giovedì 24 ottobre 2013

Autunno, il tempo dell'interiorità

Pierre Hadot ha scritto una splendida storia dell'idea di natura utilizzando la metafora del "velo di Iside". Iside è la dea egiziana della maternità e della fertilità, il cui culto ebbe grande diffusione fra i Greci. Il suo velo, simile per molti versi all'indiano "velo di Maya", rappresenta la forma mutevole della natura, che nasconde ai nostri occhi la bellezza di un'anima spirituale. Hadot ricorda la sentenza di Eraclito: "La natura ama nascondersi". Eppure un incredibile paradosso sembra pesare sul nostro rapporto con la natura: quanto più tale mondo viene spogliato da ogni alone di mistero e il "velo di Iside" viene sollevato, tanto più la relazione con il mondo della natura diviene incerta e problematica.
Nel mondo antico tale rapporto è stato vissuto secondo due diversi approcci: secondo il paradigma di Prometeo (che ruba il fuoco agli dèi per migliorare la vita degli uomini), l'uomo deve carpire con la forza a una natura ostile i suoi segreti e sottometterla grazie alla tecnica; secondo il paradigma di Orfeo (che penetra nei segreti della natura con la melodia e l'armonia, rispettandone il mistero più profondo), l'uomo è parte viva della natura stessa e la creazione artistica ne diventa un prolungamento estetico.
Mentre però nel mondo antico i due paradigmi sono in qualche modo bilanciati, a partire dalla scienza moderna si afferma un atteggiamento prometeico che produce una meccanizzazione del mondo; ne risulterà, a partire dalla fine del Settecento, una sorta di "angoscia a scoppio ritardato", che prelude all'estetica romantica.
(cf. P. Hadot, Il velo di Iside. Storia del'idea di natura, Einaudi, Torino 2006).
 
Al di là di questo, resta vero che il nostro rapporto con la natura è alla fine sempre, in qualche misura, "velato"; il velo può essere sollevato in tanti modi: il modo in cui lo solleva la scienza, per conoscere, studiare, approfondire il mistero della vita, non è uguale al modo in cui lo solleva la tecnologia, quasi sempre per manipolare, dominare, sfruttare.
Continuando a perseguire un difficile equilibrio fra Prometeo e Orfeo, dobbiamo forse recuperare un rapporto più contemplativo e meno strumentale con il mondo vivo della natura: con le sue meraviglie nascoste, con la sua ambivalenza, fatta di armonia stupefacente e di cruda lotta per la sopravvivenza. Persino con i suoi ritmi e le sue stagioni.
L'estate ormai è diventata la stagione in cui laceriamo il velo di Iside: pretendiamo di occupare la natura come il teatro delle nostre vacanze, come un panorama da occupare, sporcare e archiviare rapidamente, prima di riprendere il ritmo forsennato del lavoro. Se l'estate è il tempo dell'esteriorità, in cui ciò dalla fioritura scaturiscono i frutti più maturi, che si lasciano avvolgere dalla luce rovente del sole, l'autunno è il tempo del rientro, del ritorno, di una nuova immersione interiore, in cui la luce è più sfumata, il sole più morbido, la campagna si appresta ad accogliere e custodire il seme buono, per prepararlo a una nuova germinazione primaverile.
L'autunno è il tempo in cui la natura si raccoglie in se stessa e noi siamo invitati a riconciliarci con il nostro vissuto, ad essere meno esteriori e superficiali, a preparare in silenzio nuove fioriture, a vivere nell'attesa operosa di nuovi squarci di luce.
Buon autunno a tutti!


“Una volta ho sentito parlare di tempi antichi in cui gli animali, gli alberi e le rocce parlavano con gli uomini”
(Novalis)


“Natura è mistero alla luce del giorno, non permettete che il velo le sia tolto”
(J.W. Goethe)

domenica 13 ottobre 2013

Matita rossa o matita blu per la scuola italiana?

