domenica 15 settembre 2013

La violenza e il dialogo

Due scritti mi hanno particolarmente colpito in questi ultimi giorni, tra loro infinitamente distanti e che tuttavia sento in qualche modo di non poter separare.
Il primo è il racconto di Domenico Quirico, il giornalista italiano liberato dopo 152 giorni di prigionia, riportato su "La stampa" del 10 settembre. Un racconto breve e straziante, come un pugno nello stomaco. «Ostaggio in Siria, tradito dalla rivoluzione che non è più ed è diventata fanatismo e lavoro di briganti… La Siria è il Paese del Male; dove il Male trionfa, lavora, inturgidisce come gli acini dell'uva sotto il sole d'Oriente». Città devastate, una guerra per bande in cui il confine tra bene e male rischia di essere schiacciato da una violenza gratuita, allo stato puro. I due ostaggi, Quirico e Piccinin, sono continuamente spostati sotto bombardamenti incessanti, attraverso campi e frutteti violentati dal fuoco delle armi: «C'erano anche alcuni vecchi personaggi omerici che si avviavano da soli verso le linee dell'esercito di Bashar e venivano falciati dalle mitragliatrici».
Come Ulisse, quando la meta è a portata di mano, gli ostaggi vengono riportati indietro e venduti a un altro gruppo. Accade di tutto: due finte esecuzioni, un tentativo di fuga che non riesce. Cinque mesi senza scarpe, camminando a piedi nudi. Per cinque mesi il ritmo di vita «è diventato il sole che spunta e il sole che tramonta». Il terrore fino al momento della liberazione: «Confesso di aver pensato che ci avrebbero sparato nella schienza, era buio, era notte, domenica dopo il tramonto. Eppure «in tutta questa esperienza c'è molto Dio… La mia - scrive Quirico - è una fede molto semplice, la fede delle preghiere di quando ero bambino… La mia fede è darsi, io non credo che Dio sia un supermercato, non vai al discount a chiedere la grazia, il perdono, il favore. Questa fede mi ha aiutato a resistere».
Il secondo testo è la lettera che papa Francesco ha scritto per entrare in dialogo con Eugenio Scalfari. In comune c'è il primato di una fede semplice, che parla il linguaggio pacificante del dialogo e che per questo annuncia un modo diverso di vincere il male. «Il dialogo - scrive papa Francesco - non è un accessorio secondario dell'esistenza del credente: ne è invece un'espressione intima e indispensabile». La fede che nasce dall'incontro personale con Gesù dona un senso nuovo all'esistenza, ma è vissuta nella Chiesa e custodita nei «fragili vasi d'argilla della nostra umanità». L'autorità di Gesù è diversa da quella del mondo, immette in una logica di servizio e di libertà, ma la sua vera originalità «sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare, in Gesù, al rapporto che Egli ha con Dio che è Abbà e, in questa luce, al rapporto che Egli ha con tutti gli altri uomini, compresi i nemici, nel segno dell'amore». 
Siamo agli antipodi di una Siria (e di molti altrei paesi del mondo) dove si cercano blasfemi pretesti religiosi per legittimare un potere fondato sul sangue degli innocenti. Ricordando la sconfinata misericordia di Dio, papa Francesco rimuove alla radice ogni discriminazione fondata sulla differenza fra credenti e non credenti: «La questione per chi non crede in Dio sta nell'obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c'è quando si va contro la coscienza». D'altro canto la verità cristiana non è "assoluta" nel senso etimologico di ciò che è slegato e privo di relazione. Infatti, «la verità secondo la fede cristiana, è l'amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque la verità è una relazione!».
Vorrei tornare in un prossimo post su alcune questioni sollevate dalla lettera del papa. Qui forse basterà accostare questi due documenti, che chiamano in causa la coscienza umana, ponendola dinanzi a quel dislivello assolutamente inconfondibile tra bene e male, da cui dipende il senso della nostra umanità e forse anche il futuro della vita sulla terra.

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