraversa il muro delle parole impossibili di due genitori sordomuti, che scarica rabbia repressa senza perdere la levità dei veri sentimenti, che impara a forzare la parola, caricandola di un peso e di una forza non comuni.
Tra tanti libri che onorano la figura del padre, questo è forse quello meno ragionato e più istintivo, capace di dichiarare onestamente il debito di una gratitudine smisurata, che si traduce in una voglia di legami familiari capaci di resistere a tutti gli oltraggi della vita. 
La figura del padre è al centro del libro, indomito oltre ogni sconfitta:
«Quella volta avevi ancora tanta voglia di fare e ti sentivi dentro una forza da ribaltare il mondo, peccato solo che il mondo si rifiutasse di mettersi a tua disposizione… Lavoravi tanto, guadagnavi poco, e combattevi ogni sacrosanto giorno tra lo spazio ristretto del vivere e del sopravvivere» (61).
Senza chiudere gli occhi dinanzi ad una fedeltà senza tenerezza:
«Non vi ho mai visto camminare abbracciati, tu sempre davanti e lei sempre dietro… Non ho mai visto neanche la sacrosanta giustizia di un fiore, la sopresa di un pianto, la voglia di uno slancio e il bisogno cristiano di dividere e condividere nel bene, e non solo nel male, la sorte della vostra storia» (75).
Una storia vissuta dalla parte di un perdente che alla fine si ritrova scrittore di successo:
«Purtroppo in questa nostra società dove impongono le vetrine dei "primi in classifica" non c'è tempo per la debolezza, e nessuna voglia di immischiarsi con le faccende che riguardano il peso morto della disgrazia» (69).
Un messaggio straordinariamente positivo, come una luce purissima che attraversa l'oscurità:
«Non lo so, papà, io so soltanto che ho inciampato su tutte le scale che ho incrociato in vita mia, e che oggi mi salvo facendo l'operatore di strada, usando la strategia di occuparmi degli altri per occuparmi di me stesso» (55).
Capace di tradurre la propria gratitudine in un preghiera toccante e straordinaria, più di tante sorvegliate liturgie:
«Senti, Cristo, se esiste davvero l'inferno, non metterci mio padre, concedigli le attenuanti dlla sofferenza. Evitagli anche il purgatorio, perché non ha la pazienza di sopportare cinque, seimila anni di ravvedimento. Se è possibile, sistemalo in paradiso, insieme a mia madre, vedrai che non ti deluderà, e poi hai visto mai che in quella pace non trovi finalmente il tempo e la forza di diventare… una brava persona!» (126).

PINO ROVEREDO, Mio padre votava Berlinguer, Bompiani, Milano 2012

mercoledì 19 giugno 2013

Troppa distanza tra miseria e misericordia

Mercoledì 19 Giugno 2013
CAPIRE FRANCESCO
"Lui non vuole una dogana
tra miseria e misericordia"
Il filosofo Luigi Alici, dopo le parole del Papa al convegno delle diocesi di Roma, invita a non scambiare il suo magistero con "una forma di simpatico folklore argentino". E ancora: "Non è indolore il fatto che il Papa metta il dito sulla necessità di avere pastori che odorino dell'odore delle pecore: da un lato, occorre evitare la separazione e la solitudine, dall'altro non cadere nell'eccesso opposto, nella tentazione di perdere l'asimmetria"
M.Michela Nicolais

Sarebbe “un tradimento inaccettabile” scambiare il magistero di Papa Francesco “con una forma di simpatico folklore argentino”. Luigi Alici, docente di filosofia morale all’Università di Macerata, non usa mezzi termini per commentare le parole molto forti usate da Papa Francesco aprendo il convegno della diocesi di Roma. Parole in cui “la brevità giova sicuramente all’efficacia, ma non va affatto a scapito dell’approfondimento”. Parole che “non sono pillole occasionali, ma stanno dentro un quadro molto chiaro”. Le abbiamo “fatte parlare”, intervistando il filosofo.

