sabato 1 giugno 2013

Solo e libero


«Solo e libero. Ma questa libertà assomiglia un poco alla morte». Chi avrebbe immaginato che la forte provocazione letteraria lanciata da Sartre più di ottant’anni fa, in un’epoca smarrita e in bilico tra due guerre mondiali, avrebbe attraversato il “secolo breve”, per riaffiorare ai nostri giorni in una forma subdola e tentacolare, come un virus endemico da cui non eravamo mai guariti? Prima del giro di boa del terzo millennio, la nostra generazione ha sperimentato i mille volti del dopoguerra: il fervore della ricostruzione e le paure della guerra fredda, gli entusiasmi del Concilio e il terremoto del ’68, il boom economico e l’angoscia della crisi. Abbiamo assistito al crollo di muri apparentemente indistruttibili: il muro dell’ideologia, che a Berlino separava due visioni del mondo contrapposte; il muro della tecnologia, che a New York e Washington, due città simbolo dell’impero, assicurava protezione assoluta da ogni attacco terroristico; il muro dell’economia, che pretendeva – e continua a pretendere! – di negare all’etica il diritto di abitare a Wall Street e nei santuari della speculazione finanziaria. Eppure, nonostante questi cambiamenti, si ha l’impressione che il nichilismo sia alla fine uno dei fattori – non l’unico, per fortuna – di paradossale continuità tra moderno e postmoderno, che ha continuato silenziosamente a propagarsi nel sottosuolo della storia e della cultura, riemergendo ciclicamente come una corrente carsica.
Onestamente dobbiamo riconoscere che la provocazione letteraria di Sartre si è ormai tramutata in qualcosa di ben più grave: un insopportabile odore di morte che ci assedia da ogni lato e che la cronaca nera amplifica, a volte morbosamente, ma non inventa. Nello stallo della crisi, la difficoltà a portare da soli il peso dell’esistere, con il suo corredo a volte opprimente di conflittualità laceranti e di desideri umiliati, tende a trasformarsi sempre più facilmente in un gesto estremo di rivolta – omicida e suicida - contro la vita. Come non vedere che la miscela esplosiva di libertà e solitudine assomiglia davvero “un poco alla morte”, secondo le parole crude e premonitrici di Sartre? Quanto più l’area della solitudine si allarga, in estensione e in profondità, tanto più la soglia della differenza fra la morte e la vita si assottiglia. Ha scritto Landsberg che «nell'esperienza decisiva della morte del prossimo, vi è qualcosa di affine al sentimento di un'infedeltà tragica»: ma la solitudine è già un inizio d’infedeltà, la forma più grave di patologia sociale per la quale si comincia a “morire dentro”. Nasce da qui quell’abuso di libertà che è all’origine del rifiuto violento della vita e che si esprime nella gamma distruttiva dell’aggredire, dell’umiliare, del violentare, del ferire, sino agli estremi del lasciar morire e del lasciarsi morire, dell’uccidere e dell’uccidersi. 

È un atto d’ipocrisia intollerabile lasciare che il binomio autodistruttivo di libertà e solitudine possa avere campo libero nella sfera privata, e accontentarsi di potenziare i dispositivi di protezione con cui una politica miope s’illude di blindare le nostre vite impaurite, lucrando sulle paure e mercanteggiando sulla sicurezza. Possiamo affermare a cuor leggero che solo l’omicidio ci preoccupa e che il suicidio non ci tocca? Davanti a un atto terroristico provocato da un kamikaze – atto estremo, in cui suicidio e omicidio coincidono –, si può essere così cinici da riservare tutta la pietà per le vittime, senza lasciarne nemmeno un briciolo per il carnefice, vittima di se stesso?
L’interminabile scia di sangue prodotta nel nostro paese dalla disperazione di persone sole, o addirittura di famiglie sole (come nel caso di Civitanova Marche), che decidono silenziosamente, in modo più o meno libero (come ogni atto umano, del resto), di mollare tutto e rovesciare il tavolo della vita, non sta facendo salire in maniera impressionante la marea dell’“infedeltà tragica” che ci fa sentire ogni giorno più poveri e più soli? Come non riconoscere il paradosso assoluto di una morte che non è più il risultato di una battaglia perduta contro la malattia o semplicemente l’esito di un processo naturale, patito pur sempre come una resa, ma diventa un atto cercato, voluto, spesso premeditato e pianificato con cura maniacale? Quella morte che l’uomo naturalmente patisce come un ostacolo e un limite invalicabile alla propria libertà si trasforma in un atto estremo di libertà capovolta che vuole innaturalmente la propria scomparsa, preferendo alla prossimità con gli altri la prossimità con la morte. Se è vero che la morte oggi è diventata il “nuovo osceno”, che prende il posto della sessualità come oggetto di rimozione sistematica, crediamo davvero che si possa nascondere dietro il lenzuolo bianco dell’indifferenza anche l’osceno più osceno di tutti, cioè la libertà che si pone al di là del bene e del male e che scambia la morte con la vita?

Pubblico un primo stralcio del mio intervento al IX Festival biblico, sul tema: "Fede e libertà. Gratuità del dono e responsabilità della risposta" (Verona, 31 maggio 2013)

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