domenica 8 settembre 2013

"Povera, ma libera". - 3. Papa Francesco fra miseria e misericordia

Una frase di Antonio Rosmini sulla Chiesa («povera, ma libera»), può aiutarci a rilanciare la profezia incompiuta del concilio. Nell’anno della fede, in cui fare memoria dell’apertura del Vaticano II, non dobbiamo minimizzare la svolta che ha segnato la vita della Chiesa con la rinuncia di papa Benedetto e l’elezione di papa Francesco; tale svolta potrà sprigionare effetti straordinari quanto più ci troverà disponibili a una rigenerazione profonda dell’idea di Chiesa come popolo di Dio, aperta a un’immersione dialogica e profetica nella storia. A proposito del Concilio sono venute da papa Francesco parole inequivocabili: «Dopo cinquant’anni, abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? No… Non vogliamo cambiare. Di più: ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore» (16 aprile 2013).


Ma qui vorrei lasciarmi interpellare soprattutto dal suo richiamo instancabile alla povertà, accreditato dalla coerenza dello stile e dalla forza testimoniale dei gesti, che non possono facilmente essere derubricati a una forma di simpatico folclore argentino. La capacità di riconoscere e lasciarsi interpellare dalla povertà, che affligge le periferie del mondo, va situato nella prospettiva più generale di un incontro tra miseria e misericordia. L’appello alla misericordia torna in papa Francesco con un’insistenza nella quale si può intuire una cifra dominante del suo magistero: «Serve… una Chiesa capace di riscoprire le viscere materne della misericordia. Senza la misericordia c’è poco da fare oggi per inserirsi in un mondo di “feriti”, che hanno bisogno di comprensione, di perdono, di amore» (Discorso all’Episcopato brasiliano, 27 luglio 2013). Ed è altrettanto chiaro che il riconoscimento dell’amore misericordioso di Dio costituisce il cuore stesso dell’atto di fede, come si legge nell’enciclica Lumen fidei: «Credere significa affidarsi a un amore misericordioso che sempre accoglie e perdona, che sostiene e orienta l’esistenza, che si mostra potente nella sua capacità di raddrizzare le storture della nostra storia» (n. 14).
Si tratta di scavare in queste parole per ricavarne le più elementari conseguenze per la vita della Chiesa: l’incontro tra un Padre misericordioso e un figlio pentito non dev’essere ostacolato da un figlio maggiore preoccupato solo dei propri privilegi, che detta dall’alto le condizioni di tale incontro come un arcigno “doganiere della fede”. Le parole pronunciate dal cardinale Bergoglio nelle congregazioni generali dei cardinali, prima del conclave, sono potentemente provocatorie: le parole di Gesù, «Ecco: sto alla porta e busso» (Ap 3,20), possono essere interpretate come un bussare da dentro, da parte di un Messia tenuto prigioniero da una Chiesa autoreferenziale. Come sgomberare il campo, allora, da tutti gli ostacoli impropri che mantengono lontana la misericordia dalla miseria?
Se oltrepassiamo un’ottica banalmente pauperistica, l’appello alla povertà nel senso della essenzialità evangelica suona come un invito rivolto tutta la Chiesa a ritrovare il senso della propria missione evangelizzatrice a partire da un’idea di comunione “ricucita” nell’essenziale, senza punti di sutura posticci e superficiali... Trasferire l’appello alla povertà dal piano di qualche gesto episodico, capace mediaticamente di “bucare lo schermo”, al piano della forma ecclesiae significa scucire le maglie dall’appartenenza da ogni appesantimento improprio, risultato di sacralizzazioni indebite e di paludamenti anacronistici, ultimi residuati simbolici di un potere temporale ormai perduto, oppure frutto di sintesi storiche a volte dettate più da un soffocante manierismo moralistico che da un affidamento lieto e coraggioso alla profezia del vangelo...
Come può una comunità gelidamente abbarbicata a una tradizione inerte e irrigidita, in cui anche il negoziabile è diventato parte integrante di una compattezza dottrinale non negoziabile, immergersi generosamente nelle periferie dolenti della vita e del mondo, lasciandosene purificare da cima a fondo, fiduciosa che questo lavacro spirituale possa essere soltanto una liberazione e un guadagno?