I cattolici, nella cultura attuale, sono una minoranza, è la denuncia del Papa: come reagire?
“Credo che ci siano, nel magistero del Papa, due parole chiave: miseria e misericordia, tra le quali non bisogna introdurre una dogana. In altre parole, suggerisce Papa Francesco, non ci devono essere ostacoli impropri che impediscano di raccordare la miseria e la misericordia. E gli ostacoli impropri sono quelli che, volontariamente o involontariamente, chiudono la Chiesa in un atteggiamento a volte autosufficiente, altre volte angosciato per la perdita della centralità, per il fatto cioè di non essere più una maggioranza. Soltanto se, invece, si ristabilisce un contatto diretto tra miseria e misericordia - che è garantito non dai nostri atteggiamenti, ma dalla grazia - allora si spalancano le porte delle periferie, in un itinerario di cui tutti avvertiamo l’esigenza. Andare nelle periferie, però, ci spiega sempre Francesco, non significa assumere un atteggiamento da ‘barboni spirituali’ o fare del pauperismo nel senso più banale e semplificato del termine. La grazia è veicolo di speranza: il cristiano deve essere consapevole che la parola che deve dare agli uomini di oggi è la parola della misericordia, che sblocca la miseria dal circuito della disperazione”.

Cristiani “rivoluzionari”, dunque, non “indifferenti”?“Il nostro è un tempo che odora di morte. Non possiamo rimanere insensibili alla disperazione, perché quando la miseria è abissale, nessuno può uscirne da solo. Il Papa, scattando una fotografia della città di Roma, mette in guardia contro l’indifferenza, tema molto caro anche a Benedetto XVI. L’indifferenza è un altro modo di dire relativismo: è l’indifferenza alle differenze. Per questo è importante riportare al centro dell’annuncio anche la cultura: l’invito di Papa Francesco è a tutto campo, perché anche a livello intellettuale bisogna far capire che la persona umana non può rassegnarsi all’indifferenza. A pensare che la vita e la morte, il bello e il brutto, il maschile e il femminile, la persona e la natura, siano identici. Per questo quella del Papa è una parola molto forte e profetica, sia sul piano pastorale che sul piano culturale”.

“Il Signore ci vuole pastori, non pettinatori di pecore”, l’esortazione del Papa: la Chiesa è pronta per ascoltarlo?
“La comunione non si instaura per decreto, e tutte le scelte di Papa Francesco - a cominciare da quella del luogo in cui ha scelto di andare a vivere - vanno in questa direzione: il soggetto dell’evangelizzazione è la comunità, non sono degli agenti specializzati. All’interno della Chiesa, il Papa sta indicando alcuni eccessi che devono essere evitati: il primo, che già Rosmini denunciava nelle sue ‘Cinque piaghe’, è la separazione tra clero e popolo, che oggi è diventata anche separazione del clero al proprio interno, basti pensare ai preti che vivono da soli. Non è indolore il fatto che il Papa metta il dito sulla necessità di avere pastori che odorino dell’odore delle pecore: da un lato, occorre evitare la separazione e la solitudine, dall’altro non cadere nell’eccesso opposto, nella tentazione - evidente soprattutto nei preti più giovani - di perdere l’asimmetria, di diventare semplici amici dei ragazzi. L’educazione è sempre un rapporto asimmetrico, ma non autoritario, come quello tra genitori e figli”.

La grazia “non si compra e non si vende”: è questo il vero antidoto alla crisi?
“Sicuramente quello del Papa è un messaggio alternativo alla cultura dominante: sarebbe un tradimento inaccettabile scambiare questo messaggio con una forma di simpatico folklore argentino. Papa Francesco ha ripetuto più volte che ‘Dio non è uno spray’ e che la Chiesa non è una Ong. La misericordia è un valore sovversivo, non è un cosmetico spirituale, tanto che può implicare anche il martirio. La misericordia deve intercettare la miseria, altrimenti va sprecata. Deve andare nelle periferie, materiali ed esistenziali, altrimenti la comunità cristiana è frigida”. 
 
