sabato 20 luglio 2013

L'"anateismo" di Richard Kearney: Dio dopo Dio?

Richard Kearney è un giovane e brillante filosofo irlandese, attualmente docente a Boston, con un eccellente percorso formativo, segnato sul piano culturale soprattutto dagli insegnamenti di pensatori come Charles Taylor e Paul Ricoeur, e sul piano spirituale dalla cifra dell'ospitalità sperimentata presso i monaci benedettini di Glensdal, oltre che  dall'esperienza sofferta e alla fine vincente  della pace cristiana in Irlanda e dall'incontro ravvicinato con la tradizione islamica, avvenuto a Il Cairo e Kerala.
Al libro di Kearney che porta questo titolo, si deve un neologismo entrato rapidamente nel dibattito culturale. Anateismo è un termine composto: ana-teismo (non certo an-ateismo!) con il quale l'autore identifica un atteggiamento religioso di ritorno alla fede di Dio, quindi di ritrovata e  rinnovata credenza religiosa che consente di oltrepassare la dimensione di vuoto e di smarrimento che contraddistingue l'epoca odierna. Questo ritorno, tuttavia, non è indolore né semplice: esige la capacità di prendere sul serio il senso cristiano della kenosis, di rimettere al centro di ogni prospettiva religiosa il valore dell'ospitalità e dell'apertura all'altro, rinunciando contestualmente ad ogni irrigidimento fondamentalistico.
Al centro dell'opera di Kearney sta questa tesi: «L'assoluto richiede il pluralismo per evitare l'assolutismo» (p. XXV). Ritornare a Dio dopo Dio significa quindi che «Dio deve morire perché Dio possa rinascere, anateisticamente» (p. XXIX).
Qui non posso riassumere il disegno complessivo né ripercorrere i passaggi salienti dell'opera, indubbiamente ricca di spunti e di suggestioni positive, anche se non priva di ambiguità. Secondo l'A. «Dio Padrone deve perire per far sì che il Dio dell'ospitalità interconfessionale possa sorgere» (p. 67). Attraverso il disorientamento può dunque nascere un riorientamento, che non consiste nella promessa di una nuova religione, ma in una radicale purificazione, capace di prendere sul serio la sfida dell'ateismo, impegnandosi a rivisitare la «scena originaria della religione: l'incontro con un totale Estraneo che abbiamo scelto, o meno, di chiamare Dio» (p. 8). Occorre dunque un «momento di spoliazione sconcertante, necessario per potersi accordare al suono dell'Altro» (p. 9), a partire da una scoperta originaria: «La via più breve dall'io all'io passa attraverso l'altro» (p. 235). Nei sette capitoli, di cui si compone il libro e che affrontano tematiche interessanti come l'ospitalità, la sacramentalità e la ricerca di una diversa relazione tra il secolare e il sacro, Kearney vuole lanciare una scommessa: «solo ammettendo di non conoscere effettivamente nulla di Dio, possiamo iniziare a ripristinare la presenza del sacro nella carnalità dell'esistenza terrena» (p. 5).
Il lato più suggestivo del libro sta indubbiamente in un nuovo nesso che viene posto tra umanesimo e trascendenza: «cogliere nello straniero un qualcosa di "più" che umano è un modo per riconoscere una dimensione di trascendenza nell'altro che, almeno in parte, supera la presenza fisica finita della persona che sta dinanzi a me» (p. 241).
Ma, a mio giudizio, il lato più suggestivo è anche quello più ambiguo e insoddisfacente. Certamente la fede autentica ha bisogno di una salutare purificazione da ogni dogmatismo improprio, ma fin dove può spingersi questo processo? Fino al punto di neutralizzare anche il nocciolo dogmatico originario di ogni religione? In tal caso non si tratterebbe di una purificazione ma di una riduzione, che è cosa ben diversa. Kearney esprime una critica forte alla proposta di Habermas, che pone una condizione di "traducibilità pubblica" alla fede del credente, a suo avviso inaccettabile, ma a volte si ha l'impressione che, in altro modo, certamente più ricco e apprezzabile, anch'egli chieda una rinuncia troppo onerosa al credente, soprattutto al cristiano. Soprattutto quando afferma che “l'anateismo ha più spesso funzione di aggettivo (o avverbio) che di sostantivo», in quando «indica quello spazio di mezzo in cui il teismo dialoga liberamente con l'ateismo» (p. 244).
Il ritorno di Dio certamente esige una trasformazione profonda delle nostre categorie culturali e un rinnovamente radicale del nostro costume, soprattutto del nostro modo di vivere la relazione con l'altro, ma non può certo accontentarsi di ridursi a un aggettivo, rinunciando ad ancorarsi a qualche "sostantivo" stabile e promettente, in grado di far stare in piedi il discorso e la vita, e alla fine capace di mantenere  le promesse.

Richard Kearney, Ana-teismo. Tornare a Dio dopo Dio (2010), introduzione di G. Vattimo, tr. it. di M. Zurlo, Fazi Editore, Roma 2012, pp. 33, € 17,50 

Nessun commento:

Posta un commento