sabato 24 agosto 2013

Rileggere le "Confessioni d'un italiano" oggi

In questo tempo in cui tutti avvertiamo, con angoscia, di vivere in un'Italia piccola piccola, viene la voglia di riprendere in mano i grandi documenti che hanno segnato la nascita del nostro paese. Rileggere oggi, ad esempio, le Confessioni d'un italiano di Ippolito Nievo, lascia un'impressione stupefatta e addolorata: per che cosa hanno sognato, lottato e sono morti tanti giovani che hanno contribuito a plasmare l'identità culturale del nostro paese, meno di due secoli (non due millenni) fa? 
Ippolito Nievo muore nel 1931, dopo aver partecipato alla spedizione dei Mille, durante un naufragio, mentre tornava da Palermo a Napoli. Aveva trent'anni, l'età in cui oggi molti ragazzi (?) continuano a baloccarsi con telefonini e videogame. Mazziniano fervente, partecipa attivamente all'avventura risorgimentale e riesce altresì a lasciarci una produzione letteraria semplicemente incredibile per la sua giovane età: novelle, romanzi, poesie, scritti politici
Spicca tra tutto questo le Confessioni di un italiano: un'opera monumentale, composta in pochi mesi (quindi inevitabilmente discontinua e non riveduta), che segna il passaggio dal romanzo storico al romanzo sociale: la storia di Carlo Altoviti e della Pisana viene collocata sullo sfondo di una società che passa da una condizione ancora feudale (la descrizione della vita nel Castello di Fratta alla fine del Settecento) al terremoto provocato dalla rivoluzione francese, all'ascesa di Napoleone fino a quel risveglio civile in cui maturano i primi germi del Risorgimento.
Qui posso riportare solo alcuni passi, dai quali emerge la forza ideale, la maturità e la saggezza dell'autore, come pure l'attualità straordinaria di alcuni giudizi, che sembrano scritti per noi oggi:

«Nato il male, non è questo il secolo de' cilici e delle mortificazioni da sperarne il rimedio. Ma la educazione potrebbe far molto coltivando la ragione, la volontà e la forza, prima che i sensi prendano il predominio» (p. 52)
«Tenetevi ben a mente ch'io narro d'un tempo in cui la fede era ancora di moda, e produceva negli spiriti eletti quei miracoli di carità di sacrifizio e di distacco dalle cose mondane che saranno sempre meravigliosi anche all'occhio miscredente del filosofo» (p. 71)
«Ognuno sa che la Provvidenza coi nostri pensieri coi nostri sentimenti colle nostre opere matura i propri disegni; e a volersi aspettar da lei la pappa fatta, l'era o un sogno da disperati o una lusinga proprio da donnicciuole» (p. 83)
«La gioventù è il paradiso della vita; ed i vecchi amano l'allegria che è la gioventù eterna dell'animo» (p. 88)
«La giustizia è fra noi, sopra di noi, dentro di noi. Essa ci punisce e ci ricompensa. Essa, essa sola è la grande unitrice delle cose che assicura la felicità delle anime nella grand'anima dell'umanità» (p. 101)
«Percò badate ai fanciulli, amici miei; badate sempre ai fanciulli, se vi sta a cuore di averne degli uomini” (p. 121)
«Mi crescevano, unite alla forza contro il dolore, la forza e la volontà di operare; l'amore mi torturava, mi mancava la famiglia, mi moriva la patria.  Ma come avrei io potuto amare, o meglio, come mai quella patria torpida, paludosa, impotente, avrebbe potuto destare in me un affetto degno, utile, operoso? Si piangono, non si amano i cadaveri» (p. 192)  
«La verità, per quanto povera e nuda, è più adorabile, è più santa della bugia incamuffata e suntuosa… Verità ad ogni costo, giustizia uguale per tutti, amore fra gli uomini, libertà nelle opinioni e nelle coscienze!» (p. 213)
«Moltissimi che giorni prima aveano gridato evviva agli usseri d'Ungheria e ai dragoni di Boemia, plaudivano allora ai sanculotti di Parigi. Questo era il frutto della nullaggine politica di tanti secoli: non si credeva più di essere al mondo che per guardare; spettatori e non attori. Gli attori si fanno pagare, e chi sta in poltrona è giusto che compensi quelli che si movono per lui» (p. 273)
«Ma la vera filosofia a quei giorni avrebbe dovuto consigliare di cercar la salute nella propria dignità, non di chiederla in ginocchione alla sapienza politica d'un condottiero» (p. 288)
 «Siate uomini se volete esser cittadini; credete alla virtù vostra, se ne avete; non all'altrui che vi può mancare, non all'indulgenza o alla giustizia d'un vincitore, che non ha più freno di paure e di leggi» (pp. 296-297)
«Venezia non era più che una città e voleva essere un popolo. I popoli soli nella storia moderna vivono, combattono, e se cadono, cadono forti e onorati, perché certi di risorgere» (p. 318)
«Una donna perderà ogni sentimento d'onore di religione di pudore; dimenticherà i doveri più santi, gli affetti più dolci e naturali, ma non perderà mai l'istinto di pietà e di devozione ai patimenti del prossimo» (p. 410)
«Perché l'uomo fornito di ragione non deve piegarsi ad atto alcuno che non sia ragionevole… La natura ci dà la vita indi ce la toglie; siete voi tanto sapiente da comprendere e giudicare le leggi di natura? Riformatele mutatele giudicatele a vostro talento!… Ma non vi sentite quest'autorità, questa potenza?… Ubbidite allora. Infelice martoriatevi, innocente soffrite, colpevole pentitevi e riparate: ma siate ragionevoli e vivete» (pp. 494-495).

Ippolito Nievo, Le confessioni d'un italiano, in Opere, I classici del pensiero italiano, Biblioteca Treccani, 2006.

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