(intervista al Sir: http://www.agensir.it/sir/documenti/2013/06/00264279_lui_non_vuole_una_dogana_tra_miseria_e_mi.html)
 

martedì 11 giugno 2013

La porta della fede


Il rapporto tra fede e libertà è al centro del IX Festival biblico: la fede è una porta chiusa o una porta aperta nell'orizzonte del vivere? La differenza originaria fra essere e nulla, fra finito e infinito, fra bene e male, che interpella la ragione umana e che per la fede ha un nome e cognome, è piombo per le ali della libertà oppure è il dono infinito che mette letteralmente le ali al nostro desiderio di volare? Anche Kant ci ha messo in guardia contro il mito di una libertà che sogna di librarsi nello spazio in una totale assenza di ostacoli: «La colomba leggiera, mentre nel libero volo fende l'aria di cui sente la resistenza, potrebbe immaginare che le riuscisse assai meglio volare nello spazio vuoto d'aria». In realtà, si vola non nonostante la resistenza, ma grazie ad essa. Allo stesso modo, si può essere liberi in uno spazio non vuoto e indifferenziato, ma abitato da differenze che ci precedono, misurandoci con esse.
La differenza identifica e attraversa la persona umana. La «porta della fede» che è «sempre aperta per noi», come ci ha ricordato papa Benedetto, non sta davanti a noi, in una regione periferica e ai confini dell'umano, ma è la porta che noi stessi siamo, dinanzi alla quale la libertà non può restare indifferente. Non è possibile sterilizzare in modo indolore la differenza infinita che costituisce la persona umana sulla soglia di due mondi. Per questo, anche secondo Jankélévitch, possiamo affermare che «la finitudine è infinitamente preziosa! Esiste qualcosa di inesplicabile in cui la vita si radica, che fa della vita stessa un mistero e unisce la vita alla morte come alla sua condizione, che rende i due contraddittori tragicamente solidali tra loro. Così che la vita e la morte sono un solo miracolo, e nella stessa notte». Consiste in questo la vocazione singolare e irrepetibile della persona umana: «L'ambizione metafisica di questa persona supera infinitamente ciò che la ostacola». 
 È proprio l'infinito che fa la differenza e nello stesso tempo impedisce l'indifferenza: la tensione fra finito e infinito non può risolversi in un gioco a somma zero. Per questo, sempre secondo Jankélévitch, l'etica non può restare indifferente alla differenza metafisica originaria, dalla quale dipendono tute le altre e che noi possiamo riconoscere nella forma di un dono: «L'infinità positiva di Dio ci sembra la sola capace di compensare l'infinità negativa del nulla: senza Dio, il nulla sarebbe irrimediabile».
Siamo al cuore della "questione antropologica", che deve guardarsi dalla tentazione d'identificare un "grado zero" dell'umano, quasi una sorta di "statuto neutro", inodore, incolore e insapore; nell'indifferenza assoluta la libertà non solo non può volare, ma non ha nemmeno un vero motivo per provarci. La libertà ci è stata donata per attraversare le differenze, non per azzerarle quando di accorgiamo di non riuscire a proclamarcene padroni.



Terzo stralcio del mio intervento al IX Festival biblico, sul tema: "Fede e libertà. Gratuità del dono e responsabilità della risposta" 
 (Verona, 31 maggio 2013)

