martedì 24 dicembre 2013

Buon Natale





«Chi alla mangiatoia
 Depone finalmente
Ogni violenza
Ogni onore
Ogni reputazione
Ogni vanità
Ogni superbia
Ogni ostinazione,
Chi sta dalla parte degli umili
E lascia Dio solo essere grande,
Chi, nel bambino della mangiatoia,
Vede la magnificenza di Dio
Proprio nell'umiliazione,
Costui festeggerà l'autentico Natale!»

(Dietrich Bonhoeffer)

domenica 22 dicembre 2013

Rosso fisso al semaforo della vita

Arrivo nel primo pomeriggio, una volta tanto un treno in orario. Posso andare a piedi, senza fretta. La luce limpida del mattino è appena turbata da un velo sottile di umidità, che si raccoglie, galleggiante e sospesa, sopra il grande fiume. 
Una bellezza antica e sempre nuova, ritmata dai ponti leggeri e insonnoliti, che continuano a tenere in dialogo - da secoli - i palazzi sontuosi delle due sponde opposte. 
Attraverso la via principale, dove negozi scintillanti celebrano la loro spocchiosa superiorità esibendo qualche ninnolo firmato a prezzi da capogiro. 
Poca gente, poca voglia di fermarsi a guardare. Solo una fila inspiegabile di giapponesi dinanzi a una mitica gioielleria. 
Un semaforo rosso raccoglie i radi passanti sfilacciati, l'uno accanto all'altro, per pochi istanti, in un crocchio involontario
 * * * * *
- Ciao, bene? Qui venduto qualcosa? Parlato con casa?
- Sì, ieri parlato. Presto nasce figlio, presto nasce figlio! Mia moglie in viaggio, viene Italia.
- Dove nasce figlio?
- Moglie in viaggio, dove trova nasce, no problema, poi loro Italia. Però io penso, penso sempre. Se gente buona, lei nasce in casa. Se gente non buona?
- Qui freddo
- Freddo qui, vero, ma pure a mia casa
  * * * * *
- Questi semafori! Non se ne può più. Però è proprio un bell'oggetto! Ti sta bene addosso. Cosa vuoi, loro si fanno pagare: il design, la griffe, tutto ha prezzo. E poi una borsetta così non si compra tutti i giorni…
- La mia amica non ci crederà. Lei dice che questo colore si trova solo all'outlet, ha telefonato, voleva andare sotto le feste
- Senti, questi giorni dobbiamo correre dal mattino alla sera. Mamma, se non andiamo alla cena della vigilia, sai com'è fatta. Lei vuole tutti, è da un mese in giro per regali. Poi dobbiamo organizzarci per san Silvestro. L'anno scorso abbiamo trovato la casa gelida, bisogna chiamare e far riscaldare per bene
- I ragazzi non vengono, hanno il loro giro
- Basta con loro! Purché non rompano, io sono stufo
 * * * * *
- Perché freddo a casa, non avete stufa?
- Non so, altri vogliono accendere poco, quest'anno pochi soldi.
- Ma quando arriva tua famiglia, bambino piccolo, come fare?
- Ma io giovane, forte, io più giro. Io con famiglia, felice. Io più giro
- Festa dove?
- Io non so cosa essere Natale, io aspetto mia moglie partorire. Lei telefona
 * * * * *
- Poi abbiamo il concerto, al circolo la tombola di beneficenza…
- Uffa, ma è proprio necessario andare quest'anno? Non posso mica venire con il solito vestitino
- Lo so, i soci ti guardano, e a te non dispiace
- Lascia stare. Sono stufa. Se la vita fosse come questo semaforo, rosso fisso, pensa che bello! Il calendario si ferma, non ci sono più queste feste che rompono, si vive alla grande, senza rotture
- Lo shopping?
- Che c'entra, lo shopping si fa lo stesso, bello mio, ma solo per noi, non per gli altri
- È verde, andiamo
- Rosso fisso, pensa che bello… 
 * * * * *
- Verde, amico, andare
- Tu vieni moschea domani?
- Sì, noi vediamo a pregare. Se notizia tua moglie, tu cerca me
- Io cerco, se notizia buona, grande festa, amico. Io correre, correre a cercare
- Verde, amico. Semaforo dura poco. Quando verde, correre
 * * * * *
Il gruppetto infreddolito e anonimo si scioglie, ognuno va per la sua strada. Non so più quale sia il vero Natale.
  * * * * *
Nascerà in una stiva tra viaggiatori clandestini.
Lo scalderà il vapore della sala macchine.
Lo cullerà il rollio del mare di traverso.
Sua madre imbarcata per tentare uno scampo o una fortuna,
suo padre l'angelo di un'ora,
molte paternità bastano a questo.
In terraferma l'avrebbero deposto
nel cassonetto di nettezza urbana.
Staccheranno coi denti la corda d'ombelico,
lo getteranno al mare, alla misericordia.
(Erri De Luca)