Il film di Giuseppe Piccioni, che rinvia al libro omonimo di Marco Lodoli, ci offre uno spaccato della società italiana (e non solo) che ci interpella e ci mette in discussione. In una scuola romana di periferia, s'incontrano una preside puntigliosa, un vecchio professore geniale e "spompato", un giovane supplente che non vuole arrendersi. Le loro storie sono duramente messe alla prova (e alla fine in qualche modo arricchite) da ragazzi che sembrano provenire da un altro pianeta, vivere un'altra vita, parlare un altro linguaggio. La preside si scongela dinanzi a un ragazzino solo e malato, il vecchio professore ritrova un'allieva dei suoi anni migliori che riesce a rimotivarlo, il giovane supplente rivede qualche pregiudizio e trova buone ragioni per non mollare.
Al di là di questo esito improvvisamente positivo, che alla fine piomba su una storia disperata quasi come un deus ex machina, ricordando che la speranza è sempre l'ultima parola, colpisce la fotografia straordinaria e nitida della classe, dove tutti gli alunni - per un motivo o per un altro - sembrano covare una rabbia crescente e indomabile contro i propri genitori. Genitori lontani, senza volto e senza fascino, ultimo avamposto di una generazione insignificante e odiata, rispetto alla quale i ragazzi vorrebbero disperatamente rompere i ponti, senza riuscirci.
La scuola passa allora in secondo piano, come schiacciata da problemi più grandi di lei, ai quali riesce a (non) rispondere in modo evasivo e disordinato, attraverso i tre personaggi principali: o con il rispetto puntiglioso della legge, per non avere grane, o con la nostalgia del passato, per non ammettere il proprio declino, o con la generosità estemporanea del "supplente". Chi prova a cambiare qualcosa è colui che non è nemmeno integrato stabilmente nella scuola.
Ma la prospettiva si può e si deve rovesciare: la scuola è schiacciata da problemi più grandi di lei, perché la società la considera l'ultimo dei problemi: un parcheggio costoso e inutile. E i ragazzi sono i primi ad accorgersene, sulla propria pelle.
A partire da questa provocazione, vorrei dedicare i prossimi post a un percorso di riflessione sulla scuola: sulla sua vocazione formativa, sul suo difficile rapporto con la società, sul suo futuro precario e incerto.
Cercherò di farlo chiedendo ai miei lettori di entrare in dialogo, provando anzitutto a segnalare quali sono, a vostro avviso, le emergenze più acute e quali le possibili risposte.
Provarci può essere una sfida e forse anche una scommessa.