mercoledì 5 giugno 2013

La crisi nella crisi

Il primo capitolo dell’ormai celebre libro L’epoca delle passioni tristi, intitolato “La crisi nella crisi”, segnala un radicale cambiamento di segno nel futuro: «la nostra epoca sarebbe passata dall’onnipotenza dell’uomo costruttore della storia a un altro mito simmetrico e speculare, quello della sua totale impotenza di fronte alla complessità del mondo». Paragonando la nostra vita a una barca sballottata dai marosi, si fa strada la convinzione che non esista veramente un porto dove dirigersi. Ecco la crisi nella crisi: non la minaccia di uno sbandamento provvisorio, ma una vita in stato di emergenza permanente, in cui non serve nemmeno gridare “Si salvi chi può!”, perché non c’è un posto dove scappare. Mentre il progresso delle tecnoscienze continua a promettere una libertà fondata sul dominio, noi ci riconosciamo sempre più «incapaci di far fronte alle nostre infelicità e ai problemi che ci minacciano». L’onnipotenza virtuale ci lascia sospesi nello stallo della crisi: «Se tutto sembra possibile, allora più niente è reale». Lo afferma anche Borges con accenti analoghi: «Un attributo dell’infernale è l’irrealtà, attributo che sembra mitigare i suoi terrori e forse li aggrava».
Ormai la sbornia consumistica è arrivata al capolinea; per chi è in crisi di astinenza e cerca pillole della felicità a buon mercato il ritorno al principio di realtà non è sempre facile. La giostra non gira più e un luna park a luci spente è il luogo più triste del mondo, dove si stenta a ritrovare la via di casa. Forse si è addirittura dimenticato di avere una casa. Quando la barca della vita galleggia sospesa in uno spazio senza tempo e in un tempo senza spazio, persino la nostalgia del porto assume i contorni ambigui di un sogno di mezza estate. Se viene meno ogni fede, c’è sempre un’attenuante a portata di mano per autorizzare la rivolta contro la vita. “Ho agito come in trance”: non è forse questo un motivo ricorrente di autodifesa per giustificarsi dinanzi a uno scoppio di violenza assurda e sanguinosa? Quando comincia a vacillare la differenza tra essere e nulla, prima ancora della differenza fra bene e male, la libertà decade ad esercizio di un diritto praticamente insignificante. In fondo, si tratta “semplicemente” del banale desiderio di scendere da una giostra ferma.
 
Forse è giunta l’ora di dire che siamo stanchi della stanchezza postmoderna. Non dobbiamo lasciarci ingannare dal basso profilo di questa temperie culturale: una metanarrazione nichilistica stringe in un abbraccio soffocante gli arcipelaghi di senso virtuale che si accendono e si spengono come fuochi fatui nell’orizzonte effimero del vivere. Forse è il caso di ricominciare a cercare un porto, di reimparare a disegnare una mappa, di tornare a guardare le stelle. 

Pubblico un secondo stralcio del mio intervento al IX Festival biblico, sul tema: "Fede e libertà. Gratuità del dono e responsabilità della risposta" 
 (Verona, 31 maggio 2013)