 

domenica 15 dicembre 2013

Oltre apatia e violenza: la "via lunga" della partecipazione


Chiunque partecipa, da vero sportivo, a qualche derby, si accorge facilmente che i tifosi potrebbero dividersi in tre categorie: 
a) i tifosi più intelligenti sono quelli che apprezzano lo sport e il bel gioco, e per questo cercano soprattutto di sostenere la propria squadra, quando sta vincendo e ancor più quando comincia a perdere; 
b) i tifosi meno intelligenti sono quelli che si preoccupano soprattutto di fischiare (quando va bene) i giocatori della squadra avversaria, perché credono che solo ostacolando il loro gioco si possa vincere, a qualunque costo; 
c) i tifosi cretini sono quelli che non guardano le squadre in campo ma vanno allo stadio solo per giocare una partita personale contro i tifosi avversari, convinti che vincere sia sinonimo di aggredire e che l'aggressione verbale sia solo il primo gradino di una escalation che culmina nello scontro fisico.
È possibile applicare questa tipopologia alla vita politica? in una certa misura, purtroppo sì; le vicende di questi ultimi anni lo confermano.
Da troppo tempo - sistematicamente, un anno dopo l'altro - i partiti in Italia sono diventati i rappresentanti di se stessi e hanno progressivamente sterilizzato ogni forma di partecipazione e di dialettica interna. C'era del metodo in quella follia: lo testimoniano il modo obliquo di continuare a finanziarsi con soldi pubblici, nonostante il referendum del 1993, e ancor più il "porcellum" elettorale, che attribuisce all'imperatore il potere di nomina dei vassalli. Questo fenomeno non è minimamente diminuito dopo "tangentopoli", ma anzi è cresciuto con una spudoratezza pari solo all'apatia dei cittadini: lo scandalo dei rimborsi che ha coinvolto moltissime amministrazioni regionali ne è una conferma inequivocabile.
Per troppo tempo i cittadini hanno abbandonato i partiti a se stessi, sulla base di un patto di complicità: evasione fiscale e condoni periodici "in basso", in cambio di un avallo sostanziale e di mani libere "in alto". 
Poi è arrivata la crisi ecconomica e l'incantesimo di questo patto perverso si è spezzato.
Dopo i decenni dell'apatia ora sembrano tornare gli anni della violenza, in cui tendono a prevalere i "tifosi cretini" del terzo tipo. Violenza verbale, prima di tutto, ma pur sempre violenza contro tutti gli altri. Chi allo stadio grida "assassino" al tifosi dell'altra squadra ha già, in cuor suo, certamente assassinato lo sport; forse sta anche sdoganando l'idea che colpire il nemico è il vero modo di vincere. Prima o poi qualcuno lo prenderà sul serio: che male c'è a mettere in pratica quello che abbiamo gridato insieme, a squaciagola, fra i battimani e gli evviva?