domenica 6 ottobre 2013

Le vittime della speranza

Si può morire di speranza? La cronaca di questi anni ci sta mettendo di fronte a questo interrogativo paradossale e atroce, che mette in crisi il senso più profondo della nostra fragile umanità e delle diverse forme di civiltà culturale, giuridica e politica in cui la nostra umanità può esprimersi. No, non si può, non si deve mai - assolutamente mai - morire di speranza. La speranza è, al contrario, una sfida alla morte, una protesta contro condizioni di vita disumane, un desiderio di vivere oltre: oltre le umiliazioni del presente. Si muore di speranza quando questo desiderio di vivere all'altezza - almeno decente - della nostra umanità viene impedito, umiliato, ingannato; letteralmente mortificato, cioè fatto morire. È allora che la speranza diventa disperata, quando cioè è costretta a morire, per colpa di altri, che non ascoltano, non accolgono, non entrano in relazione. 
Ci sono almeno tre forme di speranza disperata che ci interpellano, che interpellano le forme della convivenza civile e ultimamente la politica, con le sue disattenzioni, le sue latitanze, la sua miopia. 
La prima è quella che porta centinaia di migliaia di giovani ad andare in piazza: in questi ultimi anni quanti giovani vite sono state spezzate in piazza? Piazza Taksim in Turchia, piazza Tahrir in Egitto, le piazze della Siria, della Tunisia, dell'Algeria, della Libia, e prima ancora quelle di Bagdad o di Teheran, senza dimenticare molte altre piazze insanguinate: Piazza Tienammen in Cina, piazza della Libertà a Timişoara in Romania, Piazza San Venceslao a Praga… In piazza si muore due volte: vengono uccisi civili inermi, quasi sempre giovani che reclamano un futuro diverso, ma viene uccisa anche la speranza; avere il controllo della piazza significa impedire alla speranza di dire le proprie ragioni, di trasformare il dissenso in consenso, ciò che il potere teme di più. Quanti ragazzi sono stati freddati dai cecchini, abbandonati per terra nel fuggi fuggi generale, accatastati ai margini delle strade, come nella foto atroce che ritrae i morti egiziani!
Una seconda morte è quella che si trova per mare, quando si comprende che ormai non c'è più nulla da fare, e ormai non resta che partire. Alla cieca, affidandosi unicamente a una speranza nuda e inerme. Gli ultimi risparmi dei genitori e dei parenti che finiscono nelle mani di gente senza scrupoli, gente sicura di sé, venditori spudorati di menzogna; un lungo viaggio per terra, una fila che s'ingrossa, volti spauriti che si fanno coraggio condividendo la speranza… E poi il viaggio in mare, stipati come bestiame, senza nemmeno quel calcolo utilitaristico che suggeriva ai negrieri il metodo del "pacco largo", per impedire che merce preziosa deperisse per strada… Qui no, qui non interessa quanti ne arriveranno, ciò che conta è liberarsi al più presto di quel carico maleodorante che ormai non vale più nulla, per fare al più presto un altro viaggio.
Le parole, gli sguardi, gli odori asfissianti prima di morire, prima che tutto precipiti… Il barcone comincia a sbandare, si riempie di acqua… Urla atroci, movimenti convulsi, ricerca spasmodica di una mano da stringere nel buio… Poi acqua, solo acqua… Silenzio. Morire così. Attorno a Lampedusa, a un passo dalla terraferma, dove la speranza avrebbe potuto scrivere un'altra pagina di una biografia invece crudelmente spezzata…
La terza morte è quella del kamikaze, in cui la speranza nella vita non solo non esclude la morte come un possibile incidente di percorso, ma addirittura la ricerca, la pianifica, la consacra, trasformandola nell'ultimo atto di un tragedia che non dev'essere solo la nostra; una tragedia in cui la speranza conosce una spaventosa mutazione genetica, trasformandosi in patologia aggressiva: per vivere è necessario morire e far morire. Una agghiacciante contabilità di morte acceca le scelte del kamikaze; una contabilità pianificata a tavolino, dove nulla dev'essere lasciato al caso: la mia morte deve valere almeno centinania di altre morti; deve fare notizia, deve seminare il terrore, deve colpire al cuore i santuari protetti del potere.
A differenza dei primi due casi, qui la morte non è semplicemente una possibilità remota, un prezzo accettabile da pagare nel calcolo delle probabilità; diventa piuttosto un obiettivo in sé: uccidere per uccidersi è l'unico modo per affermare un'idea, per cambiare qualcosa. Sapendo bene che, in questo caso, la propria morte non sarà ricordata, non sarà onorata, diventerà un'aggiunta insopportabile al calcolo delle vittima. Il kamikaze imbottito di esplosivo è già morto prima di morire: la sua vita è ormai quella di una non-persona, trasformata in un bomba. Le vittime sono solo gli altri… Le centinaia, forse migliaia di giovani kamikaze - in questo caso quasi sempre giovani, giovanissimi - sono un buco nero per la coscienza occidentale, che non riesce a capire, che sa solo rimuovere, che si preoccupa solo di difendersi.
In tutti i tre i casi, comunque, è la politica che muore insieme a queste vittime anomale della speranza; figlie di conflitti che nessuno ha saputo governare, lasciando che degenerassero in guerra. Quando la speranza di vivere si confonde pericolosamente con la possibilità di morire la campana non suona solo per gli altri, suona anche per noi.

martedì 1 ottobre 2013

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Non avrei mai immaginato che in poco più di un anno e mezzo questo blog, iniziato in modo del tutto artigianale, avrebbe superato i centomila contatti!
Debbo una parola di gratitudine a tutti i miei lettori, più o meno saltuari, più o meno affezionati. 
Cercherò di continuare, nel desiderio sincero di alimentare un dialogo sempre rispettoso e coraggioso.
Al prossimo post
Luigi Alici