lunedì 3 febbraio 2014

Armando RIGOBELLO, la ricerca come testimonianza

In un’età in cui sarebbe legittimo dedicarsi finalmente a un riposo meritato, dopo una lunga e intensa attività di ricerca e insegnamento universitario (tra Padova, Monaco, Perugia e Roma), Armando Rigobello (che il 3 febbraio compie novant’anni) continua a donarci i risultati di una riflessione rigorosa e appassionata, che ci accompagna attraverso il panorama filosofico contemporaneo. Una riflessione doppiamente preziosa: sul piano del metodo, la sua opera può essere letta come testimonianza di un’interlocuzione – nello stesso tempo critica e cordiale – con alcune questioni speculative cruciali e irrinunciabili; sul piano del contenuto, la modulazione della ricerca filosofica come incessante apertura d’orizzonti consente di ripensare la costituzione stessa della ricerca come partecipazione intenzionale a un orizzonte originario di senso.
In tale prospettiva, la nozione di persona è tematizzabile nella figura della “estraneità interiore” sulla base di approcci sempre più stringenti e mai esaustivi, che impediscono di gettare troppo presto le ancore entro il porto sicuro di un facile ottimismo spiritualista: il difficile cammino per adeguare l'intenzionalità di senso genera solidarietà comunitarie da vivere storicamente nell'ardua ascesi della testimonianza. Così Rigobello descrive efficacemente le coordinate della propria ricerca: «Il tema costante: la condizione umana colta nel concreto esercizio della persona; il modello con cui interrogare il contesto: determinazione ed ulteriorità, struttura ed orizzonte di senso; il metodo: fenomenologia ed interpretazione entro gli spazi lasciati liberi dai ‘limiti’ del trascendentale; gli esiti: un’ontologia della differenza interiore con le sue implicite valenze metafisiche» (Un itinerario speculativo).
Rispetto alle opere più note, che in questa sede non è possibile nemmeno elencare, vorrei ricordare i risultati più recenti e forse meno noti della ricerca di Rigobello, affidati a quattro piccoli libri, caratterizzati da uno scavo teoretico denso ed essenziale, a testimonianza di un percorso di ricerca che diventa quasi lo specchio di un’intera esistenza vissuta in compagnia di domande radicali, sempre più sfrondate da qualsiasi interferenza dell’occasionale e del superfluo.
Confrontandosi con la provocazione di Nietzsche (“non esistono fatti ma solo interpretazioni”), Rigobello si chiede prima di tutto se sia possibile individuare un apriori ermeneutico, riconoscibile come fondamento di una ineludibile domanda di senso e parte integrante dei “prolegomeni ad ogni antropologia futura”. Se guardiamo oltre il piano, pressoché sconfinato, in cui si dispongono le singole interpretazioni e assumiamo il fatto stesso dell’interpretare come oggetto dell’interpretazione stessa, questa sorta di “interpretazione dell’interpretazione” configura l’atto ermeneutico “più proprio” come presenza interiore, trascendentale nella sua struttura e insieme personale nel suo esercizio: «Quell’apriori è una strana presenza… Per risolvere l’enigma non si può fare appello a ulteriori interpretazioni, occorre operare un’interpretazione alla seconda potenza, un’interpretazione interna all’incontrovertibile richiesta di senso» (L’apriori ermeneutico, pp. 26-27).
Uno sviluppo ulteriore della questione conduce a un approfondimento intorno allo statuto ontologico della condizione umana: la trascendentale incompiutezza del “già, non ancora” può essere esplorata, secondo Rigobello, nell’intreccio di prossimità e ulteriorità, secondo un paradigma che si ripropone continuamente pur configurandosi come irrisolvibile nel compimento. In questo “passo indietro” da una dottrina del mondo intelligibile a una tensione polare tra coscienza e orizzonte finale di senso, la domanda metafisica si essenzializza, liberandosi da tentazioni dottrinali sistematiche e riproponendosi in termini radicali: «Ulteriorità nella prossimità è la “cifra” di una “filosofia prima”, cioè di un’ontologia emergente dal vissuto, di una metafisica disponibile a recedere dalla sua articolata struttura sistematica e così semplificata entrare in dialogo con un pensiero nel tempo di mancanza, di airidità (in dürftiger Zeit), che caratterizza molti aspetti della rilessione filosofica contemporanea» (Prossimità e ulteriorità, p. 72).
A partire da qui, Rigobello delinea un itinerario speculativo che dal mondo della cultura e delle spiritualità possa giungere alle soglie dell’originario mediante una sorta di “intenzionalità rovesciata”. Rispetto alla “via di Husserl”, ora la direzione intenzionale, che emerge attraverso una "doppia riduzione", appare rivolta non più all’aurorale primitivo ma alla domanda radicale di senso che è all’origine delle multiformi espressioni culturali e spirituali. In questo capovolgimento, che muove dalle espressioni più alte della cultura verso le fonti originarie in cui cercare il loro Ursprung, lo slancio della coscienza s’annuncia come il “più proprio” della condizione umana, la sua ultima autenticità, anche se si deve fare i conti con una “rottura metodologica” che permette di continuare la ricerca con una diversa idea di rigore: «Il coinvolgimento del discorso nella concretezza del vissuto richiede che il trascendimento si configuri nella trascendenza di un volto personale» (L’intenzionalità rovesciata, p. 73).
Questo percorso trova quindi un approdo ulteriore nella forma di un’esortazione alla filosofia che si attua articolando in termini nuovi la tensione tra struttura ed evento: prima di tutto, liberando la struttura dalla rigidità degli schematismi positivisti e riconoscendola come proposta di possibili interpretazioni; assumendo quindi l’evento nella sua accezione più propria, come un accadere senza deduzione, che a volte ha il carattere di un’epifania. Solo una struttura coinvolta nel vissuto, in altri termini, rende possibile un rapporto con l’evento, restituito al significato originario di manifestazione che trascende l’ordinario commercio del vivere. Incrociando audacemente una riflessione teoretica intorno ai limiti della determinazione completa, in dialogo critico con Kant, e una proiezione sul terreno morale, attraverso una rilettura suggestiva di Camus, incentrata sul tema del “tempo di vivere” come “tempo di dare testimonianza alla vita”, la proposta di Rigobello si riassume nell’idea fondamentale – che è anche un messaggio – della “vita come testimonianza”: «La vita come testimonianza è tutta una manifestazione di significato. Si può anche spendere la vita a testimoniare cose diverse, ma quando la testimonianza assume la tensione propria di una comunicazione-allusione ad una assolutezza di significato, allora le cose diverse finiscono per scolorire i loro contenuti ed emerge l’unica direzione dell’azione, che è la direzione dell’assolutezza… L’azione di testimonianza è un’epifania di verità che si è fatta consapevolezza interiore del testimone» (Struttura ed evento, pp. 49-50).

I LIBRI
A. RIGOBELLO, L’apriori ermeneutico. Domanda di senso e condizione umana, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007, pp. 102
A. RIGOBELLO, Prossimità e ulteriorità. Una ricerca ontologica per una filosofia prima, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009, pp. 112
A. RIGOBELLO, L’intenzionalità rovesciata. Alle forme della cultura all’originario, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010, pp. 100
A. RIGOBELLO, Struttura ed evento. Tempo di vivere, tempo di dare testimonianza alla vita, la vita come testimonianza, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012, pp. 88

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