martedì 11 giugno 2013

La porta della fede


Il rapporto tra fede e libertà è al centro del IX Festival biblico: la fede è una porta chiusa o una porta aperta nell'orizzonte del vivere? La differenza originaria fra essere e nulla, fra finito e infinito, fra bene e male, che interpella la ragione umana e che per la fede ha un nome e cognome, è piombo per le ali della libertà oppure è il dono infinito che mette letteralmente le ali al nostro desiderio di volare? Anche Kant ci ha messo in guardia contro il mito di una libertà che sogna di librarsi nello spazio in una totale assenza di ostacoli: «La colomba leggiera, mentre nel libero volo fende l'aria di cui sente la resistenza, potrebbe immaginare che le riuscisse assai meglio volare nello spazio vuoto d'aria». In realtà, si vola non nonostante la resistenza, ma grazie ad essa. Allo stesso modo, si può essere liberi in uno spazio non vuoto e indifferenziato, ma abitato da differenze che ci precedono, misurandoci con esse.
La differenza identifica e attraversa la persona umana. La «porta della fede» che è «sempre aperta per noi», come ci ha ricordato papa Benedetto, non sta davanti a noi, in una regione periferica e ai confini dell'umano, ma è la porta che noi stessi siamo, dinanzi alla quale la libertà non può restare indifferente. Non è possibile sterilizzare in modo indolore la differenza infinita che costituisce la persona umana sulla soglia di due mondi. Per questo, anche secondo Jankélévitch, possiamo affermare che «la finitudine è infinitamente preziosa! Esiste qualcosa di inesplicabile in cui la vita si radica, che fa della vita stessa un mistero e unisce la vita alla morte come alla sua condizione, che rende i due contraddittori tragicamente solidali tra loro. Così che la vita e la morte sono un solo miracolo, e nella stessa notte». Consiste in questo la vocazione singolare e irrepetibile della persona umana: «L'ambizione metafisica di questa persona supera infinitamente ciò che la ostacola». 
 È proprio l'infinito che fa la differenza e nello stesso tempo impedisce l'indifferenza: la tensione fra finito e infinito non può risolversi in un gioco a somma zero. Per questo, sempre secondo Jankélévitch, l'etica non può restare indifferente alla differenza metafisica originaria, dalla quale dipendono tute le altre e che noi possiamo riconoscere nella forma di un dono: «L'infinità positiva di Dio ci sembra la sola capace di compensare l'infinità negativa del nulla: senza Dio, il nulla sarebbe irrimediabile».
Siamo al cuore della "questione antropologica", che deve guardarsi dalla tentazione d'identificare un "grado zero" dell'umano, quasi una sorta di "statuto neutro", inodore, incolore e insapore; nell'indifferenza assoluta la libertà non solo non può volare, ma non ha nemmeno un vero motivo per provarci. La libertà ci è stata donata per attraversare le differenze, non per azzerarle quando di accorgiamo di non riuscire a proclamarcene padroni.



Terzo stralcio del mio intervento al IX Festival biblico, sul tema: "Fede e libertà. Gratuità del dono e responsabilità della risposta" 
 (Verona, 31 maggio 2013)

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