Comunione ed evangelizzazione vanno di pari passo: è l’intera comunità cristiana, in quanto soggetto della evangelizzazione, che deve purificare e testimoniare incessantemente la qualità spirituale della comunione nella conformità a Cristo, secondo la misura smisurata del suo amore…
A tale proposito possiamo tornare a meditare la straordinaria attualità delle Cinque piaghe della santa Chiesa di Antonio Rosmini, dove si collega strettamente il virus della disunione alle infiltrazioni del potere: la povertà come condizione irrinunciabile di libertà, la libertà come condizione irrinunciabile di fedeltà della Chiesa alla propria missione. Quelle parole suonano oggi come un’anticipazione sorprendente del testo conciliare: «Cristo avea fondato l’apostolato sulla povertà e sull’abbandono alla provvidenza che avrebbe mossi i fedeli al sostentamento de’ loro evangelizzatori». Del resto, «la Chiesa è già ricca abbastanza, s’ella ha un tesoro di carità, e un esercizio amplissimo di beneficenza»... In senso ancor più radicale, è «la congiunzione indivisa dello spirituale e del temporale» la causa ultima della infiltrazione del potere temporale nella sfera spirituale, facendo sì che «l’usurparsi il temporale divenisse un medesimo che un usurparsi anche lo spirituale».
Parole che possono aiutarci a rileggere la storia della Chiesa italiana di questi ultimi decenni, frenata “da mille vincoli”, forse all’origine anche di un’incomprensibile parzialità nel distribuire attenuanti e aggravanti nei confronti delle indecenze della politica... L’indifferenza dell’uomo contemporaneo al messaggio cristiano non può trovare alibi di alcun genere nella vita della Chiesa, che non solo deve rendere sempre più trasparenti le proprie opacità, ma può essere una comunità meno “blindata” e più inclusiva nella misura in cui è capace di ridurre ogni distanza ingiustificata tra vescovi, presbiteri e laici, frutto un’incoerenza stridente fra retorica comunitaria e pratiche di vita gelosamente individualistiche.
È dopo aver scucito questa “congiunzione indivisa” che una Chiesa “povera, ma libera” si può ricucire nell’essenziale: ricordando a tutti gli uomini e le donne di buona volontà che il messaggio di salvezza è ultimamente affidato a una Parola semplicissima, incentrata sulla gratuità misericordiosa e salvifica dell’amore di Dio, che invita a una sequela fiduciosa e liberante. Gli eventi straordinari che hanno segnato la vita della Chiesa, nell’anno della fede, attestano che i tempi sono maturi per un cambiamento profondo, forse irreversibile (e per questo non indolore) in tale direzione, capace di riattivare la profezia incompiuta del concilio e di dar vita a una nuova primavera della fede; un cambiamento sostenuto dall’entusiasmo di Chiese più giovani, situate “alla fine del mondo”, dove la testimonianza cristiana è più generativa e contagiosa della nostra stanchezza.
Il paradosso del vangelo, ancora una volta, c’interpella: la comunione è più ricca quando i suoi fattori costitutivi sono poveri ed essenziali, quando cioè il servire è anteposto al potere, e l’unione con Cristo è depurata da ogni surrogato temporale estrinseco; la porta stretta diventa larga quando siamo capaci di ridiventare piccoli, ridimensionando ogni presunzione di compattezza rinforzata da tessiture artificiali inutili e dannose. Solo una Chiesa “povera, ma libera” può ritrovare una soggettività più autentica e “leggera”, articolandola non solo nei “fondamentali” di ordine kerygmatico, liturgico, catechetico e caritativo della propria missione, ma anche nell’esercizio di quel discernimento storico, di quella sapienza antropologica e di quella progettualità culturale che è parte essenziale della evangelizzazione, e non un ausilio strumentale e puramente propedeutico...

(Estratto della terza e ultima parte della relazione dal titolo:  "Povera, ma libera. La Chiesa e la profezia incompiuta del Concilio", tenuta al Simposio rosminiano di Stresa (28-31 agosto 2013), dedicato al seguente tema: "Rosmini e Newman padri conciliari. Tradizionalismo, riformismo, pluralismo nel Concilio Vaticano II")

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