mercoledì 3 luglio 2013

Il cammino per Santiago

Il film di Emilio Estevez, uscito nel 2011 negli Stai Uniti e in Italia solo l'anno scorso, riesce a organizzare intorno all'idea del cammino come metafora della vita uno spaccato di vite normali e spaesate, che si dispongono progressivamente intorno alla storia del protagonista, interpretata in modo straordinario da Martin Sheen, padre del regista: un oculista californiano, tutto professione e campi di golf, ritrova paradossalmente il figlio, che si era allontanato da lui alla ricerca di una vita diversa, solo dopo la sua morte, avvenuta tragicamente nel primo giorno del cammino verso Santiago di Compostela.
Il padre prende sulle proprie spalle quel cammino interrotto, che il figlio non aveva potuto percorrere, e si mette in viaggio con il suo zaino e una cassettina con le sue ceneri. Un cammino lungo si quale si materializza continuamente la figura del figlio, segno enigmatico di una distanza che si va lentamente ricomponendo. Per strada, nonostante il suo carattere scontroso, il protagonista progressivamente impara a camminare con altre persone: un olandese che sogna di di dimagrire; una donna ferita dalla vita, che vuole liberarsi dal peso di un aborto di cui è profondamente pentita; uno scrittore irlandese bizzaro e svagato, in cerca di un'ispirazione perduta.
Nonostante qualche manierismo stilistico di troppo, una leggerezza che talvolta rischia la superficialità e una colonna sonora non sempre all'altezza della situazione, il film intercetta a un livello di semplicità toccante e autentica un'umanità smarrita e in ricerca: storie che si attraversano e si trasformano in un incontro profondo, lasciandosi sorprendere da un senso religioso che all'inizio appariva irrimediabilmente lontano e invece è sempre lì, a portata di mano. Basta mettersi in cammino, ritrovare la parte più vera di se stessi, liberarsi dalle sovrastrutture, senza rinunciare mai - anche a costo della vita - allo zaino che ci mantiene legati agli affetti più veri e che solo nel cammino si riscoprono veramente.
Una fotografia e una regia sobria, che non si lasciano catturare dalle tentazioni del patinato, ci restituiscono l'umano al livello più elementare e religiosamente più coinvolgente. Si cammina per ritrovare un figlio o una figlia perduti, con la sorpresa finale - del tutto inimmaginabile - in cui si riassume l'essenza commovente della grazia: ritrovando un figlio ritroviamo noi stessi, riscoprendoci come figli, quindi accettiamo i nostri limiti e ci rimettiamo in cammino, nel segno della gratitudine.

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