sabato 1 giugno 2013

Solo e libero


«Solo e libero. Ma questa libertà assomiglia un poco alla morte». Chi avrebbe immaginato che la forte provocazione letteraria lanciata da Sartre più di ottant’anni fa, in un’epoca smarrita e in bilico tra due guerre mondiali, avrebbe attraversato il “secolo breve”, per riaffiorare ai nostri giorni in una forma subdola e tentacolare, come un virus endemico da cui non eravamo mai guariti? Prima del giro di boa del terzo millennio, la nostra generazione ha sperimentato i mille volti del dopoguerra: il fervore della ricostruzione e le paure della guerra fredda, gli entusiasmi del Concilio e il terremoto del ’68, il boom economico e l’angoscia della crisi. Abbiamo assistito al crollo di muri apparentemente indistruttibili: il muro dell’ideologia, che a Berlino separava due visioni del mondo contrapposte; il muro della tecnologia, che a New York e Washington, due città simbolo dell’impero, assicurava protezione assoluta da ogni attacco terroristico; il muro dell’economia, che pretendeva – e continua a pretendere! – di negare all’etica il diritto di abitare a Wall Street e nei santuari della speculazione finanziaria. Eppure, nonostante questi cambiamenti, si ha l’impressione che il nichilismo sia alla fine uno dei fattori – non l’unico, per fortuna – di paradossale continuità tra moderno e postmoderno, che ha continuato silenziosamente a propagarsi nel sottosuolo della storia e della cultura, riemergendo ciclicamente come una corrente carsica.
Onestamente dobbiamo riconoscere che la provocazione letteraria di Sartre si è ormai tramutata in qualcosa di ben più grave: un insopportabile odore di morte che ci assedia da ogni lato e che la cronaca nera amplifica, a volte morbosamente, ma non inventa. Nello stallo della crisi, la difficoltà a portare da soli il peso dell’esistere, con il suo corredo a volte opprimente di conflittualità laceranti e di desideri umiliati, tende a trasformarsi sempre più facilmente in un gesto estremo di rivolta – omicida e suicida - contro la vita. Come non vedere che la miscela esplosiva di libertà e solitudine assomiglia davvero “un poco alla morte”, secondo le parole crude e premonitrici di Sartre? Quanto più l’area della solitudine si allarga, in estensione e in profondità, tanto più la soglia della differenza fra la morte e la vita si assottiglia. Ha scritto Landsberg che «nell'esperienza decisiva della morte del prossimo, vi è qualcosa di affine al sentimento di un'infedeltà tragica»: ma la solitudine è già un inizio d’infedeltà, la forma più grave di patologia sociale per la quale si comincia a “morire dentro”. Nasce da qui quell’abuso di libertà che è all’origine del rifiuto violento della vita e che si esprime nella gamma distruttiva dell’aggredire, dell’umiliare, del violentare, del ferire, sino agli estremi del lasciar morire e del lasciarsi morire, dell’uccidere e dell’uccidersi. 

È un atto d’ipocrisia intollerabile lasciare che il binomio autodistruttivo di libertà e solitudine possa avere campo libero nella sfera privata, e accontentarsi di potenziare i dispositivi di protezione con cui una politica miope s’illude di blindare le nostre vite impaurite, lucrando sulle paure e mercanteggiando sulla sicurezza. Possiamo affermare a cuor leggero che solo l’omicidio ci preoccupa e che il suicidio non ci tocca? Davanti a un atto terroristico provocato da un kamikaze – atto estremo, in cui suicidio e omicidio coincidono –, si può essere così cinici da riservare tutta la pietà per le vittime, senza lasciarne nemmeno un briciolo per il carnefice, vittima di se stesso?
L’interminabile scia di sangue prodotta nel nostro paese dalla disperazione di persone sole, o addirittura di famiglie sole (come nel caso di Civitanova Marche), che decidono silenziosamente, in modo più o meno libero (come ogni atto umano, del resto), di mollare tutto e rovesciare il tavolo della vita, non sta facendo salire in maniera impressionante la marea dell’“infedeltà tragica” che ci fa sentire ogni giorno più poveri e più soli? Come non riconoscere il paradosso assoluto di una morte che non è più il risultato di una battaglia perduta contro la malattia o semplicemente l’esito di un processo naturale, patito pur sempre come una resa, ma diventa un atto cercato, voluto, spesso premeditato e pianificato con cura maniacale? Quella morte che l’uomo naturalmente patisce come un ostacolo e un limite invalicabile alla propria libertà si trasforma in un atto estremo di libertà capovolta che vuole innaturalmente la propria scomparsa, preferendo alla prossimità con gli altri la prossimità con la morte. Se è vero che la morte oggi è diventata il “nuovo osceno”, che prende il posto della sessualità come oggetto di rimozione sistematica, crediamo davvero che si possa nascondere dietro il lenzuolo bianco dell’indifferenza anche l’osceno più osceno di tutti, cioè la libertà che si pone al di là del bene e del male e che scambia la morte con la vita?

Pubblico un primo stralcio del mio intervento al IX Festival biblico, sul tema: "Fede e libertà. Gratuità del dono e responsabilità della risposta" (Verona, 31 maggio 2013)