domenica 6 ottobre 2013

Le vittime della speranza

Si può morire di speranza? La cronaca di questi anni ci sta mettendo di fronte a questo interrogativo paradossale e atroce, che mette in crisi il senso più profondo della nostra fragile umanità e delle diverse forme di civiltà culturale, giuridica e politica in cui la nostra umanità può esprimersi. No, non si può, non si deve mai - assolutamente mai - morire di speranza. La speranza è, al contrario, una sfida alla morte, una protesta contro condizioni di vita disumane, un desiderio di vivere oltre: oltre le umiliazioni del presente. Si muore di speranza quando questo desiderio di vivere all'altezza - almeno decente - della nostra umanità viene impedito, umiliato, ingannato; letteralmente mortificato, cioè fatto morire. È allora che la speranza diventa disperata, quando cioè è costretta a morire, per colpa di altri, che non ascoltano, non accolgono, non entrano in relazione. 
Ci sono almeno tre forme di speranza disperata che ci interpellano, che interpellano le forme della convivenza civile e ultimamente la politica, con le sue disattenzioni, le sue latitanze, la sua miopia. 
La prima è quella che porta centinaia di migliaia di giovani ad andare in piazza: in questi ultimi anni quanti giovani vite sono state spezzate in piazza? Piazza Taksim in Turchia, piazza Tahrir in Egitto, le piazze della Siria, della Tunisia, dell'Algeria, della Libia, e prima ancora quelle di Bagdad o di Teheran, senza dimenticare molte altre piazze insanguinate: Piazza Tienammen in Cina, piazza della Libertà a Timişoara in Romania, Piazza San Venceslao a Praga… In piazza si muore due volte: vengono uccisi civili inermi, quasi sempre giovani che reclamano un futuro diverso, ma viene uccisa anche la speranza; avere il controllo della piazza significa impedire alla speranza di dire le proprie ragioni, di trasformare il dissenso in consenso, ciò che il potere teme di più. Quanti ragazzi sono stati freddati dai cecchini, abbandonati per terra nel fuggi fuggi generale, accatastati ai margini delle strade, come nella foto atroce che ritrae i morti egiziani!
Una seconda morte è quella che si trova per mare, quando si comprende che ormai non c'è più nulla da fare, e ormai non resta che partire. Alla cieca, affidandosi unicamente a una speranza nuda e inerme. Gli ultimi risparmi dei genitori e dei parenti che finiscono nelle mani di gente senza scrupoli, gente sicura di sé, venditori spudorati di menzogna; un lungo viaggio per terra, una fila che s'ingrossa, volti spauriti che si fanno coraggio condividendo la speranza… E poi il viaggio in mare, stipati come bestiame, senza nemmeno quel calcolo utilitaristico che suggeriva ai negrieri il metodo del "pacco largo", per impedire che merce preziosa deperisse per strada… Qui no, qui non interessa quanti ne arriveranno, ciò che conta è liberarsi al più presto di quel carico maleodorante che ormai non vale più nulla, per fare al più presto un altro viaggio.
Le parole, gli sguardi, gli odori asfissianti prima di morire, prima che tutto precipiti… Il barcone comincia a sbandare, si riempie di acqua… Urla atroci, movimenti convulsi, ricerca spasmodica di una mano da stringere nel buio… Poi acqua, solo acqua… Silenzio. Morire così. Attorno a Lampedusa, a un passo dalla terraferma, dove la speranza avrebbe potuto scrivere un'altra pagina di una biografia invece crudelmente spezzata…
La terza morte è quella del kamikaze, in cui la speranza nella vita non solo non esclude la morte come un possibile incidente di percorso, ma addirittura la ricerca, la pianifica, la consacra, trasformandola nell'ultimo atto di un tragedia che non dev'essere solo la nostra; una tragedia in cui la speranza conosce una spaventosa mutazione genetica, trasformandosi in patologia aggressiva: per vivere è necessario morire e far morire. Una agghiacciante contabilità di morte acceca le scelte del kamikaze; una contabilità pianificata a tavolino, dove nulla dev'essere lasciato al caso: la mia morte deve valere almeno centinania di altre morti; deve fare notizia, deve seminare il terrore, deve colpire al cuore i santuari protetti del potere.
A differenza dei primi due casi, qui la morte non è semplicemente una possibilità remota, un prezzo accettabile da pagare nel calcolo delle probabilità; diventa piuttosto un obiettivo in sé: uccidere per uccidersi è l'unico modo per affermare un'idea, per cambiare qualcosa. Sapendo bene che, in questo caso, la propria morte non sarà ricordata, non sarà onorata, diventerà un'aggiunta insopportabile al calcolo delle vittima. Il kamikaze imbottito di esplosivo è già morto prima di morire: la sua vita è ormai quella di una non-persona, trasformata in un bomba. Le vittime sono solo gli altri… Le centinaia, forse migliaia di giovani kamikaze - in questo caso quasi sempre giovani, giovanissimi - sono un buco nero per la coscienza occidentale, che non riesce a capire, che sa solo rimuovere, che si preoccupa solo di difendersi.
In tutti i tre i casi, comunque, è la politica che muore insieme a queste vittime anomale della speranza; figlie di conflitti che nessuno ha saputo governare, lasciando che degenerassero in guerra. Quando la speranza di vivere si confonde pericolosamente con la possibilità di morire la campana non suona solo per gli altri, suona anche per noi.

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