sabato 29 giugno 2013

Quali laici

Sono costretto, mio malgrado, a entrare in dialogo a distanza con l'arcivescovo di Trieste, mons. Crepaldi, dopo l'intervista da lui rilasciata al giornale della sua diocesi. Lo faccio malvolentieri: lo stile ecclesiale che preferisco è quello di un dialogo diretto, volto a chiarire eventuali fraintendimenti e incomprensioni. Debbo però fare i conti con la ricaduta mediatica dell'intervista, che mi attribuisce posizioni non corrispondenti allo spirito e alla lettera del mio libro I cattolici e la politica, e che per puro amore di verità debbo chiarire pubblicamente.
Desidero anzitutto precisare che l'affermazione di essere «a favore del riconoscimento delle convivenze tra omosessuali» non corrisponde minimamente al mio pensiero. In passato sono state criticato da associazioni gay per aver coniato l'acronimo OSGM (=organismi sociali geneticamente modificati) a proposito delle convivenze tra omosessuali. Nel libro mi chiedo se sia possibile collocare le unioni civili a un livello più alto di un individualismo atomistico, continuando a riconoscere la differenza sessuale come un dato «che non può essere declassato a pura preferenza soggettiva». Ho aggiunto che «pretendere uguali diritti rispetto a una "famiglia naturale" … equivarrebbe a neutralizzare la differenza sessuale». Non è altresì esatto quanto mons. Crepaldi mi attribuisce: «Secondo lui una coppia di omosessuali non ha diritto ad essere considerata famiglia in quanto non lo è, ma ha diritto ad essere considerata qualcosa di più di due studenti che condividono lo stesso appartamento». Ho scritto invece, cercando di identificare i termini del problema: «Due gay che vogliono vivere insieme non accetterebbero mai di essere posti, in termini di diritti sullo stesso piano di due single o di un gruppo di studenti universitari che condividono per motivi puramente economici lo stesso appartamento». La differenza di attribuzione mi pare sostanziale. 
Riconosco, è vero, l'importanza di convenire su una "logica graduata dei diritti" entro una differenza di fondo tra pubblico e privato (questo è il capitolo in cui affronto la questione), concludendo - in modo a mio giudizio inequivocabile - con queste parole: «Qualcuno vorrà forse rinunciare all'idea della famiglia naturale come culla della vita? Con quale altro modello intende sostituirla? Vorremmo vedere le carte, please». Ammetto invece una differenza di approccio alla questione, ritenendo che un credente debba ricercare dei margini di confronto e di dialogo entro questo intervallo tra pubblico e privato. La stessa citazione del cardinale Martini (che mons. Crepaldi sembra singolarmente contrapporre ai "Vescovi italiani") va in questa direzione: «gerarchia di valori», non «parità di diritti».
A un livello più generale, non mi riconosco in un atteggiamento che consisterebbe nell'«affermare i principi nello stesso momento in cui si aprono fessure per non rispettarli» e mi sento personalmente ferito nel leggere che la mia esposizione sarebbe «sempre volutamente ambigua». Due avverbi che pesano. L'ambiguità può essere il risultato di affermazioni oggettivamente equivoche, ma la pretesa di giudicare in modo così assertorio l'intentio auctoris, senza la benché minima presunzione del dubbio, mi lascia stupito. Non ho nessuna intenzione di essere un apostolo dell'ambiguità e non sto girando «tutta l'Italia»; ho fatto solo cinque o sei presentazioni del libro, tenendole sempre ben distinte da altri interventi, frutto di inviti a livello ecclesiale, in molti casi sollecitati da vescovi, che non sarei propenso a ritenere tutti degli sbadati o peggio sostenitori di un cristianesimo equivoco del "Sì, ma…".
Mons. Crepaldi giustamente mette in guardia contro il pericolo di un'adesione condizionata alla fede, espressa efficacemente nella formula del "Sì, ma…". Personalmente ritengo che l'adesione incondizionata al patrimonio irrinunciabile della tradizione cristiana non solo non escluda ma addirittura richieda, proprio in nome di tale fedeltà, che si cerchi continuamente di purificare tale patrimonio da infiltrazioni improprie. Come credente debbo essere disposto a dire un sì senza riserve - anche a costo della vita - nell'obbedienza alla fede, mentre forse è il caso di continuare a dire dei "ma…" dinanzi a una richiesta diversa di obbedienza: alle cordate, alle consuetudini e ad ogni sovrastruttura disciplinare opinabile che tende fare corpo unico con il depositum fidei (come, ad esempio, le preferenze politiche di un pastore).
Un valore ben più importante hanno invece le parole di mons. Crepaldi sull'Azione Cattolica, che a mio giudizio debbono essere tenute ben distinte da quelle che egli ha ritenuto di dedicare al mio libro. Il profilo istituzionale ed ecclesiale è completamente diverso e sono dispiaciuto che una valutazione su un libro (intenzionalmente non pubblicato con la casa editrice dell'Ac) possa riverberarsi negativamente sull'associazione. In ogni caso, come semplice socio di Azione Cattolica, quale sono ora, m'interroga profondamente il fatto che un vescovo, anziché cercare forme d'interlocuzione diretta nelle sedi più proprie, preferisca rilasciare una intervista pubblica in cui afferma che l'Ac «abbia bisogno di riconsiderare la propria linea e il proprio ruolo»
Infine, come non riconoscere, con mons. Crepaldi, che «questa è l'ora del laicato in modo particolare»? Le sue parole attestano una richiesta di laici "'all'altezza", che c'interpella tutti ma lascia aperta una domanda che non si può eludere: quali laici? Una domanda che dobbiamo altresì contestualizzare: nel frattempo, si dà il caso che nella Chiesa stia accadendo qualcosa. Non possiamo far finta di nulla dinanzi al processo di rigenerazione profonda, iniziato con la rinuncia di papa Benedetto e proseguito con l'elezione di papa Francesco, che segna - com'è ovvio - per noi tutti un "nuovo inizio". Al magistero di papa Francesco, che ci sta richiamando all'essenziale della fede e che non vuole "dogane" improprie sulla strada che collega miseria e misericordia, dobbiamo assicurare tutti un "sì senza se e senza ma". Sono certo che, su questo punto, mons. Crepaldi sia d'accordo con me.

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