lunedì 12 agosto 2013

Papa Francesco e i "doganieri"della fede

ATTUALITÀ - IL "CICLONE" FRANCESCO

Verso un'età delle riforme?

a cura di VITTORIA PRISCIANDARO
Quali mutamenti ha in serbo papa Francesco per la curia e la Chiesa intera? Abbiamo girato questa domanda a dieci autorevoli osservatori...
Piazza San Pietro ricolma di persone, al tramonto. In primo piano una statua
D. LEES/CORBIS.

Dal dossier del n. 8 di Jesus (agosto 2013) riporto il testo del mio intervento:

LUIGI ALICI

Meno doganieri della fede per una Chiesa più inclusiva

In una società «slegata», anche la comunità ecclesiale deve riconsiderare coraggiosamente le proprie «scuciture»: mentre la complessità sembra indurre una deriva burocratica interna, la strada che collega miseria e misericordia appare sempre più presidiata da accigliati «doganieri della fede». La doppia svolta, verificatasi con la rinuncia di papa Benedetto e l'elezione di papa Francesco, potrà sprigionare effetti straordinari quanto più si farà carico di una rigenerazione profonda dell'idea di Chiesa come popolo di Dio. Un Papa che non si atteggia a monarca e che richiama instancabilmente alla povertà, intesa semplicemente come essenzialità evangelica, impegna autorevolmente tutta la Chiesa a ritrovare il senso profondo della propria missione evangelizzatrice, a partire da un'idea di comunione «ricucita » nell'essenziale, più inclusiva e meno «blindata», libera da ogni anacronistico residuato simbolico con il quale surrogare un potere temporale ormai perduto.
«Dopo cinquant'anni, abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? No... Non vogliamo cambiare. Di più: ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore», ha detto papa Francesco il 16 aprile scorso. Queste parole ci pongono dinanzi a un bivio: abbarbicarci al modello di una comunità cristiana gelidamente autoreferenziale, maldisposta a rinunciare a qualche ninnolo dell'antico splendore barocco e chiusa in una compattezza in cui anche il negoziabile è diventato non negoziabile, oppure immergerci nelle periferie dolenti della vita e del mondo, e lasciarcene purificare da cima a fondo, consapevoli che questo lavacro spirituale prodotto dall'incontro tra miseria e misericordia possa essere soltanto una liberazione e un guadagno. Su questa strada è lecito sognare. Sognare una riforma della Curia, disegnata a partire dalle esigenze evangeliche della Chiesa universale. Sognare una pratica rinnovata di sinodalità, in cui il popolo di Dio sia non solo destinatario ma protagonista. Sognare che i gesti esemplari di papa Francesco aiutino a superare la distanza tra vescovi, presbiteri e laici, non di rado mortificata da un'incoerenza stridente fra retorica comunitaria e pratiche di vita gelosamente individualistiche. Tra i sogni più ricorrenti di questi anni, c'è quello di un esercizio diffuso e convinto di discernimento comunitario, che implichi una corresponsabilità del popolo di Dio nella pastorale ordinaria e nei luoghi di partecipazione. Il discernimento è un esercizio paziente di sintesi tra fede e storia, impegnato a elaborare percorsi condivisi e perfettibili, capaci di «ricucire» costantemente valutazione e progetto, senso di Dio e senso della realtà. Un compito che mette alla prova la qualità della comunione ecclesiale e che non può essere appaltato ad «agenti specializzati» né subappaltato a «supplenti » tollerati solo in ragione del calo del clero. Sullo sfondo potrà esserci – fra qualche decennio, chissà – anche la grazia di un nuovo Concilio, verso il quale orientare il cammino sin da oggi, nel segno della fede e della speranza.
Luigi Alici, Docente di Filosofia morale all'Università di Macerata ed ex presidente nazionale dell'Azione cattolica italiana.
La statua di un papa ricoperto da una rete
M. KAPPELER/DPA/CORBIS


Nessun commento:

Posta un commento