Quando, dopo gli anni dell'accidia, arrivano i giorni dell'ira non c'è più tempo per troppi distinguo: siamo stati imbrogliati, sono tutti uguali, dobbiamo smascherare quel politichese così forbito e ipocrita, dire pane al pane e vino al vino. Fino a dimenticare una norma fondamentale della vita civile: saper distinguere un'azione da tutti gli autori che ne sono (più o meno) responsabili. Ci sono comportamenti politici ingiusti certamente da denunciare, che tuttavia non si possono mettere sullo stesso piano dei loro autori. Un politico può avallare comportamenti ingiusti, ma non per questo è una persona criminale né per questo le persone dello stesso partito sono tutte uguali. Accidia e ira, purtroppo, sono due diverse forme di cecità: è cieco chi per anni non ha voluto vedere, ma lo è anche chi vuol fare di ogni erba un fascio, perché la partita è truccata, inutile fare tifo, è venuto il momento di giocare contro i tifosi avversari.
La sospensione della razionalità è sempre il primo passo verso la sospensione della democrazia. Lo ha detto il capo dello Stato qualche giorno fa, chiedendosi perché oggi sia così difficile guadagnare consensi con argomenti razionali.
Ecco il piano inclinato su cui si mette ogni demagogo: da Cola di Rienzo a Masaniello, la logica del capro espiatorio esige che non si distingua tra l'istituzione e chi la occupa; che si alzi la voce, che si scavi un fossato tra noi e tutti gli altri, che si individui un nemico ben visibile e a portata di mano. La campagna di vera e proprio "gogna mediatica personalizzata" (con tanto di indirizzo privato reso pubblico) per i giornalisti che non condividono, scatenata dal M5S, è una conferma inquietante.
Gli esempi purtroppo non mancano: Berlusconi denuncia ben quattro colpi di Stato, dimenticando le accuse pesantissime di De Gregorio, secondo il quale proprio con i suoi soldi si sarebbe contribuito alla caduta del centrosinistra (questo sì, un vero colpo di Stato). Il nuovo segretario della Lega, Salvini, oggi ha tenuto un discorso infarcito di "boia di Bruxelles e di Roma" e di "patiboli". Stenderei un velo su Grillo, ma come non constatare che i giovani del Movimento 5 Stelle lo rincorrono proprio nel suo lato peggiore, adottando atteggiamenti di mimetismo patetico? Il repertorio è inquietante: qualcuno definisce il Pd un "cancro… la melma putrida che dobbiamo buttare"; qualche altra non esita a chiamare quasi tre milioni di cittadini che hanno votato per le primarie Pd dei "pecoroni contenti di dare due euro per farsi prendere per il c…". 
Solo una ignoranza storica abissale impedisce di vedere che tutte le forme di involuzione antidemocratica e autoritaria sono cominciate proprio con questo lessico. 
Siamo un paese in bilico, tra "via lunga" della partecipazione e "via breve" della violenza: chi è nel mezzo deve decidersi, ricordando bene che le grandi svolte storiche nascono sempre sulla via della partecipazione, dalla lungimiranza e dalla non violenza. La violenza è cieca, solo la non violenza riesce a guardare lontano e a generare autentici cambiamenti.
È inutile applaudire Mandela nei giorni del funerale, senza chiedersi per quale motivo occupi un posto così importante nella storia.

giovedì 12 dicembre 2013

Le parole dell'etica: responsabilità


Il primato della responsabilità rappresenta una delle vie
più interessanti dell'etica contemporanea, 
grazie anche al pensiero e all'opera del filosofo Hans Jonas.

Un piccolo approfondimento:

