domenica 15 dicembre 2013

Oltre apatia e violenza: la "via lunga" della partecipazione


Chiunque partecipa, da vero sportivo, a qualche derby, si accorge facilmente che i tifosi potrebbero dividersi in tre categorie: 
a) i tifosi più intelligenti sono quelli che apprezzano lo sport e il bel gioco, e per questo cercano soprattutto di sostenere la propria squadra, quando sta vincendo e ancor più quando comincia a perdere; 
b) i tifosi meno intelligenti sono quelli che si preoccupano soprattutto di fischiare (quando va bene) i giocatori della squadra avversaria, perché credono che solo ostacolando il loro gioco si possa vincere, a qualunque costo; 
c) i tifosi cretini sono quelli che non guardano le squadre in campo ma vanno allo stadio solo per giocare una partita personale contro i tifosi avversari, convinti che vincere sia sinonimo di aggredire e che l'aggressione verbale sia solo il primo gradino di una escalation che culmina nello scontro fisico.
È possibile applicare questa tipopologia alla vita politica? in una certa misura, purtroppo sì; le vicende di questi ultimi anni lo confermano.
Da troppo tempo - sistematicamente, un anno dopo l'altro - i partiti in Italia sono diventati i rappresentanti di se stessi e hanno progressivamente sterilizzato ogni forma di partecipazione e di dialettica interna. C'era del metodo in quella follia: lo testimoniano il modo obliquo di continuare a finanziarsi con soldi pubblici, nonostante il referendum del 1993, e ancor più il "porcellum" elettorale, che attribuisce all'imperatore il potere di nomina dei vassalli. Questo fenomeno non è minimamente diminuito dopo "tangentopoli", ma anzi è cresciuto con una spudoratezza pari solo all'apatia dei cittadini: lo scandalo dei rimborsi che ha coinvolto moltissime amministrazioni regionali ne è una conferma inequivocabile.
Per troppo tempo i cittadini hanno abbandonato i partiti a se stessi, sulla base di un patto di complicità: evasione fiscale e condoni periodici "in basso", in cambio di un avallo sostanziale e di mani libere "in alto". 
Poi è arrivata la crisi ecconomica e l'incantesimo di questo patto perverso si è spezzato.
Dopo i decenni dell'apatia ora sembrano tornare gli anni della violenza, in cui tendono a prevalere i "tifosi cretini" del terzo tipo. Violenza verbale, prima di tutto, ma pur sempre violenza contro tutti gli altri. Chi allo stadio grida "assassino" al tifosi dell'altra squadra ha già, in cuor suo, certamente assassinato lo sport; forse sta anche sdoganando l'idea che colpire il nemico è il vero modo di vincere. Prima o poi qualcuno lo prenderà sul serio: che male c'è a mettere in pratica quello che abbiamo gridato insieme, a squaciagola, fra i battimani e gli evviva?

Quando, dopo gli anni dell'accidia, arrivano i giorni dell'ira non c'è più tempo per troppi distinguo: siamo stati imbrogliati, sono tutti uguali, dobbiamo smascherare quel politichese così forbito e ipocrita, dire pane al pane e vino al vino. Fino a dimenticare una norma fondamentale della vita civile: saper distinguere un'azione da tutti gli autori che ne sono (più o meno) responsabili. Ci sono comportamenti politici ingiusti certamente da denunciare, che tuttavia non si possono mettere sullo stesso piano dei loro autori. Un politico può avallare comportamenti ingiusti, ma non per questo è una persona criminale né per questo le persone dello stesso partito sono tutte uguali. Accidia e ira, purtroppo, sono due diverse forme di cecità: è cieco chi per anni non ha voluto vedere, ma lo è anche chi vuol fare di ogni erba un fascio, perché la partita è truccata, inutile fare tifo, è venuto il momento di giocare contro i tifosi avversari.
La sospensione della razionalità è sempre il primo passo verso la sospensione della democrazia. Lo ha detto il capo dello Stato qualche giorno fa, chiedendosi perché oggi sia così difficile guadagnare consensi con argomenti razionali.
Ecco il piano inclinato su cui si mette ogni demagogo: da Cola di Rienzo a Masaniello, la logica del capro espiatorio esige che non si distingua tra l'istituzione e chi la occupa; che si alzi la voce, che si scavi un fossato tra noi e tutti gli altri, che si individui un nemico ben visibile e a portata di mano. La campagna di vera e proprio "gogna mediatica personalizzata" (con tanto di indirizzo privato reso pubblico) per i giornalisti che non condividono, scatenata dal M5S, è una conferma inquietante.
Gli esempi purtroppo non mancano: Berlusconi denuncia ben quattro colpi di Stato, dimenticando le accuse pesantissime di De Gregorio, secondo il quale proprio con i suoi soldi si sarebbe contribuito alla caduta del centrosinistra (questo sì, un vero colpo di Stato). Il nuovo segretario della Lega, Salvini, oggi ha tenuto un discorso infarcito di "boia di Bruxelles e di Roma" e di "patiboli". Stenderei un velo su Grillo, ma come non constatare che i giovani del Movimento 5 Stelle lo rincorrono proprio nel suo lato peggiore, adottando atteggiamenti di mimetismo patetico? Il repertorio è inquietante: qualcuno definisce il Pd un "cancro… la melma putrida che dobbiamo buttare"; qualche altra non esita a chiamare quasi tre milioni di cittadini che hanno votato per le primarie Pd dei "pecoroni contenti di dare due euro per farsi prendere per il c…". 
Solo una ignoranza storica abissale impedisce di vedere che tutte le forme di involuzione antidemocratica e autoritaria sono cominciate proprio con questo lessico. 
Siamo un paese in bilico, tra "via lunga" della partecipazione e "via breve" della violenza: chi è nel mezzo deve decidersi, ricordando bene che le grandi svolte storiche nascono sempre sulla via della partecipazione, dalla lungimiranza e dalla non violenza. La violenza è cieca, solo la non violenza riesce a guardare lontano e a generare autentici cambiamenti.
È inutile applaudire Mandela nei giorni del funerale, senza chiedersi per quale motivo occupi un posto così importante nella storia.

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