martedì 25 giugno 2013

Nostalgia del padre


Rabbia e paura, dolore e amore, onestà e fragilità sono forme elementari dell'umano, con le quali Pino Roveredo intreccia una storia aspra e toccante, in bilico tra rimpianto e gratitudine; una gratitudine ferita, certo, ma capace di improvvisi slarghi di luce, senza mai dimenticare la fatica umiliata del vivere e il senso di una lotta che non ammette cedimenti dinanzi alla dignità del lavoro e al dovere della militanza politica, senza rinunciare mai ad essere una persona "per bene".
Un figlio che attraversa il muro delle parole impossibili di due genitori sordomuti, che scarica rabbia repressa senza perdere la levità dei veri sentimenti, che impara a forzare la parola, caricandola di un peso e di una forza non comuni.
Tra tanti libri che onorano la figura del padre, questo è forse quello meno ragionato e più istintivo, capace di dichiarare onestamente il debito di una gratitudine smisurata, che si traduce in una voglia di legami familiari capaci di resistere a tutti gli oltraggi della vita. 
La figura del padre è al centro del libro, indomito oltre ogni sconfitta:
«Quella volta avevi ancora tanta voglia di fare e ti sentivi dentro una forza da ribaltare il mondo, peccato solo che il mondo si rifiutasse di mettersi a tua disposizione… Lavoravi tanto, guadagnavi poco, e combattevi ogni sacrosanto giorno tra lo spazio ristretto del vivere e del sopravvivere» (61).
Senza chiudere gli occhi dinanzi ad una fedeltà senza tenerezza:
«Non vi ho mai visto camminare abbracciati, tu sempre davanti e lei sempre dietro… Non ho mai visto neanche la sacrosanta giustizia di un fiore, la sopresa di un pianto, la voglia di uno slancio e il bisogno cristiano di dividere e condividere nel bene, e non solo nel male, la sorte della vostra storia» (75).
Una storia vissuta dalla parte di un perdente che alla fine si ritrova scrittore di successo:
«Purtroppo in questa nostra società dove impongono le vetrine dei "primi in classifica" non c'è tempo per la debolezza, e nessuna voglia di immischiarsi con le faccende che riguardano il peso morto della disgrazia» (69).
Un messaggio straordinariamente positivo, come una luce purissima che attraversa l'oscurità:
«Non lo so, papà, io so soltanto che ho inciampato su tutte le scale che ho incrociato in vita mia, e che oggi mi salvo facendo l'operatore di strada, usando la strategia di occuparmi degli altri per occuparmi di me stesso» (55).
Capace di tradurre la propria gratitudine in un preghiera toccante e straordinaria, più di tante sorvegliate liturgie:
«Senti, Cristo, se esiste davvero l'inferno, non metterci mio padre, concedigli le attenuanti dlla sofferenza. Evitagli anche il purgatorio, perché non ha la pazienza di sopportare cinque, seimila anni di ravvedimento. Se è possibile, sistemalo in paradiso, insieme a mia madre, vedrai che non ti deluderà, e poi hai visto mai che in quella pace non trovi finalmente il tempo e la forza di diventare… una brava persona!» (126).

PINO ROVEREDO, Mio padre votava Berlinguer, Bompiani, Milano 2012

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