Le parole dell'etica 

sabato 7 dicembre 2013

Ildegarda di Bingen, l'anima come vento di desiderio

Ildegarda di Bingen (1098-1179) è certamente una delle figure più affascinanti e straordinarie della mistica cristiana: monaca benedettina e badessa autorevole, poetessa e musicista, naturalista e teologa, già venerata con il titolo di santa dalla tradizione popolare sin dal XIII secolo, è stata proclamata Dottore della Chiesa da Benedetto XVI nel 2012.  
Primogenita di dieci figli, di salute estremamente cagionevole, sin dalla prima infanzia la sua vita è costantemente accompagnata dal dono della visione. Lascia ben presto il monastero di Disibodenberg, dove entra da piccola, per fondare prima una comunità femminile a Rupertsberg, poi a Bingen. Monaca controcorrente e anticonformista (si definiva una «piuma abbandonata al vento della fiducia di Dio»), lasciava anche che le monache si vestissero festosamente, per salutare con canti le festività domenica. Sua una mole impressionante di opere, che spaziano dalla filosofia alla medicina, dalla poesia alla musica; al centro sta la nozione di Viridas, termine con il quale Ildegarda indica l'energia vitale che è alla base del rapporto di perfetta armonia tra il microcosmo umano e il macrocosmo naturale, alleato prezioso anche per curare malattie. Ha fondato una Lingua ignota, una delle prime lingue artificiali. È stata al centro della vita spirituale del secolo: il rapporto con Federico Barbarossa non le impedisce di sfidarlo con parole durissime quando l'imperatore opporrà due antipapi ad Alessandro III. Non esita ad uscire dal monastero compiendo viaggo molto impegnativi, che le consentiranno addirittura di predicare nelle cattedrali di Colonia, Treviri, Liegi, Magonza, Metz e Werden.
È apparsa recentemente un'edizione italiana del Libro dei meriti di vita, un'opera ampia e impegnativa, divisa in sei parti, che anticipa il successivo Libro delle opere divine. Due affreschi stupefacenti, dove le visioni di Ildegarda assumono un potente e maestoso afflato cosmico.
Nel Libro dei meriti di vita Ildegarda fa parlare le virtù e i vizi; in questo contraddittorio vivace e polemico emerge la sua visione profetica e spirituale, in cui luci e colori, ammonimenti severe e dolci esortazioni s'alternano con un sapiente dosaggio dei contrasti, fra immagini animalesche e promesse di armonia. Una lettura certamente impegnativa, che ripaga ampiamente la fatica se la si affronta senza curiosità e impazienza.
Riporto qualche passo, senza la minima pretesa di riassumere.
Così risponde l'amore celeste all'amore del secolo: «Tu sei in condizione di grave stoltezza: desideri aver la vita in una favilla di cenere, e non cerchi quella vita che mai, nella bellezza della gioventù, inaridirà, né verrà meno nella vecchiaia. Sei priva di ogni luce, ti trovi in una nera caligine e ti avvoltoli nella volontà umana come un verme» (p. 64).
Così risponde la misericordia alla durezza d'animo: «Tu non sei degna di avere alcun tratto umano, ma di te si coglie soltanto uno sguardo terribile, privo di misericordia; sei fumo ripugnante nel nero della malvagità. Io invece nell'aria e nella rugiada, in ogni viridità sono soavissimo stelo d'erba, ed il mio cuore è pieno nel prestare soccorso a ciascuno. Infatti fui presente a quel Fiat da cui discesero tutte le creature che servono l'uomo; ma tu in quella occasione fosti esclusa» (p. 67).
Straordinaria immagine dell'anima: «L'anima possiede sospiro, desiderio, volontà, ed è a contatto con la carne, che è sorta dalla terra… Sorga velocemente l'uomo al sospiro dell'anima con cui tendere a Dio, si levi più prontamente al desiderio con cui abbracciare Dio ed abbia ardita volontà di amare Dio. L'anima… è come il vento che soffia sugli steli d'erba; è come la rugiada che vi cade sopra; è come l'aria della pioggia che li fa crescere. Percio l'uomo offra la sua buona volontà a chi la desidera. In che modo? Sia vento nell'aiutare i miseri, rugiada nel consolare gli abbandonati, aria di pioggia nel soccorrere che viene meno de nel rifocillarli» (p. 156).
Nessuno è per natura lontano da Dio: «C'è mai stato un uomo al mondo privo della scienza del bene e del male? No. Dalla scienza del bene e del male l'uomo deriva l'amore ed il timore nei confronti di Dio, affinché in essi ponga mano all'aratro, faccia sì che il proprio campo divenga produttivo, elimini le erbacce, le sradichi e non si stanchi in questa fatica; questa è una grande testimonianza e una grande cosa, il fatto che cielo e terra non possono sovvertire quest'ordine; cielo e terra infatti non tendono ad altro che a ciò per cui sono stati stabiliti» (p. 169).
Così risponde all'avidità la "pura ufficienza": «Nulla ti basta. Io invece siedo sopra le stelle, dato che tutti i beni di Dio mi bastano; mi rallegro del dolce suono del timpano, quando in Lui confido. Bacio il sole, quando me lo godo nella gioia. Abbraccio la luna, quando la stringo nella carità e quando mi è sufficiente ciò che cresce grazie a loro. Perché dovrei desiderare più di quel che ho bisogno? Dato che per tutti io ho misericordia, la mia veste è bianca seta» (pp. 297-298).
Infine, nella gloria celeste anche le parole vengono meno: «Nel chiarore che ho descritto stava un chiarore molto maggiore e infinito. Cercavo di osservarlo, ma lo splendore del suo fulgore era così abbagliante che non ero in grado di vedere bene… tuttavia intuivo che in esso stavano la bellezza di tutti gli ornamenti, le delizie delle delizie, i gaudi dei gaudi della più completa beatitudine in misura tale che né l'occhio dell'uomo ha mai potuto vedere, né l'orecchio ha potuto udire, né il cuore ha potuto raggiungere… La gloria del paradiso… è inoltre adorna della bella floridità che non appassisce, è perfusa dal soavissimo profumo degli aromi, è ricolma di innumerevoli delizie di cui si rallegrano le anime purificate da ogni genere di peccati» (pp. 361-363).

Ildegarda di Bingen, Come per lucido specchio. Libro dei meriti di vita, a cura di L. Ghiringhelli, Mimesis, Milano - Udine 2013.

Per chi desidera conoscere la vita di Ildegarda, consiglio lo splendido romanzo di L. Tancredi, Ildegarda, la potenza e la grazia, Città Nuova, Roma 2013.