domenica 1 settembre 2013

"Povera, ma libera": La Chiesa e la profeziona incompiuta del Concilio - 1. Miti del nostro tempo


Il primo capitolo dell’ormai celebre libro L’epoca delle passioni tristi, intitolato “La crisi nella crisi”, segnala un radicale cambiamento di segno nel nostro tempo, di cui siamo testimoni spaesati e inermi: «La nostra epoca sarebbe passata dall’onnipotenza dell’uomo costruttore della storia a un altro mito simmetrico e speculare, quello della sua totale impotenza di fronte alla complessità del mondo». Il mix di complessità e impotenza sembra ormai diventato una miscela micidiale: è come se, paragonando la nostra vita a una barca sballottata dai marosi, stia venendo meno la fiducia nell’esistenza di un porto dove dirigersi. Ecco la crisi nella crisi: non la minaccia di uno sbandamento provvisorio, ma una vita in stato di emergenza permanente, in cui non serve nemmeno gridare “Si salvi chi può!”, perché non c’è un posto dove scappare. Mentre il progresso delle tecnoscienze continua a promettere una libertà fondata sul dominio, noi ci riconosciamo sempre più «incapaci di far fronte alle nostre infelicità e ai problemi che ci minacciano»...
Per confermare la radicalità di questa sfida, vorrei limitarmi a segnalarne tre miti, in qualche misura complementari in una medesima mitologia postmoderna, che i cristiani sono invitati a demitizzare e quindi a rileggere secondo l’ottica conciliare dei “segni dei tempi”: indifferenza, simultaneità, autonomia. Il mito dell’indifferenza è un tratto fondamentale del congedo postmoderno dalla modernità e aiuta a metterne in luce una continuità nichilistica di fondo, al di sotto di una discontinuità apparente. Nella tradizione classica il passaggio dal propagarsi ripetitivo e deludente del mythos alla potenza dialettica del logos poteva contare sul riconoscimento di una costituzione teleologica del reale, capace di garantire il principio di analogia e l’intenzionalità metafisica dell’intelligenza. Nella modernità il mondo diventa invece improvvisamente muto e il pensiero filosofico si trova dinanzi al compito gigantesco di gestire le differenze, oscillando ben presto fra un’idea di razionalità in grado di fondare se stessa oppure irrimediabilmente squalificata dinanzi alla rivalsa insuperabile dei sensi. La gigantomachia moderna fra razionalismo ed empirismo è però diventata un’eredità troppo pesante per un’epoca come la nostra, che non sembra avere né la forza né la voglia di arbitrare tra metanarrazioni incommensurabili.
Come avverte anche Deleuze, «per liberare la differenza, occorre un pensiero senza contraddizione, senza dialettica, senza negazione: un pensiero che dica sì alla divergenza; un pensiero affermativo il cui strumento è la disgiunzione; un pensiero del molteplice – della molteplicità dispersa e nomade che non limiti né raggruppi nessuna delle costrizioni dello stesso»...
In queste tecnicalità filosofiche non è difficile riconoscere una koiné tipicamente postmoderna, che sembra volersi smarcare da ogni forma di titanismo nichilista, riproponendolo però in una forma relativistica e indebolita, non per questo meno insidiosa. L’indifferenza alle differenze sembra essere, alla fine, l’anestetico con cui l’epoca contemporanea cerca di neutralizzare le conseguenze traumatiche del passaggio postmoderno da una ragione troppo “forte” a una ragione troppo “debole”. Un’indifferenza condannata con parole di fuoco nel messaggio alla Chiesa di Laodicea, riportato nell’ultimo libro della Scrittura: «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Ap 3,15-17).
Il mito della simultaneità, in stretto rapporto con l’illusione nell’indifferenza, si esprime nella forma di una idolatria dell’immediato, in cui convergono non solo la sfiducia nella capacità razionale di mediare le differenze, ma anche la celebrazione di un narcisismo viziato da un consumo ossessivo del virtuale. Nel passaggio dal paradigma antico del carpe diem al paradigma contemporaneo del life is now c’è qualcosa di più pervasivo e inquietante: oltre le promesse di un edonismo a buon mercato, che sogna di abolire l’ultimo diaframma sulla via della simultaneità, rappresentato dalla distanza spazio-temporale, l’onnipotenza virtuale rinforza il nichilismo. Torniamo all’Epoca delle passioni tristi: «Se tutto sembra possibile, allora più niente è reale». Lo afferma anche Borges con accenti analoghi: «Un attributo dell’infernale è l’irrealtà, attributo che sembra mitigare i suoi terrori e forse li aggrava».
