mercoledì 5 giugno 2013

La crisi nella crisi

Il primo capitolo dell’ormai celebre libro L’epoca delle passioni tristi, intitolato “La crisi nella crisi”, segnala un radicale cambiamento di segno nel futuro: «la nostra epoca sarebbe passata dall’onnipotenza dell’uomo costruttore della storia a un altro mito simmetrico e speculare, quello della sua totale impotenza di fronte alla complessità del mondo». Paragonando la nostra vita a una barca sballottata dai marosi, si fa strada la convinzione che non esista veramente un porto dove dirigersi. Ecco la crisi nella crisi: non la minaccia di uno sbandamento provvisorio, ma una vita in stato di emergenza permanente, in cui non serve nemmeno gridare “Si salvi chi può!”, perché non c’è un posto dove scappare. Mentre il progresso delle tecnoscienze continua a promettere una libertà fondata sul dominio, noi ci riconosciamo sempre più «incapaci di far fronte alle nostre infelicità e ai problemi che ci minacciano». L’onnipotenza virtuale ci lascia sospesi nello stallo della crisi: «Se tutto sembra possibile, allora più niente è reale». Lo afferma anche Borges con accenti analoghi: «Un attributo dell’infernale è l’irrealtà, attributo che sembra mitigare i suoi terrori e forse li aggrava».
Ormai la sbornia consumistica è arrivata al capolinea; per chi è in crisi di astinenza e cerca pillole della felicità a buon mercato il ritorno al principio di realtà non è sempre facile. La giostra non gira più e un luna park a luci spente è il luogo più triste del mondo, dove si stenta a ritrovare la via di casa. Forse si è addirittura dimenticato di avere una casa. Quando la barca della vita galleggia sospesa in uno spazio senza tempo e in un tempo senza spazio, persino la nostalgia del porto assume i contorni ambigui di un sogno di mezza estate. Se viene meno ogni fede, c’è sempre un’attenuante a portata di mano per autorizzare la rivolta contro la vita. “Ho agito come in trance”: non è forse questo un motivo ricorrente di autodifesa per giustificarsi dinanzi a uno scoppio di violenza assurda e sanguinosa? Quando comincia a vacillare la differenza tra essere e nulla, prima ancora della differenza fra bene e male, la libertà decade ad esercizio di un diritto praticamente insignificante. In fondo, si tratta “semplicemente” del banale desiderio di scendere da una giostra ferma.
 
Forse è giunta l’ora di dire che siamo stanchi della stanchezza postmoderna. Non dobbiamo lasciarci ingannare dal basso profilo di questa temperie culturale: una metanarrazione nichilistica stringe in un abbraccio soffocante gli arcipelaghi di senso virtuale che si accendono e si spengono come fuochi fatui nell’orizzonte effimero del vivere. Forse è il caso di ricominciare a cercare un porto, di reimparare a disegnare una mappa, di tornare a guardare le stelle. 

Pubblico un secondo stralcio del mio intervento al IX Festival biblico, sul tema: "Fede e libertà. Gratuità del dono e responsabilità della risposta" 
 (Verona, 31 maggio 2013)

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