martedì 21 gennaio 2014

Chi spara agli orologi?

Una delle intuizioni più illuminanti e attuali di papa Francesco si può leggere ai nn. 222-225 della Esortazione Evangelii Gaudium. Siamo al capitolo IV, dedicato alla dimensione sociale dell'evangelizzazione, che sviluppa due ampi approfondimenti, sulla inclusione sociale dei poveri e sul bene comune e la pace sociale. A questo punto vengono introdotti quattro principi orientativi: dinanzi alla «tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale», siamo invitati a privilegiare il fattore inclusivo, che accogliere al suo interno il fattore antagonista, liberandolo da ogni tendenza disgregatrice di segno opposto. 
I principi sono i seguenti: 
1) il tempo è superiore allo spazio; 2) l'unità prevale sul conflitto; 3) la realtà è più importante dell'idea; 4) il tutto è superiore alla parte.
Anche se c'è una evidente connessione tra di essi, vorrei provare ad approfondire il primo, correndo il rischio di applicarlo alla situazione attuale. Papa Francesco, del resto, incoraggia questo tentativo. Dopo aver rilevato che i cittadini vivono in tensione fra la congiuntura del momento e la luce degli orizzonti più ampi che aprono al futuro, aggiunge: «Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l'ossessione dei risultati immediati». Le affermazioni che seguono sembrano fotografia nitida e fedele scattata sulla congiuntura presente: «Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spai di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi» (223).
Molti interpreti del nostro tempo ci hanno detto che un fattore cruciale della crisi odierna dipende dall'incapacità, o dal rifiuto, o dalla paura di guardare avanti. La crisi, in questo modo, ci è entrata dentro la testa, da episodio congiunturale è diventato un fenomeno strutturale e come tale insuperabile. Nel frattempo, in quest'intervallo ormai troppo lungo in cui abbiamo sparato agli orologi e fermato i calendari, è iniziata una logorante guerra di posizione in cui tutti si sono scavati una propria trincea dalla quale nessuno vuole uscire.
L'applicazione più immediata è alla situazione politica italiana: ormai il tormentone della legge elettorale e delle riforme istituzionali si è trasformato in un oppio per i partiti, che alla fine, storditi e drogati, si sono preparati a una lunga guerra di  trincea, scavando un reticolo mostruoso di camminamenti, aspettando le mosse false dell'altro e sparando ogni tanto qualche colpo per far sapere che sono vivi. L'iniziativa del nuovo segretario del PD, per quanto frenetica e poco ortodossa, è un tentativo di uscire dallo stallo. Va valutata certamente nel merito, ma qualche mossa coraggiosa andava fatta. Probabilmente, è ora di iniziare processi più che occupare spazi. Correndo qualche rischio, certamente; ma non credo che morire tutti insieme, chiusi dentro i propri ridotti e le proprie casematte, magari anche abbracciati a una bandiera ormai logora e improbabile, con la quale copriamo il nulla, sia un'alternativa.
Ci sono però mille altre applicazioni, forse meno immediate ma non meno pervasive. Nell'eclisse della politica, la guerra di trincea è occupata dalla burocrazia: a livello mondiale ed europeo, purtroppo, non solo italiano; ma in Italia a tutti i livelli: ministeriale, regionale, provinciale, comunale, scendendo giù fino all'ultimo ufficetto amministrativo dell'ultimo ente quasi-inutile. Dal direttore generale al segretario comunale, dall'usciere all'impiegato che "fa sportello", dal dirigente scolastico al bidello, tutti hanno l'incoercibile impulso a occupare saldamente il proprio spazio, a mettere i bastoni fra le ruote a ogni tentativo di semplificare, di snellire, di cercare insieme il meglio, di decidere assumendosene la responsabilità. In questo modo sta crescendo una conflittualità sorda, snervante, massacrante in tutti gli ambienti di lavoro, alla quale rispondiamo aumentando la nostra sordità e lasciando deserti i luoghi della partecipazione politica, dove i conflitti dovrebbero trasformarsi in progetti.
C'è un'intera classe dirigente che, coprendosi dietro l'alibi splendido che la classe politica gli offre, continua a sparare agli orologi, fermando i processi e occupando spazi che stanno diventando una fossa comune. I professori non vogliono essere valutati (nella scuola e all'università), i giudici non vogliono rispondere delle proprie scelte,  i medici non vogliono sperimentare forme nuove di assistenza e di collaborazione, i sindacati non vogliono guardare oltre le fasce protette dei garantiti, gli enti locali (soprattutto quelli più piccoli) non vogliono mettersi insieme e sperimentare forme nuove di cooperazione e di risparmio. L'elenco, ovviamente, potrebbe allungarsi: tassisti e farmacisti, giornalisti e calciatori… "Che comincino a dare l'esempio quelli che stanno in alto" è ormai lo slogan più frequente per coprire l'inerzia e legittimare lo status quo.
Le corporazioni sono una gloria italiana e hanno segnato la nascita di una nuova epoca; oggi stanno diventando la nostra vergogna. Chi riparerà gli orologi e comincerà a uscire dalla trincea, a costo di essere impallinato?

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