Non è vero che alla contrazione delle distanze corrisponda automaticamente un avvicinamento delle persone: una dinamica sociale che sembra egemonica tende ad andare nella direzione opposta. Quanto si perde in profondità non sempre si recupera in estensione: aumentano i contatti, diminuiscono le relazioni, si sciolgono i legami...
L’amicizia, nell’era dei social networks, è fatta di profili (spesso anonimi) più che di volti, e si può accendere e spegnere a seconda di epidermiche reazioni occasionali. Secondo Sennett, che ha denunciato il “tramonto dell’uomo pubblico” come risultato di un assorbimento narcisistico in se stessi, all’origine di quella «ideologia intimista» che è «il tratto distintivo di una società incivile», il problema della società odierna è «il duro dato di fatto della divisione», a cui corrisponde un aumento del tribalismo, che «abbina la solidarietà per l'altro simile a me con l'aggressività contro il diverso da me». Anche secondo Bauman, se si dovesse riscrivere oggi L’uomo senza qualità di Musil, il titolo potrebbe suonare così: L’uomo senza parentela.
Siamo infine rinviati al mito dell’autonomia, costruito attorno a un male inteso senso di autoaffermazione, che vorrebbe sciogliersi da qualsiasi vincolo eteronomo; in questo modo la giusta rivendicazione di autonomia morale del soggetto, fondata sulla possibilità di una partecipazione responsabile all’ordine del bene, si assolutizza, trasformandosi in autonomia ontologica. Se il diritto di proprietà sul proprio corpo viene estremizzato in senso libertario, anche la dimensione politica decade da forma elettiva di promozione del bene comune a mera supervisione dei diritti individuali, atomisticamente intesi. Secondo Gauchet, «l’avvenimento più importante della nostra epoca» è «la contestuale relativizzazione delle figure dell’autonomia e dell’eteronomia», in cui «l’eteronomia non è più in grado di fornire un adeguato contenuto politico», mentre l’ideale dell’autonomia s’impoverisce e si banalizza...
Questo esito è denunciato anche nell’ultimo libro di Massimo Recalcati, dove si oppone alla figura psicanalitica di Edipo (che incarna la tragedia della trasgressione della Legge) e a quella di Narciso (in cui il figlio è sterilmente fissato sulla propria immagine, in un mondo che non riconosce la differenza tra le generazioni), la figura di Telemaco, che «si emancipa dalla violenza parricida di Edipo; egli cerca il padre non come un rivale, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge della parola sulla propria terra». In altre parole, non si può neutralizzare la relazione, costituiva della nostra identità: «Ogni essere umano viene dall'Altro, abita il linguaggio, è in una relazione di debito simbolico con l'altro da cui proviene». Una tesi da cui discende un giudizio molto severo sulla nostra epoca: «La retorica del divenire genitori di se stessi di cui il nostro tempo è uno sponsor allucinato trascura che nessuna vita umana si costituisce da sé». L’autonomia che si autoafferma, affrancandosi dal riconoscimento e dall’attesa dell’Altro, misconosce la differenza e la distanza: in questo modo il cerchio si chiude.

(Estratto della prima parte della relazione dal titolo:  "Povera, ma libera. La Chiesa e la profezia incompiuta del Concilio", tenuta al Simposio rosminiano di Stresa (28-31 agosto 2013), dedicato al seguente tema: "Rosmini e Newman padri conciliari. Tradizionalismo, riformismo, pluralismo nel Concilio Vaticano II" - Nei prossimi post pubblicherò qualche estratto delle altre due parti)



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